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Post - Giovanni Fontana

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Aggiungo, che il carrello, in quanto tale, nei centri abitati, non può essere parcheggiato, se non quando sia agganciato alla motrice (art. 158, comma 2, lett. 3 CDS) e deve essere assicurato.
In ogni caso, per sua caratteristica di immatricolazione, il suo utilizzo improprio, determina una violazione all'art. 23 CDS, in riferimento all'art. 57 del relativo Regolamento e, qualora lasciato in sosta su di una strada, va considerato come un comune "impianto di pubblicità o propaganda" di cui al comma 8 dell'art. 47 Reg CDS

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Chiedi agli esperti (servizio gratuito) / Re:regolamento comunale
« il: 22 Agosto 2019, 12:24:08 »
OPS!!!... mi sono distratto!

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Aggiungerei, di valutare bene anche la posizione commerciale del titolare dell'autonegozio...verosimilmente itinerante.
Giacché se lo stesso somministra i prodotti e incamera gli incassi (quindi, agisce nell'interesse della propria azienda e non del circolo), a mio modo di vedere ci si troverebbe dinanzi ad un commerciante su AP che svolge, di fatto, un'attività di vendita al dettaglio in area privata.
Quindi, se emette scontrino, sarebbe interessante capire chi è il titolare della partita iva.
Ovviamente, è un parere del tutto personale, che sottende anche una domanda, in quanto simili situazioni si verificano in varie parti del territorio, e non sempre in modo così trasparente.

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Chiedi agli esperti (servizio gratuito) / Re:regolamento comunale
« il: 16 Agosto 2019, 11:48:13 »
Non sono d'accordo.
Nel senso che avverso il verbale di accertamento, a mio modo di vedere, il ricorso va presentato direttamente al Sindaco (non così, nelo CdS, dov'è previsto, specificatamente il ricorso al Prefetto o, alternativamente al GdP).
Quindi, avverso l'ordinanza-ingiunzione il ricorso va presentato al GdP o al Tribunale, in ragione del diverso oggetto giuridico tutelato dalla norma e cioè, la gestione amministrativa dei rifiiuti a tutela del patrimonio comunale e del decoro urbano (uso indebito dei cassonetti e simili) o l'ambiente, qualora dall'abbandono dei rifiuti, l'ambiente ne subisca le conseguenze dirette.

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Nel nostro Comune le feste private sono regolamentate (quanto agli orari e al volume del suono) dal Comune, con apposito regolamento e in caso di inosservanza, è prevista una sanzione stabilita dalla G.M. nei limiti edittali di legge.
Direi che il disturbo alla quiete pubblica, vada adeguatamente motivato, in quanto la diffusione musicale deve effettivamente, disturbare la quiete pubblica ed il riposo delle persone (generalmente intese).
Se l'immissione è meramente intollerabile e riguarda i rapporti tra i privati contermini, si applica il codice civile.
Solo se la diffusione del suono o rumori in genere, è idonea (anche a livello potenziale, in quanto reato di pericolo) a disturbare una pluralità di persone, allora può configurarsi la contravvenzone all'art. 659 c.p.
A tal fine, io effettuerei un verbale di accertamento urgente, descrittivo degli effetti della diffusione del suono (tipo a che distanza è rilevabile e la sua idoneità a determinare disturbo; tipo se ci sono testimoni in grado di riferire; ecc.).
Quanto alla legge sull'inquinamento acustico, questa tende a tutelare la salute pubblica dai danni derivanti dal suono e quindi, è necessario un accertamento in concreto che, per quanto ne so, può essere accertata solo dai tecnici del suono dell'agenzia regionale dell'ambiente.

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Ho letto con fervida attenzione le Vostre importanti conclusioni e comprendo bene il significato di quello che viene affermato al punto 3) di quello che pensate Voi.
Quanto al punto 2)... credo che il coraggio sia altra cosa. A meno che non si tratti del c.d. "coraggio della ragione", da non confondere con il voler aver ragione. Sono un appassionato della fisica quantistica, da quando ho lasciato il vecchio concetto newtoniano che faceva della fisica, un dogma scientifico. Mi sono appassionato perché nella scienza, tutto è in divenire.
Se guardiamo al diritto, come al bieco sovrascriversi di disposizioni, credo che sia perfettamente inutile soffermarvisi.
Solo se consideriamo, anche il diritto, una scienza, beh, allora le cose cambiano e dobbiamo avere l'umiltà dello scienziato, che gioca il certo per l'incerto... e il diritto è tra le cose maggiormente incerte che ci governano, sebbene grazie ai cultori del diritto, è possibile avvicinarsi alla certezza del diritto invocata dal Beccaria.
Scusandomi per questa (forse inutile) chiosa e grazie a voi, consapevole del limite del mio ragionamento, voglio però stigmatizzare alcune questioni che rischiano di avere avuto una lettura fuorviante e con stesso spirito critico, mi accingo ad esporvele.

Si discute, circa la possibilità, per un Comune, di poter applicare una sanzione amm.va accessoria (quale la sospensione di un'attività), in conseguenza della inosservanza di un regolamento o di una ordinanza comunale.
A nostro avviso la discussione non può aver luogo stante il principio costituzionale di riserva di legge (art. 23).
Solo una legge (nazionale o regionale) può introdurre sanzioni, siano essere principali, siano esse accessorie.
Diversa è la misura cautelare o la diffida (promemoria a rispettare la legge).

Secondo il mio ragionamento iniziale, la legge dello Stato cui fate riferimento, era il TUEL e, grazie a questa fonte, veniva autorizzato il potere sanzionatorio del Comune.

Semmai occorre stigmatizzare il comportamento di taluni Comuni che:
a) in sede di ordinanza ingiunzione invece che applicare il massimo o una cifra importante si limitano a "confermare" i 50 euro
b) in sede di vigilanza applicano solo 1 volta il verbale. Se tizio apre senza scia si fa verbale, se il giorno dopo rimane aperto se ne fa un altro ... e così via!

Sono perfettamente d'accordo sul punto a) e lascio stare considerazioni inerenti la buona organizzazione della P.A. che avrebbe bisogno di procedimentalizzare meglio, anziché burocratizzare la propria attività.
Sul punto b), invece, non sono del tutto d'accordo, posto che l'atto di accertamento attiene ad un fatto, cui corrisponde una fattispecie giuridica, che l'autorità deve valutare e confermare/respingere, in sede di ordinanza ingiunzione. Se ogni giorno si facesse un verbale (poi, cosa dobbiamo intendere per ogni giorno?... ogni 24 ore, ogni giorno del calendario e quindi, anche uno alle 23 e uno alle una del giorno dopo?), potremmo anche essere tacciati di avere determinato un danno ingiusto (esistenziale), per avere tartassato il malcapitato (qualora vengano poi annullati i verbali).
Piuttosto, sono dell'avviso che non può essere l'utente ad essere il male di se stesso, ma è la P.A. che si deve organizzare per agire in fretta: fare il verbale, trasmettendolo al più presto al dirigente, affinché si pronunci il prima possibile.
Diciamo che anche quello del reiterato accertamento della violazione, è un argomento che andrebbe sviscerato nelle sue ragioni di diritto.

Per le medesime ragioni, il Comune potrebbe applicare una sanzione più grave di quella "aritmetica" che si ricava dalla lettura dell'art. 16 della l. 689/1981, con l'evidente scopo di aumentare l'effetto di deterrenza della sanzione stessa.
L'art. 16 non prevede una sanzione fissa. Il doppio del minimo è solo la misura per il PMR. In sede di ordinanza ingiunzione si applica l'art. 11 e non il 16
...sanzione fissa...è certamente un termine obbriobrioso!
Quello che però volevo dire - colgo l'occasione per sottolinearlo, perché fin qui non l'ho ancora capito bene - è se il Comune, il luogo del pagamento in misura ridotta generalmente inteso (doppio del minimo o se più favorevole terzo del massimo), può stabilire una sanzione diversa, che io ho chiamato, per praticità "sanzione fissa".
In concreto, il Comune (per esso la G.M.) può stabilire che in luogo del pmr pari a 50 euro, debba essere pagato 300 euro? oppure può solo agire entro i limiti edittali di legge (come alcuni sostengono) eppoi, applicare, di conseguenza il pmr?

Circostanza, quest'ultima, che mi pare già confermata da quanto avete affermato al punto 3) del post che segue.

A ciò si aggiunga, che a seguito delle modificazioni apportate all'art. 16 della l. 689/1981 dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92, al secondo comma, è oggi previsto che per le violazioni ai regolamenti ed alle ordinanze comunali e provinciali, la Giunta comunale o provinciale, all’interno del limite edittale minimo e massimo della sanzione prevista, può stabilire un diverso importo del pagamento in misura ridotta, in deroga alle disposizioni del primo comma.
Certo. Ed è quindi CONFERMA che il legislatore:
1) ha chiara la questione
2) non ha introdotto un potere regolamentare per i Comuni
3) ha solo previsto la possibilità di stabilire una cifra per il PMR entro i limiti edittali (peraltro teoricamente anche inferiore al doppio del minimo)


E' importante averlo sottolineato, ma anche in questo caso, con termine improprio ho definito sanzione il pmr...ma la domanda di cui sopra, si ripropone qui

Dunque, il Comune (per esso la G.M.), nel limite edittale compreso tra i 25 ed i 500 euro (i cui limiti minimi e massimi, rientrano nelle competenze esclusive dello Stato) di cui al citato art. 7-bis, può stabilire anche sanzioni diverse da quella "aritmetica" di cui sopra, purché adeguatamente motivate.
NON SONO SANZIONI!!!!
Sono misure del pagamento in misura ridotta (per fare una analogia, sono l'entità per accedere al "patteggiamento"). Non è la pena ... è l'accordo estintivo del procedimento


D'accordo anche sulla natura della sanzione accessoria e sulla impossibilità di applicarla, da parte del Comune.
Peraltro, qualora il Comune voglia punire i comportamenti illeciti reiterati (ex art. 8-bis l. 689/1981), con la sospensione dell'attività, in questo caso, a mio modo di vedere, non si tratta di applicare una sanzione accessoria a sanzione amministrativa pecuniaria, ma di applicare una mera misura interruttiva, disposta dal dirigente con le procedure inibitorie di cui alla legge 241/1990. Siete d'accordo?


Ancora grazie e buon lavoro.

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 ;)
Come sempre, diretti all'obiettivo e, come da manualistica del diritto, utilizzata al meglio la 689 come soluzione di un conflitto di norme.
Grazie!

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Per quanto l'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio, in sede fissa, senza titolo, sia direttamente sanzionata dal primo comma dell'art. 113 della l.r. Toscana 68/2018, è altresì evidente, che al terzo comma del medesimo articolo, lett. a), viene prevista (se ne accogliamo l'interpretazione letterale) la sanzionabilità, in misura inferiore a quella di cui al primo comma (da 5000 a 500 euro), per le fattispecie previste dagli artt. 14 al 21, ivi compresa quella di cui all'art. 15.
Detto articolo, prevede l'obbligo di presentazione della SCIA, per l'apertura di un esercizio di vicinato.
Ciò può dare luogo ad un conflitto di norme, la cui soluzione potrebbe essere quella di applicare la sanzione più favorevole al trasgressore per quanto, tale principio, si dovrebbe applicare alle disposizioni penali.
Sarei più propenso a pensare ad una "svista" del legislatore regionale, piuttosto che ad una volontà precisa di quest'ultimo.
Anche perché, in tal caso, è difficile - almeno per chi scrive - comprendere quando l'esercizio del commercio al dettaglio senza titolo, ricade sotto la scure del primo comma e quando l'apertura di un esercizio di vicinato, ricada sotto quella del terzo comma, lett. a)
A meno che, in quest'ultimo caso, si voglia fari rientrare l'ipotesi (solo di scuola, perché non accertabile, in concreto) di chi, avendo raccolto tutta la documentazione necessaria per presentare la Scia, non l'abbia fatta in concreto o abbia aperto l'attività prima che la presentazione della Scia produca i propri effetti.
Cosa ne pensate?
Grazie.

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Si discute, circa la possibilità, per un Comune, di poter applicare una sanzione amm.va accessoria (quale la sospensione di un'attività), in conseguenza della inosservanza di un regolamento o di una ordinanza comunale.
Altro oggetto di discussione, attiene alla possibilità, sempre per il Comune, di applicare una sanzione pecuniaria fissa, in luogo di quella in misura ridotta pari a 50,00 euro (doppio del minimo edittale, ex art. 7-bis TUEL).

A parere di chi scrive, il Comune può applicare la sanzione amministrativa pecuniaria di cui sopra, nonché la sanzione accessoria ritenuta utile ad interrompere l'attività illecita, purché ne sia dato atto, in modo palese, nel regolamento o nell'ordinanza.

E' ben chiara la riserva costituzionale di cui all'art. 23 della Carta, secondo la quale nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge. Allora, per dirimere la questione inerente l'applicabilità della sanzione accessoria, nei termini anzidetti, credo che dobbiamo partire proprio dalla legge di riferimento.

La legge 689/1981, come risaputo, ha previsto modifiche al codice penale, al solo fine di defatigare il lavoro del giudice e non certo di privare della "natura penale" i c.d. illeciti amministrativi: tant'è, che in dottrina, taluni definiscono i reati depenalizzati come "reati amministrativi".
In tal senso, la riserva di legge di cui all'art. 20, primo comma della legge citata è sicuramente da riferire ai reati depenalizzati dalla legge da ultimo richiamata. Ma se ci domandiamo che cos'è una sanzione accessoria, credo che sia pacifico definirla come la misura afflittiva che si applica di diritto, a quella principale.
La sanzione principale (che comprende quella accessoria o, se vogliamo, cui quest'ultima accede), nel caso di specie, viene stabilita dall'art. 7-bis TUEL cit. e quindi, a questa - per via derivata e secondo i principi generali dell'ordinamento costituzionale (che riconoscono autonomia ed autarchia aiComuni) - può accedere quella che il Comune decide di applicare, quale la sospensione dell'attività, a condizione che il Comune stesso ne manifesti la volontà, nell'ambito del regolamento comunale di riferimento o dell'ordinanza. Il tutto, secondo le procedure previste dalla legge 241/1990 che, con l'avvio del procedimento amministrativo, mettono il cittadino nella condizione di potersi difendere da eventuali atti illeciti della P.A. o adeguarsi ai relativi provvedimenti.
In buona sostanza, sebbene il legislatore non abbia stabilito, in modo palese, nell'ambito dell'art. 7-bis TUEL, è chiaro che a quella sanzione amministrativa pecuniaria, accede (implicitamente) la misura che il Comune, secondo il proprio libero e razionale apprezzamento, intende applicare, per interrompere un'attività illecita, che, altrimenti, non potrebbe essere interrotta (es.: per ragioni d'impresa, un'azienda soggetta a controllo amministrativo locale, potrebbe avere tutto l'interesse a pagare una sanzione giornaliera pari a 50 euro - una sorta di contributo, piuttosto che di sanzione - ma continuare a svolgere la propria attività in dipregio delle regole locali).

Per le medesime ragioni, il Comune potrebbe applicare una sanzione più grave di quella "aritmetica" che si ricava dalla lettura dell'art. 16 della l. 689/1981, con l'evidente scopo di aumentare l'effetto di deterrenza della sanzione stessa.
Infatti, l'art. 106 l.com.prov. (r.d. n. 383 del 1934) - che sanziona le contravvenzioni alle disposizioni dei regolamenti comunali che non trovino la loro sanzione in altre espresse disposizioni legislative - non può considerarsi abrogato in seguito all'entrata in vigore dell'art. 1 della l. n. 689 del 1981, sia perchè gli art. 16 e 17 di quest'ultima legge hanno fatto espresso riferimento alle modalità di pagamento previste nel successivo art. 107 ed hanno individuato nel sindaco il destinatario dei rapporti relativi alle infrazioni ai regolamenti comunali, sia perchè detto art. 106 è stato esplicitamente fatto salvo dall'art. 64, lett. c), della l. n. 142 del 1990. Ne consegue che il principio di legalità dell'illecito amministrativo, contenuto nell'art. 1 della l. n. 689 del 1981, non ha ragione di operare nel caso di violazione di regolamenti comunali e provinciali, i quali del resto trovano il loro fondamento costituzionale nel riconoscimento delle autonomie locali, affermato negli art. 5 e 128 cost., con cui deve coordinarsi il principio della riserva di legge, di carattere relativo, previsto dall'art. 23 Cost (Cass. civ. Sez. III, 18-02-2000, n. 1865).
A ciò si aggiunga, che a seguito delle modificazioni apportate all'art. 16 della l. 689/1981 dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92, al secondo comma, è oggi previsto che per le violazioni ai regolamenti ed alle ordinanze comunali e provinciali, la Giunta comunale o provinciale, all’interno del limite edittale minimo e massimo della sanzione prevista, può stabilire un diverso importo del pagamento in misura ridotta, in deroga alle disposizioni del primo comma.
Dunque, il Comune (per esso la G.M.), nel limite edittale compreso tra i 25 ed i 500 euro (i cui limiti minimi e massimi, rientrano nelle competenze esclusive dello Stato) di cui al citato art. 7-bis, può stabilire anche sanzioni diverse da quella "aritmetica" di cui sopra, purché adeguatamente motivate.

Cosa ne pensate?

Grazie.

10
Siamo animali da palude, impaludati...
Credo che spazi come questi, quando meno, sul piano intellettuale, ci aiutano a non agitarci troppo nelle sabbie mobili che ci circondano.
Non so quale scopo vi ha indotto ad imbarcarvi in questo viaggio, se scopi d'impresa, di solidarietà professionale, di senso civico,...
Molte di queste cose, comunque.
Ogni occasione è per dirvi grazie.

11
Di recente, si discute circa l'applicabilità della L.R. 81/2000 alle violazioni alle ordinanze comunali, in luogo della legge 689/1981.
Chi scrive è di diverso avviso.
Ai sensi dell'art. 1 della L.R. cit. (Ogget to e ambito di applicazione), la medesima detta norme per il riordino delle funzioni di sanzionamento amministrativo e per l’applicazione delle sanzioni amministrative nelle mate rie attribui te alla Regione ovvero connesse a funzioni ad essa delegate dallo Stato (comma 1) e, per quanto non previsto dalla citata legge si
applicano le disposizioni di cui alla legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale) e successive modificazioni. In buona sostanza, si tratta di una legge speciale, che, per ragioni interne alla organizzazione regionale, deroga o, per meglio dire, va ad integrare le disposizioni già previste dalla citata l. 689/1981, con particolare riferimento al relativo Capo I, Sezz. I e II.
Per quanto attiene il TUEL approvato con d. Lgs. 267/2000, lo stesso riconosce piena autonomia agli EE.LL. (art. 3) ed in tale ambito si collocano i poteri di ordinanza del sindaco e dei dirigenti, alla stregua di ogni altro regolamento dell'Ente (artt. 7, 50 e 107). A tal fine, il Comune ha un autonomo potere sanzionatorio, stabilito, inequivocabilmente, dall'art. 7-bis TU cit. che, per quanto riguarda l'ambito di applicazione delle medesime sanzioni rimanda alla legge 689/1981 (comma 3, art. 7-bis cit.).
Per quanto mostrato, rimandare l'applicazione delle sanzioni stabilite dal Comune, nell'ambito della propria autonomia, a quanto disposto dalla L.R. 81/2000 per l'applicazione delle sanzioni nelle materie di competenza regionale o delegate alla regione, oltre che non apparire coerente con l'ordinamento giuridico dello Stato, sul piano politico-istituzionale, andrebbe a ledere la stessa autonomia che la Costituzione riconosce agli EE.LL.
In attesa di un gradito confronto, ringrazio per l'attenzione.

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A seguito di accertamento di illecito amministrativo di competenza comunale ed accertato dalla polizia municipale, giunti alla emanazione dell'ordinanza-ingiunzione, è corretto che il Comandante del Corpo sia anche il firmatario del provvedimento finale?
Personalmente, sono di diverso avviso, giacché, in tal modo, verrebbe meno il principio della terzietà dell'azione amministrativa, in quanto, il responsabile dell'organo dell'accertamento, non può contraddire se stesso, magari archiviando un atto di accertamento che è conseguenza di una propria disposizione di servizio.
Al più, questo potrebbe avvenire in una grande città o, comunque, in una realtà territoriale complessa, dove il Comandante-Dirigente del Corpo assume più un ruolo amministrativo che non operativo, avendo, nella struttura gerarchica sottesa, uno o più comandanti di reparto.
Ma in altre realtà territoriali non complesse, dove il Comandante svolge appieno le funzioni di cui alla l. 65/1986, a mio modo di vedere, tale importante funzione, deve essere demandata ad un dirigente (magari quello del settore specifico) o, in sua assenza, al Segretario Generale.
Avete, a riguarda, delle precedenti prassi amministrative e/o giurisprudenziali da poter consultare?
Grazie.

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Autorevole dottrina (LINGUANTI/PARADISI), sembra riferire che a seguito delle modifiche apportate al TULPS dal d.L. 5/2012 conv. l. 35/2012 agli artt. 129 e 159 del Reg. TULPS, è possibile:
- effettuare piccoli trattenimenti (ex art. 69 TULPS) all'interno dei p.e. della somministrazione, senza necessità di altra licenza, in quanto l'autorizzazione per l'attività prevalente, assorbe anche le attività soggette alla licenza anzidetta. In buona sostanza e per fare un esempio concreto, il titolare di un bar, potrebbe realizzare all'interno del p.e. un'attività di karaoke, anche maggiorando il prezzo delle bevande o praticando un prezzo per la partecipazione all'evento;
- anche nei circoli privati autorizzati alla vendita di bevande alcoliche ai propri soci, è possibile vendere anche a non soci i propri prodotti.
Cosa ne pensate?
Grazie.

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Toscana / Re:Art. 95 L.R. 62/2018 - Sanzione applicabile
« il: 13 Luglio 2019, 12:17:45 »
Ringrazio per la consueta chiarezza.

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Toscana / Art. 95 L.R. 62/2018 - Sanzione applicabile
« il: 07 Luglio 2019, 19:03:02 »
Diversamente da quanto previsto dall'art. 103, comma 2, della previgente L.R. 28/2005, l'omologo art. 114 della vigente L.R. 62/2018 (modif. art. 12 L.R. 16/2019) non prevede un'analoga fattispecie sanzionatoria residuale e quindi, l'art. 95 (Cessazione dell'attività) della prefata L.R. 62/2018, parrebbe priva di specifica sanzione.
In prima battuta, si potrebbe pensare, che lo stesso legislatore, pur prevedendo l'obbligo di comunicare la cessazione dell'attività nei termini previsti dall'art. 95 da ultimo citato, di fatto, non abbia voluto sanzionare l'eventuale inottemperanza, anche sul presupposto che chi subentra, comunque, nell'attività cessata, è tenuto a presentare la comunicazione prevista all'art. 90, comma 2 della L.R. 62/2018 (in difetto, si applica, questa volta, la sanzione di cui all'art. 114, comma 2, L.R. cit.)...non è da escludere un refuso.
Peraltro, proprio all'art. 90, comma 4 della L.R. 62/2018, è ribadito che "...la comunic azione di cui al comma 2 non è richiesta qualora, alla cessazione del contratto di affitto di azienda, il titolare del titolo abilitativo intenda cessare l'attività, dovendosi in tal caso presentare solo la comunicazione di cui all'articolo 95...". Quindi, sembra che l'obbligo di comunicare la cessazione dell'attività è cogente ed inderogabile.
Non di meno, lo stesso legislatore, va a evidenziare l'importanza di simile obbligo, allorquando, in altra parte della L.R. 62/2018, all'art. 16, comma 5, stabilisce (per i c.d. Temporary store) che "...decorso il termine indicato nella SCIA, questa cessa di produrre effetti giuridici e non è necessario presentare la comunicazione di cui all'articolo 95...": evidentemente, in tutti gli altri casi, tale obbligo è inderogabile.
Fatta questa premessa, ritenete che l'obbligo di comunicare la cessazione dell'attività sia inderogabile?
In tal caso, quale sanzione si può applicare?
Grazie!

16
Come al solito, siete una conferma!
Sia in termini di disponibilità al confronto costruttivo, privo di preconcetti di posizione, sia in termini di chiarezza espositiva ed onestà intellettuale.
Grazie!
Farò tesoro delle preziose considerazioni a riguardo.

17
Per meglio comprendere la natura del quesito, giova fare alcune premesse di ordine generale, in relazione alle quali, un eventuale parere contrario, condurrebbe a diverse conclusioni.

A parere di chi scrive, affinché si verifichi la c.d. reiterazione delle violazioni (ex art. 8-bis, comma 1, l. 689/1981), debbono sussistere le seguenti condizioni:
1. un periodo di osservazione di cinque anni dall'ultima violazione accertata con provvedimento esecutivo;
2. nell'arco di questo quinquennio, si siano verificate almeno due violazioni della stessa indole, da parte del medesimo soggetto.
In definitiva, si tratta di una indagine che produce effetti "a posteriori", con le ulteriori specifiche:
1. quanto al periodo di osservazione, lo stesso decorre dalla data del primo atto di accertamento ovvero del primo verbale non impugnato, tanto da avere prodotto effetti (emissione dell'ordinanza- ingiunzione non opposta);
2. entrambi i verbali di accertamento sottoposti al periodo di osservazione, debbono essere considerati esecutivi: quindi, non è sufficiente che sia stata emessa la relativa ordinanza-ingiunzione, ma è necessario che la stessa sia "convalidata", o dal giudice che in sede di opposizione conferma la violazione, o in conseguenza della mancata presentazione dell'opposizione da parte del trasgressore (implicita accettazione delle conseguenze del suo comportamento illecito).

Ciò premesso, vengo adesso al quesito odierno.

Al quinto comma, dell'art. 8-bis citato, l'ultimo periodo stabilisce della reiterazione quanto segue: "Essa non opera nel caso di pagamento in misura ridotta". Come il verbale di accertamento non è da considerare un titolo esecutivo, ma una mera descrizione di un fatto cui corrisponde - in ipotesi - un illecito amministrativo, il relativo pagamento in misura ridotta, non va qualificato come l'accettazione, da parte del trasgressore, delle conseguenze di quel comportamento. In buona sostanza (a parere di chi scrive), il c.d. "fatto illecito" potrebbe essere considerato anche un "fatto lecito" da parte di chi subisce l'atto di accertamento, ma per quest'ultimo, può essere più conveniente pagare subito, piuttosto che proseguire oltre nel procedimento sanzionatorio; vantaggio che riverbera anche nella efficienza amministrativa, giacché è meglio ottenere una prestazione certa, adesso, che attenderne una incerta, successivamente e con tutte le spese accessorie che ne conseguono. Insomma, una sorta di "patteggiamento amministrativo" tra trasgressore e pubblica amministrazione, che conviene ad entrambi e, se vogliamo, sul piano giustiziale, una sorta di "opportunità" (funzione rieducativa), per chi ha commesso la violazione, di essere punito, con una pena certa e, probabilmente, meno affliggente di quella definitiva.
Proprio perché il pagamento in misura ridotta ha una natura diversa da quella dell'accettazione della responsabilità sul fatto (sempre a parere di chi scrive), con questa, non possono essere applicate le conseguenze della reiterazione.

Se (e vengo alla domanda, scusandomi per la lunga premessa), invece, il trasgressore decide di pagare la sanzione ingiunta con l'ordinanza emessa ex art. 18 l. 689/1981, la stessa sortisce i medesimi effetti di cui sopra e quindi, anche in questo caso, non possono essere applicate le conseguenze della reiterazione?

Io sono di parere contrario.
Intanto, l'inciso di cui sopra (art. 8-bis, comma quinto l. 689/1981), richiama, esclusivamente, il c.d. "pagamento in misura ridotta"; in quanto il pagamento della sanzione stabilita dall'autorità amministrativa e non opposta, è già stata oggetto di contenzioso ed ha portato ad una prima valutazione di un "organo terzo", rispetto agli effetti del mero atto di accertamento che ha originato il procedimento sanzionatorio.
In buona sostanza, a parere di chi scrive, il pagamento della sanzione stabilita nell'ordinanza-ingiunzione produce gli effetti previsti per l'applicazione della reiterazione.

Sarei particolarmente grato, di conoscere al più presto il vostro parere e, soprattutto, se esistono già dei precedenti a riguardo, o a favore o contro la tesi prospettata.

Grazie.

18
Grazie!

19
In relazione alle prescrizioni previste da una nostra ordinanza demaniale, viene stabilito che la relativa inosservanza è sanzionata da 100 a 1000 euro, in relazione all'art. 1164 Cod. Navigazione.
Da un prontuario della Capitaneria di porto - Guardia Costiera di Genova, si evince che il procedimento viene "definito" con la "Capitaneria di porto / Regione", senza specificare, a chi vadano inoltrati gli scritti difensivi e a chi effettuare il pagamento della s.m.r. pari ad euro 200,00
Quindi, presumo che questi scritti difensivi vadano presentati al Presidente della G.R. della Toscana, ma non sono altrettanto certo del fatto che il pagamento vada effettuato a favore della Regione Toscana, giacché lo stesso Ente è delegato ad esercitare le funzioni dello Stato, ma non credo possa anche "godere" dei "benefici che derivano dall'attività sanzionatoria.
Potete meglio chiarire la questione?
Grazie!

20
Grazie!
Ottimo...come sempre, una garanzia!!!

21
Ritenendo che il quesito, così formulato, possa risultare di interesse, anche per altri frequentatori del forum, intanto, pubblico io stesso una interessante sentenza del TAR T.A.R. Puglia Lecce Sez. I Sent., 09-09-2011, n. 1582, la cui massima è la seguente:

"Il verbale della polizia municipale, come tutti i verbali provenienti da pubblici ufficiali, ha efficacia di piena prova, fino a querela di falso, ai sensi dell'art. 2700 c.c. relativamente alla provenienza dell'atto dal pubblico ufficiale che lo ha formato, alle dichiarazioni delle parti e agli altri fatti che il pubblico ufficiale attesti avvenuti in sua presenza o da lui compiuti e, se la fede privilegiata non si estende né agli apprezzamenti del pubblico ufficiale né alle sue valutazioni e deduzioni, tali elementi non sono comunque privi di valore probatorio, in quanto possono fornire elementi presuntivi idonei a fondare la decisione ove siano gravi, precisi e concordanti, ragion per cui tali rapporti conservano un'attendibilità intrinseca che può essere infirmata solo da una specifica prova contraria."

Resta comunque gradito, ogni ulteriore contributo utile a portare chiarezza.

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In tema di accertamento di illecito amministrativo in materia di somministrazione, non è sempre agevole accertare in concreto la fattispecie sanzionata.
A parere di chi scrive, l'accertamento dell'illecito può essere anche dedotto dall'organo di vigilanza, sulla base di indizi di derivazione processualpenalistica (del resto, la legge 689/1981, sebbene citata come legge sulla depenalizzazione, come correttamente indicato nella relativa rubrica comporta "modifiche al sistema penale"), gravi, precisi e concordanti.
Altri ritengono, invece, che senza l'accertamento (sensoriale) diretto del P.U., non è sostenibile l'accertamento di illecito meramnte dedotto.
Ciò premesso, sempre a parere di chi scrive, mancano, ovviamente, i presupposti della c.d. "fede privilegiata" di cui all'art. 2700 del C.C. ma, ciò non toglie, che secondo il libero convincimento del giudice - quindi, secondo un giudizione che pone il privato e la P.A. sul medesimo livello - l'atto di accertamento possa, comunque, essere confermato, in sede di giudizio, perché adeguatamente motivato.
Gradirei sapere il Vs. autorevole parere in merito e, soprattutto, se esiste giurisprudenza sul tema a sostegno di quanto affermato da chi scrive.
Ringrazio e resto in attesa di una cortese risposta.

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Alla luce della normativa e della prassi esistente, chi scrive, è dell'avviso che l'obbligo di portare al seguito idoneo estintore, è da riferire, esclusivamente, al commerciante su a.p.  che trasporta merci del settore ALIMENTARE e faccia uso del GPL e, comunque, soggetti al protocollo ARD.

Ci viene richiesto di estendere analogo controllo, ai commercianti su a.p. del settore NON ALIMENTARE che stazionano presso i mercati.

Ciò premesso, si chiede cortesemente se tale obbligo possa essere effettivamente esteso anche a questa categoria di commercianti e, in tal caso, in base a quiale normativa/prassi.

Ringrazio.

Giovanni Fontana

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Certo...
Rischio di essere frainteso, con una mera semplificazione.
Più in concreto: accertato il fatto, se la notifica non va a buon fine per irreperibilita o per compiuta giacenza, é più economico per l'ente fermarsi qui o continuare a spendere per notifiche inutili o che non ci saranno o desistere?
Non per omettere atti d'ufficio  ma per evitare spese al comune.
Anche sulla solvibilità, ovviamente, il tutto non potrebbe risolversi in una sorta di valutazione lombrosiana del "commerciante", ma sorretta da elementi di fatto, circa la condizione di insolvibilità del soggetto.
Il mio pensiero si attaglia ai superiori principi costituzionali di efficacia e di efficienza dell'azione amministrativa, relativamente ai quali, credo che la Magistratura contabile dovrebbe riferirsi nei suoi giudizi sull'attività della P.A. E' ovvio che rischio, con queste valutazioni, di spingermi più su di una valutazione politica del fenomeno, che non tecnica-burocratica; ma l'idea che un magistrato contabile entri nel merito di un accumulo di somme esigibili, a fronte delle quali l'Amministrazione ha speso molto, senza ottenere i risdultati sperati e tutto questo, nella piena consapevolezza di quel risultato, non la vedo così peregrina.
Si tratta, evidentemente, di astrazioni: ma sono fortemente convinto che un'amministrazione pubblica, dovrebbe anche valutare se i mezzi giustificano il fine, uscendo dalla consueta logica machiavellana che rischia di ingessare ed impoverire l'attività della pubblica amministrazione.
Grazie comunque per l'opportunità che viene data, anche per esternare aspetti di "filosofia del diritto" e rinnovati complimenti per l'ottimo lavoro che state portando avanti.

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Anche alla luce delle recenti modifiche al Codice del Commercio della Regione Toscana e sulla base di esperienza passata, sarà ben probabile che buona parte di coloro che saranno attinti da sanzione amministrativa - solitamente, commercianti stranieri senza fissa dimora o residenti all'estero - alle successive ricerche per notificazione atti, risulteranno irreperibili o, se anche reperibili, risulteranno non solvibili e quindi, non provvederanno a versare quanto stabilito. Questo, con l'ulteriore conseguenza, che le spese di notificazione e di gestione dei verbali (in termini di risorse umane, con un notevole costo per l'Ente) ovvero le c.d. "spese vive", resteranno a carico della P.A.: aggiungendo a queste ultime, le spese di custodia delle attrezzature e delle merci che sono state sequestrate e che non sono state ritirate allo scadere dei 60 gg. stabiliti per il pagamento in misura ridotta (che poi, non è ben chiaro che fine dovranno fare: cose confiscabili o cose abbandonate o che altro... la legge regionale, non aiuta, a riguardo).
Dunque, se e quando l'azione amministrativa venisse effettuata nel solco dei criteri di efficacia dell'azione amministrativa, per altro verso, analoga circostanza potrebbe non essere considerata efficiente, giacché la P.A. sarebbe costretta a spendere più di quello che "guadagna"... ancorché con termine non calzante.
Ciò premesso, la domanda che ne consegue è la seguente: stabilito che il trasgressore è persona senza fissa dimora (ancorché domiciliato presso un terzo) o, comunque, palesemente incapace di poter assolvere al pagamento della sanzione, con un provvedimento motivato del dirigente della struttura burocratica, potrebbe essere previsto che nell'iter sanzionatorio i successivi atti di accertamento si concludano alla prima occasione in cui la notificazione non giunga a buon fine o dalle indagini amministrative di iniziativa, il trasgressore risulti insolvibile? tutto ciò potrebbe rilevare sul piano contabile o anche penale, in ordine al delitto di omissione di atti d'ufficio?
Grazie.

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Salve!

Come risaputo, il comma 15 bis dell'art. 7 del Nuovo Codice della Strada, va a sanzionare chi esercita, senza autorizzazione, il parcheggiatore o guardiamacchine ovvero che ne ha la gestione, anche avvalendosi (nelle forme aggravate) di minori.
Ipotesi che, sul piano sanzionatorio e degli effetti sulla persona (c.d. "daspo urbano"), ha sicuramente i suoi potenziali effetti.

Peraltro, a seguito di approfondimenti sulla configurabilità della fattispecie - secondo la relativa giurisprudenza - siffatta sanzione risulta da ascrivere solo a chi abbia organizzato, in concreto, un "parcheggio privato" (anche se svolto su area pubblica). In buona sostanza e per quanto mi consta, la mera richiesta di una generica elargizione di denaro da parte di uno o più soggetti, presso un parcheggio pubblico, non configura,  l'esercizio dell'attività di parcheggiatore o guardiamacchina.
Altra cosa è, ovviamente, il caso dell'estorsione, quando la somma di denaro viene richiesta con la minaccia di un danno ingiusto al veicolo dell'automobilista o la truffa, se il parcheggiatore rilascia una falsa ricevuta (Circ. M.I. 10.01.2019 § 2, ALL.TO 1).

Ho letto diversi verbali di contestazione dell'illecito indicato in oggetto e, quindi, di "daspo urbano", utilissimi e ben fatti.
Ma resto nel dubbio, circa la concreta ascrivibilità della sanzione a carico di chi riceve una somma di denaro, nell'abito di un parcheggio pubblico - con o senza tariffa pubblica - giacché la stessa potrebbere assurgere ad una mera elargizione di denaro, a scopo solidaristico, che già la Corte Costituzionale ha avuto modo di scriminare (rispetto al reato di accattonaggio) allorché tale richiesta non andasse a travalicare i diritti della persona che decide, liberamente, di solidarizzare con chi è nel bisogno.

E' ben noto, che questa è la comune circostanza cui, spesso, ci troviamo ad assistere, durante i controlli del territorio.

Quindi, sulla base di quanto sopra argomentato, mi interesserebbe sapere che risultato ha dato la prassi adottata dagli uffici che hanno eventualmente sanzionato quelle persone che si sono limitate a chiedere denaro nell'ambito di un parcheggio pubblico, in assenza di altri ed ulteriori indici che dimostrino la trasformazione oggettiva dell'area pubblica, in un'area gestita da un privato, allo scopo economico di organizzarlo in un parcheggio (il caso più emblematico, gli extracomunitari che stazionano presso i parcheggi pubblici tariffati, esterni ai supermercati, ecc.)

Grazie!

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Dettaglio / Re:Chi è l'hobbista?
« il: 25 Gennaio 2019, 08:49:51 »
Intanto, grazie: risposta concreta e senza tanti giri di parole.
A corollario di queste riflessioni, alcuni altri quesiti-considerazioni.

Altri autorevoli commentatori, fanno, infatti, riferimento, alla normativa fiscale e, in via derivata, stabiliscono dei principi di carattere generale, quali la possibilità di non emettere ricevute (se non quando trattino con commercianti: obbligo da riferire più ai secondi, che non ai primi) e, qualora le emettano, di adeguarsi alla normativa fiscale che prevede l'imposta di bollo; il valore limite (€ 250,00) delle cose vendute, oltre le quali si configurerebbe il commercio; il numero massimo annuo di partecipazioni a mercatini vari; ecc: in realtà, sarebbero solo il frutto di ricostruzioni, non aderenti a nessuna norma positiva.

Parliamo, quindi, di una zona grigia della polizia amministrativa ma, se vogliamo, anche di quella fiscale, giacché gli eventuali accertamenti finalizzati alla individuazione della fattispecie, presuppongono l'acquisizione di indizi di non semplice acquisizione: primi fra tutti, quelli finalizzati ad appurare l'esistenza dell'impresa commerciale e/o artigianale.

Per altro verso e quindi valorizzando il valore culturale del "baratto" (antica prassi di scambio, per superare la condizione di bisogno), la facilitazione di questo tipo di attività - magari prevedendo tariffe di occupazione del suolo pubblico ridotte, se non gratuite, ecc. - potrebbe contribuire a dare luogo ad una sorta di "reddito di cittadinanza", dove la persona disagiata (il disoccupato "hobbista"), senza venire umiliata nella sua dignità dall'obolo di Stato (per come oggi viene fatto apparire), potrebbe sentirsi parte attiva del sistema economico-sociale.

Ad ogni buon conto, sarebbe corretto affermare che durante un controllo di polizia amministrativa, ciò che dovremmo sicuramente verificare sono elementi quali:
1. l'effettiva e concreta presenza dell'hobbista che si dichiara tale, presso il punto vendita?
2. l'assoluta non riconducibilità dell'hobbista ad una qualsivoglia attività d'impresa? quindi, verificando il codice fiscale, stabilire se - quale ditta individuale o quale socio di una società di persone o di capitali - risulti iscritto alla camera di commercio o sia titolare di titoli commerciali. Peraltro, sul punto, mantengo un dubbio in ordine al fatto che un commerciante non possa anche fare l'hobbista, qualora i beni che pone in commercio siano diversi da quelli della sua attività d'impresa.
3. la mancanza in loco di quansiasi mezzo di registrazione fiscale?
Cosa ne pensate?

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Dettaglio / Chi è l'hobbista?
« il: 24 Gennaio 2019, 19:16:36 »
Capisco bene, come la domanda possa apparire banale, quasi a dare per scontato chi siano questi soggetti.
Peraltro, per quanto mi consta, non esiste una norma che "canonizzi" il limite di esercizio dell'attività hobbistica.
Forse, per esclusione, si potrebbe dire cosa non sono, in ragione della legge che disciplina una specifica attività.
Possono non essere considerati "commercianti", ma a condizione che i beni che pongono in vendita, non siano acquistati da terzi e rivenduti al consumatore finale... ma se avessero l'hobby di raccogliere cianfrusaglie e, rivendendole, acquistarne altre?
Presa per buona l'esclusione dalla categoria del commerciante (in senso tecnico), si potrebbe dire che l'hobbista è colui che produce in proprio i beni che pone in commercio? ma, allora, non sarebbe meglio considerarlo un artigiano o, se vogliamo, un produttore di opere dell'ingegno creativo (peraltro, escluso di diritto dalla legge commerciale, dall'art. 9, comma 1, lett. i) della l.r. 62/2018)? Peraltro, il riferimento all'opera dell'ingegno è rafforzata dal riferimento all'art. 2575 c.c. e quindi, sarebbe assai riduttivo pensare a questo soggetto, come ad un abile manovale che riesce a riprodurre, in sequenza, un qualsiasi prodotto che non sia caratterizzato dalla originalità.
A cosa mi resta da pensare, in questa ricerca spasmodica nel mondo del diritto positivo, che non mi offre ricerche convincenti?
Forse che - sia nell'impresa commerciale, sia nell'impresa artigiana - l'elemento comune sia proprio l'impresa o, per meglio dire, l'IMPRENDITORE, la cui attività è diretta alla produzione e allo scambio di beni e servizi, come prevede il codice civile.
Astraendo dal mondo del diritto positivo e sempre utilizzando il criterio "per esclusione", dovrei giungere a sostenere che il c.d. hobbista non è un imprenditore, ma scambia beni e servizi, per hobbi e quindi, per diletto...
Giungo a questa definizione astratta, non troppo convinto di questa definizione residuale, a meno che, possa esistere, in concreto, un criterio di valutazione che mi consente di delimitare un limite (se esiste, nel diritto positivo), oltre al quale si diventa IMPRENDITORE.
Qui mi fermo e lasciando aperta la domanda di cui all'oggetto.
Grazie.

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Alla luce delle recenti novità introdotte dalla l.r. Toscana 62/2018, mi pongo e vi pongo un interrogativo sulla natura del sequestro (che io definisco "estortivo") di cui all'art. 116/IV l. cit.
Intanto, il legislatore regionale assurge a "sequestro cautelare" quello relativo alle attrezzature e merci in uso al commerciante su area pubblica, autorizzato ad esercitare il commercio, ma che lo esercita in modo irregolare. Diversamente, il secondo comma dell'art. 13 della l. 689/1981, individua nel "sequestro cautelare", quello inerente le "...cose che possono formare oggetto di confisca amministrativa..." ovvero quelle che "...servirono o furono destinate a commettere la violazione..." oppure quelle delle quali "...la fabbricazione, l'uso, il porto, la detenzione o l'alienazione..." costituisce violazione amministrativa (art. 20 l. 689/81).
Quindi, a parere di chi scrive, il "sequestro estortivo" delle attrezzature e le merci oggetto di cui sopra, resta una mera misura amministrativa, in quanto finalizzata al pagamento della sanzione pecuniaria amministrativa: non a caso, il comma 4 dell'art. 106 l.r. cit., nulla prevede in ordine alla destinazione delle cose sequestrate, qualora non avvenga il pagamento in misura ridotta, entro i canonici sessanta giorni. Le dovremo considerare cose abbandonate o cos'altro e, in tal caso, che cosa ne dovremo fare? In questo caso, infatti, nessun riferimento viene fatto alla confisca amministrativa (vera e propria sanzione accessoria che si applica di diritto), se non in via derivata, se ed in quanto applicabile il principio del combinato di sposto di cui agli artt. 13 e 20 l. 689/81: ma, per quanto già detto, il caso non mi sembra possa essere riferibile al "sequestro estortivo".
In termini di prassi operativa (ch'è poi la cosa di più diretto interesse), come dovremo comportarci ovvero, quali margini di operatività abbiamo rispetto a quello che pare essere un obbligo giuridico che rischia di ingabbiare l'attività della P.A.? Evidentemente, se ogni qualvolta un commerciante commette una mera irregolarità (fatta salva quella inerente la pubblicità dei prezzi), si deve procedere al sequestro ("estortivo"), è immaginabile che l'attività di verifica e controllo, venga sacrificata dalla necessità di adempiere alle formalità necessarie a mantenere inalterate le cose sequestrate: quanto meno per evitare che il commerciante, in una fase successiva, richieda i danni alla P.A., per omessa conservazione del bene sequestrato e (comunque) destinato al commercio.
Chiaro l'intento del legislatore regionale, di contrastare un fenomeno deleterio, quale il commercio irregolare esercitato da chi non è aggredibile sul piano pecuniario, in quanto insolvibile: non è solvibile per la sanzione amministrativa in via breve, ma non lo è neppure in futuro, allorquando alla somma di denaro di cui sopra, si debbono aggiungere quelle necessarie alla successiva attivazione delle procedure di riscossione... quindi, si interrompe subito l'attività e, sequestrando l'oggetto del commercio, si evita che lo stesso possa essere portato a conseguenze ulteriori. Ma la misura, per quanto già detto, è da estendere, oggi, a qualsiasi altro illecito e, soprattutto, a qualsisi altro soggetto, anche solvibile.
Se, per ipotesi, possiamo, infine, paragonare la misura del "sequestro estortivo" a quello che nel codice della strada è il "fermo amministrativo" (art. 207 cod. cit.) applicabile ai veicoli recanti targa non italiana (finalizzato, per l'appunto, al pagamento della sanzione), potremmo trovare una via "più semplice" da applicare, che potremmo definire il "fermo commerciale": in buona sostanza, la merce e le attrezzature oggetto del sequestro potrebbero essere affidate al commerciante (una volta catalogate, fotografate, ecc.), con l'intimazione di cessare l'attività commerciale stessa e, soprattutto, l'uso delle attrezzature e la vendita di quelle stesse merci. In caso di violazione, il "custode" affidatario della merce, sarebbe punibile per l'omessa custodia delle merci ovvero la rimozione degli eventuali sigilli applicati.
Francamente non so se questa ipotesi, possa o non possa essere condivisibile, in punto di diritto ma, certamente, una rigida applicazione della norma, non so quanti e quali vantaggi oggettivi possa portare.
...dura lex sed lex...

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Alla luce dell'interpretazione autentica di cui all'art. 19-bis del d.L. 113/2018, ritenete che anche il concessionario di stabilimento balneare sia tenuto a notificare all'Autorità di P.S. il nominativo di chi prende in locazione un punto ombra della spiaggia, per un perioro inferiore a trenta giorni?
Soprattutto in un periodo in cui gli stranieri non sono facilmente identificabili ne è pensabile che gli stessi abbiano al seguito il passaporto o altro documento di identità personale, tale disposizione sarebbe molto utile a facilitare l'identificazione dello straniero, avvalendosi della registrazione dello stesso presso la direzione del p.e.
Che ne pensate?

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