Forum del Portale Omniavis.it

News:

News

Siamo su LinkedIN con una pagina dedicata agli aggiornamenti di DIRITTO AMMINISTRATIVO (e non solo)
https://www.linkedin.com/groups/3899521

Visualizza post

Questa sezione ti permette di visualizzare tutti i post inviati da questo utente. N.B: puoi vedere solo i post relativi alle aree dove hai l'accesso.


Topics - Giovanni Fontana

Pagine: 1 2 3
1
Di recente, si discute circa l'applicabilità della L.R. 81/2000 alle violazioni alle ordinanze comunali, in luogo della legge 689/1981.
Chi scrive è di diverso avviso.
Ai sensi dell'art. 1 della L.R. cit. (Ogget to e ambito di applicazione), la medesima detta norme per il riordino delle funzioni di sanzionamento amministrativo e per l’applicazione delle sanzioni amministrative nelle mate rie attribui te alla Regione ovvero connesse a funzioni ad essa delegate dallo Stato (comma 1) e, per quanto non previsto dalla citata legge si
applicano le disposizioni di cui alla legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale) e successive modificazioni. In buona sostanza, si tratta di una legge speciale, che, per ragioni interne alla organizzazione regionale, deroga o, per meglio dire, va ad integrare le disposizioni già previste dalla citata l. 689/1981, con particolare riferimento al relativo Capo I, Sezz. I e II.
Per quanto attiene il TUEL approvato con d. Lgs. 267/2000, lo stesso riconosce piena autonomia agli EE.LL. (art. 3) ed in tale ambito si collocano i poteri di ordinanza del sindaco e dei dirigenti, alla stregua di ogni altro regolamento dell'Ente (artt. 7, 50 e 107). A tal fine, il Comune ha un autonomo potere sanzionatorio, stabilito, inequivocabilmente, dall'art. 7-bis TU cit. che, per quanto riguarda l'ambito di applicazione delle medesime sanzioni rimanda alla legge 689/1981 (comma 3, art. 7-bis cit.).
Per quanto mostrato, rimandare l'applicazione delle sanzioni stabilite dal Comune, nell'ambito della propria autonomia, a quanto disposto dalla L.R. 81/2000 per l'applicazione delle sanzioni nelle materie di competenza regionale o delegate alla regione, oltre che non apparire coerente con l'ordinamento giuridico dello Stato, sul piano politico-istituzionale, andrebbe a ledere la stessa autonomia che la Costituzione riconosce agli EE.LL.
In attesa di un gradito confronto, ringrazio per l'attenzione.

2
A seguito di accertamento di illecito amministrativo di competenza comunale ed accertato dalla polizia municipale, giunti alla emanazione dell'ordinanza-ingiunzione, è corretto che il Comandante del Corpo sia anche il firmatario del provvedimento finale?
Personalmente, sono di diverso avviso, giacché, in tal modo, verrebbe meno il principio della terzietà dell'azione amministrativa, in quanto, il responsabile dell'organo dell'accertamento, non può contraddire se stesso, magari archiviando un atto di accertamento che è conseguenza di una propria disposizione di servizio.
Al più, questo potrebbe avvenire in una grande città o, comunque, in una realtà territoriale complessa, dove il Comandante-Dirigente del Corpo assume più un ruolo amministrativo che non operativo, avendo, nella struttura gerarchica sottesa, uno o più comandanti di reparto.
Ma in altre realtà territoriali non complesse, dove il Comandante svolge appieno le funzioni di cui alla l. 65/1986, a mio modo di vedere, tale importante funzione, deve essere demandata ad un dirigente (magari quello del settore specifico) o, in sua assenza, al Segretario Generale.
Avete, a riguarda, delle precedenti prassi amministrative e/o giurisprudenziali da poter consultare?
Grazie.

3
Autorevole dottrina (LINGUANTI/PARADISI), sembra riferire che a seguito delle modifiche apportate al TULPS dal d.L. 5/2012 conv. l. 35/2012 agli artt. 129 e 159 del Reg. TULPS, è possibile:
- effettuare piccoli trattenimenti (ex art. 69 TULPS) all'interno dei p.e. della somministrazione, senza necessità di altra licenza, in quanto l'autorizzazione per l'attività prevalente, assorbe anche le attività soggette alla licenza anzidetta. In buona sostanza e per fare un esempio concreto, il titolare di un bar, potrebbe realizzare all'interno del p.e. un'attività di karaoke, anche maggiorando il prezzo delle bevande o praticando un prezzo per la partecipazione all'evento;
- anche nei circoli privati autorizzati alla vendita di bevande alcoliche ai propri soci, è possibile vendere anche a non soci i propri prodotti.
Cosa ne pensate?
Grazie.

4
Toscana / Art. 95 L.R. 62/2018 - Sanzione applicabile
« il: 07 Luglio 2019, 19:03:02 »
Diversamente da quanto previsto dall'art. 103, comma 2, della previgente L.R. 28/2005, l'omologo art. 114 della vigente L.R. 62/2018 (modif. art. 12 L.R. 16/2019) non prevede un'analoga fattispecie sanzionatoria residuale e quindi, l'art. 95 (Cessazione dell'attività) della prefata L.R. 62/2018, parrebbe priva di specifica sanzione.
In prima battuta, si potrebbe pensare, che lo stesso legislatore, pur prevedendo l'obbligo di comunicare la cessazione dell'attività nei termini previsti dall'art. 95 da ultimo citato, di fatto, non abbia voluto sanzionare l'eventuale inottemperanza, anche sul presupposto che chi subentra, comunque, nell'attività cessata, è tenuto a presentare la comunicazione prevista all'art. 90, comma 2 della L.R. 62/2018 (in difetto, si applica, questa volta, la sanzione di cui all'art. 114, comma 2, L.R. cit.)...non è da escludere un refuso.
Peraltro, proprio all'art. 90, comma 4 della L.R. 62/2018, è ribadito che "...la comunic azione di cui al comma 2 non è richiesta qualora, alla cessazione del contratto di affitto di azienda, il titolare del titolo abilitativo intenda cessare l'attività, dovendosi in tal caso presentare solo la comunicazione di cui all'articolo 95...". Quindi, sembra che l'obbligo di comunicare la cessazione dell'attività è cogente ed inderogabile.
Non di meno, lo stesso legislatore, va a evidenziare l'importanza di simile obbligo, allorquando, in altra parte della L.R. 62/2018, all'art. 16, comma 5, stabilisce (per i c.d. Temporary store) che "...decorso il termine indicato nella SCIA, questa cessa di produrre effetti giuridici e non è necessario presentare la comunicazione di cui all'articolo 95...": evidentemente, in tutti gli altri casi, tale obbligo è inderogabile.
Fatta questa premessa, ritenete che l'obbligo di comunicare la cessazione dell'attività sia inderogabile?
In tal caso, quale sanzione si può applicare?
Grazie!

5
Per meglio comprendere la natura del quesito, giova fare alcune premesse di ordine generale, in relazione alle quali, un eventuale parere contrario, condurrebbe a diverse conclusioni.

A parere di chi scrive, affinché si verifichi la c.d. reiterazione delle violazioni (ex art. 8-bis, comma 1, l. 689/1981), debbono sussistere le seguenti condizioni:
1. un periodo di osservazione di cinque anni dall'ultima violazione accertata con provvedimento esecutivo;
2. nell'arco di questo quinquennio, si siano verificate almeno due violazioni della stessa indole, da parte del medesimo soggetto.
In definitiva, si tratta di una indagine che produce effetti "a posteriori", con le ulteriori specifiche:
1. quanto al periodo di osservazione, lo stesso decorre dalla data del primo atto di accertamento ovvero del primo verbale non impugnato, tanto da avere prodotto effetti (emissione dell'ordinanza- ingiunzione non opposta);
2. entrambi i verbali di accertamento sottoposti al periodo di osservazione, debbono essere considerati esecutivi: quindi, non è sufficiente che sia stata emessa la relativa ordinanza-ingiunzione, ma è necessario che la stessa sia "convalidata", o dal giudice che in sede di opposizione conferma la violazione, o in conseguenza della mancata presentazione dell'opposizione da parte del trasgressore (implicita accettazione delle conseguenze del suo comportamento illecito).

Ciò premesso, vengo adesso al quesito odierno.

Al quinto comma, dell'art. 8-bis citato, l'ultimo periodo stabilisce della reiterazione quanto segue: "Essa non opera nel caso di pagamento in misura ridotta". Come il verbale di accertamento non è da considerare un titolo esecutivo, ma una mera descrizione di un fatto cui corrisponde - in ipotesi - un illecito amministrativo, il relativo pagamento in misura ridotta, non va qualificato come l'accettazione, da parte del trasgressore, delle conseguenze di quel comportamento. In buona sostanza (a parere di chi scrive), il c.d. "fatto illecito" potrebbe essere considerato anche un "fatto lecito" da parte di chi subisce l'atto di accertamento, ma per quest'ultimo, può essere più conveniente pagare subito, piuttosto che proseguire oltre nel procedimento sanzionatorio; vantaggio che riverbera anche nella efficienza amministrativa, giacché è meglio ottenere una prestazione certa, adesso, che attenderne una incerta, successivamente e con tutte le spese accessorie che ne conseguono. Insomma, una sorta di "patteggiamento amministrativo" tra trasgressore e pubblica amministrazione, che conviene ad entrambi e, se vogliamo, sul piano giustiziale, una sorta di "opportunità" (funzione rieducativa), per chi ha commesso la violazione, di essere punito, con una pena certa e, probabilmente, meno affliggente di quella definitiva.
Proprio perché il pagamento in misura ridotta ha una natura diversa da quella dell'accettazione della responsabilità sul fatto (sempre a parere di chi scrive), con questa, non possono essere applicate le conseguenze della reiterazione.

Se (e vengo alla domanda, scusandomi per la lunga premessa), invece, il trasgressore decide di pagare la sanzione ingiunta con l'ordinanza emessa ex art. 18 l. 689/1981, la stessa sortisce i medesimi effetti di cui sopra e quindi, anche in questo caso, non possono essere applicate le conseguenze della reiterazione?

Io sono di parere contrario.
Intanto, l'inciso di cui sopra (art. 8-bis, comma quinto l. 689/1981), richiama, esclusivamente, il c.d. "pagamento in misura ridotta"; in quanto il pagamento della sanzione stabilita dall'autorità amministrativa e non opposta, è già stata oggetto di contenzioso ed ha portato ad una prima valutazione di un "organo terzo", rispetto agli effetti del mero atto di accertamento che ha originato il procedimento sanzionatorio.
In buona sostanza, a parere di chi scrive, il pagamento della sanzione stabilita nell'ordinanza-ingiunzione produce gli effetti previsti per l'applicazione della reiterazione.

Sarei particolarmente grato, di conoscere al più presto il vostro parere e, soprattutto, se esistono già dei precedenti a riguardo, o a favore o contro la tesi prospettata.

Grazie.

6
In relazione alle prescrizioni previste da una nostra ordinanza demaniale, viene stabilito che la relativa inosservanza è sanzionata da 100 a 1000 euro, in relazione all'art. 1164 Cod. Navigazione.
Da un prontuario della Capitaneria di porto - Guardia Costiera di Genova, si evince che il procedimento viene "definito" con la "Capitaneria di porto / Regione", senza specificare, a chi vadano inoltrati gli scritti difensivi e a chi effettuare il pagamento della s.m.r. pari ad euro 200,00
Quindi, presumo che questi scritti difensivi vadano presentati al Presidente della G.R. della Toscana, ma non sono altrettanto certo del fatto che il pagamento vada effettuato a favore della Regione Toscana, giacché lo stesso Ente è delegato ad esercitare le funzioni dello Stato, ma non credo possa anche "godere" dei "benefici che derivano dall'attività sanzionatoria.
Potete meglio chiarire la questione?
Grazie!

7
In tema di accertamento di illecito amministrativo in materia di somministrazione, non è sempre agevole accertare in concreto la fattispecie sanzionata.
A parere di chi scrive, l'accertamento dell'illecito può essere anche dedotto dall'organo di vigilanza, sulla base di indizi di derivazione processualpenalistica (del resto, la legge 689/1981, sebbene citata come legge sulla depenalizzazione, come correttamente indicato nella relativa rubrica comporta "modifiche al sistema penale"), gravi, precisi e concordanti.
Altri ritengono, invece, che senza l'accertamento (sensoriale) diretto del P.U., non è sostenibile l'accertamento di illecito meramnte dedotto.
Ciò premesso, sempre a parere di chi scrive, mancano, ovviamente, i presupposti della c.d. "fede privilegiata" di cui all'art. 2700 del C.C. ma, ciò non toglie, che secondo il libero convincimento del giudice - quindi, secondo un giudizione che pone il privato e la P.A. sul medesimo livello - l'atto di accertamento possa, comunque, essere confermato, in sede di giudizio, perché adeguatamente motivato.
Gradirei sapere il Vs. autorevole parere in merito e, soprattutto, se esiste giurisprudenza sul tema a sostegno di quanto affermato da chi scrive.
Ringrazio e resto in attesa di una cortese risposta.

8
Alla luce della normativa e della prassi esistente, chi scrive, è dell'avviso che l'obbligo di portare al seguito idoneo estintore, è da riferire, esclusivamente, al commerciante su a.p.  che trasporta merci del settore ALIMENTARE e faccia uso del GPL e, comunque, soggetti al protocollo ARD.

Ci viene richiesto di estendere analogo controllo, ai commercianti su a.p. del settore NON ALIMENTARE che stazionano presso i mercati.

Ciò premesso, si chiede cortesemente se tale obbligo possa essere effettivamente esteso anche a questa categoria di commercianti e, in tal caso, in base a quiale normativa/prassi.

Ringrazio.

Giovanni Fontana

9
Anche alla luce delle recenti modifiche al Codice del Commercio della Regione Toscana e sulla base di esperienza passata, sarà ben probabile che buona parte di coloro che saranno attinti da sanzione amministrativa - solitamente, commercianti stranieri senza fissa dimora o residenti all'estero - alle successive ricerche per notificazione atti, risulteranno irreperibili o, se anche reperibili, risulteranno non solvibili e quindi, non provvederanno a versare quanto stabilito. Questo, con l'ulteriore conseguenza, che le spese di notificazione e di gestione dei verbali (in termini di risorse umane, con un notevole costo per l'Ente) ovvero le c.d. "spese vive", resteranno a carico della P.A.: aggiungendo a queste ultime, le spese di custodia delle attrezzature e delle merci che sono state sequestrate e che non sono state ritirate allo scadere dei 60 gg. stabiliti per il pagamento in misura ridotta (che poi, non è ben chiaro che fine dovranno fare: cose confiscabili o cose abbandonate o che altro... la legge regionale, non aiuta, a riguardo).
Dunque, se e quando l'azione amministrativa venisse effettuata nel solco dei criteri di efficacia dell'azione amministrativa, per altro verso, analoga circostanza potrebbe non essere considerata efficiente, giacché la P.A. sarebbe costretta a spendere più di quello che "guadagna"... ancorché con termine non calzante.
Ciò premesso, la domanda che ne consegue è la seguente: stabilito che il trasgressore è persona senza fissa dimora (ancorché domiciliato presso un terzo) o, comunque, palesemente incapace di poter assolvere al pagamento della sanzione, con un provvedimento motivato del dirigente della struttura burocratica, potrebbe essere previsto che nell'iter sanzionatorio i successivi atti di accertamento si concludano alla prima occasione in cui la notificazione non giunga a buon fine o dalle indagini amministrative di iniziativa, il trasgressore risulti insolvibile? tutto ciò potrebbe rilevare sul piano contabile o anche penale, in ordine al delitto di omissione di atti d'ufficio?
Grazie.

10


Salve!

Come risaputo, il comma 15 bis dell'art. 7 del Nuovo Codice della Strada, va a sanzionare chi esercita, senza autorizzazione, il parcheggiatore o guardiamacchine ovvero che ne ha la gestione, anche avvalendosi (nelle forme aggravate) di minori.
Ipotesi che, sul piano sanzionatorio e degli effetti sulla persona (c.d. "daspo urbano"), ha sicuramente i suoi potenziali effetti.

Peraltro, a seguito di approfondimenti sulla configurabilità della fattispecie - secondo la relativa giurisprudenza - siffatta sanzione risulta da ascrivere solo a chi abbia organizzato, in concreto, un "parcheggio privato" (anche se svolto su area pubblica). In buona sostanza e per quanto mi consta, la mera richiesta di una generica elargizione di denaro da parte di uno o più soggetti, presso un parcheggio pubblico, non configura,  l'esercizio dell'attività di parcheggiatore o guardiamacchina.
Altra cosa è, ovviamente, il caso dell'estorsione, quando la somma di denaro viene richiesta con la minaccia di un danno ingiusto al veicolo dell'automobilista o la truffa, se il parcheggiatore rilascia una falsa ricevuta (Circ. M.I. 10.01.2019 § 2, ALL.TO 1).

Ho letto diversi verbali di contestazione dell'illecito indicato in oggetto e, quindi, di "daspo urbano", utilissimi e ben fatti.
Ma resto nel dubbio, circa la concreta ascrivibilità della sanzione a carico di chi riceve una somma di denaro, nell'abito di un parcheggio pubblico - con o senza tariffa pubblica - giacché la stessa potrebbere assurgere ad una mera elargizione di denaro, a scopo solidaristico, che già la Corte Costituzionale ha avuto modo di scriminare (rispetto al reato di accattonaggio) allorché tale richiesta non andasse a travalicare i diritti della persona che decide, liberamente, di solidarizzare con chi è nel bisogno.

E' ben noto, che questa è la comune circostanza cui, spesso, ci troviamo ad assistere, durante i controlli del territorio.

Quindi, sulla base di quanto sopra argomentato, mi interesserebbe sapere che risultato ha dato la prassi adottata dagli uffici che hanno eventualmente sanzionato quelle persone che si sono limitate a chiedere denaro nell'ambito di un parcheggio pubblico, in assenza di altri ed ulteriori indici che dimostrino la trasformazione oggettiva dell'area pubblica, in un'area gestita da un privato, allo scopo economico di organizzarlo in un parcheggio (il caso più emblematico, gli extracomunitari che stazionano presso i parcheggi pubblici tariffati, esterni ai supermercati, ecc.)

Grazie!

11
Commercio (dettaglio) e forme speciali / Chi è l'hobbista?
« il: 24 Gennaio 2019, 19:16:36 »
Capisco bene, come la domanda possa apparire banale, quasi a dare per scontato chi siano questi soggetti.
Peraltro, per quanto mi consta, non esiste una norma che "canonizzi" il limite di esercizio dell'attività hobbistica.
Forse, per esclusione, si potrebbe dire cosa non sono, in ragione della legge che disciplina una specifica attività.
Possono non essere considerati "commercianti", ma a condizione che i beni che pongono in vendita, non siano acquistati da terzi e rivenduti al consumatore finale... ma se avessero l'hobby di raccogliere cianfrusaglie e, rivendendole, acquistarne altre?
Presa per buona l'esclusione dalla categoria del commerciante (in senso tecnico), si potrebbe dire che l'hobbista è colui che produce in proprio i beni che pone in commercio? ma, allora, non sarebbe meglio considerarlo un artigiano o, se vogliamo, un produttore di opere dell'ingegno creativo (peraltro, escluso di diritto dalla legge commerciale, dall'art. 9, comma 1, lett. i) della l.r. 62/2018)? Peraltro, il riferimento all'opera dell'ingegno è rafforzata dal riferimento all'art. 2575 c.c. e quindi, sarebbe assai riduttivo pensare a questo soggetto, come ad un abile manovale che riesce a riprodurre, in sequenza, un qualsiasi prodotto che non sia caratterizzato dalla originalità.
A cosa mi resta da pensare, in questa ricerca spasmodica nel mondo del diritto positivo, che non mi offre ricerche convincenti?
Forse che - sia nell'impresa commerciale, sia nell'impresa artigiana - l'elemento comune sia proprio l'impresa o, per meglio dire, l'IMPRENDITORE, la cui attività è diretta alla produzione e allo scambio di beni e servizi, come prevede il codice civile.
Astraendo dal mondo del diritto positivo e sempre utilizzando il criterio "per esclusione", dovrei giungere a sostenere che il c.d. hobbista non è un imprenditore, ma scambia beni e servizi, per hobbi e quindi, per diletto...
Giungo a questa definizione astratta, non troppo convinto di questa definizione residuale, a meno che, possa esistere, in concreto, un criterio di valutazione che mi consente di delimitare un limite (se esiste, nel diritto positivo), oltre al quale si diventa IMPRENDITORE.
Qui mi fermo e lasciando aperta la domanda di cui all'oggetto.
Grazie.

12
Alla luce delle recenti novità introdotte dalla l.r. Toscana 62/2018, mi pongo e vi pongo un interrogativo sulla natura del sequestro (che io definisco "estortivo") di cui all'art. 116/IV l. cit.
Intanto, il legislatore regionale assurge a "sequestro cautelare" quello relativo alle attrezzature e merci in uso al commerciante su area pubblica, autorizzato ad esercitare il commercio, ma che lo esercita in modo irregolare. Diversamente, il secondo comma dell'art. 13 della l. 689/1981, individua nel "sequestro cautelare", quello inerente le "...cose che possono formare oggetto di confisca amministrativa..." ovvero quelle che "...servirono o furono destinate a commettere la violazione..." oppure quelle delle quali "...la fabbricazione, l'uso, il porto, la detenzione o l'alienazione..." costituisce violazione amministrativa (art. 20 l. 689/81).
Quindi, a parere di chi scrive, il "sequestro estortivo" delle attrezzature e le merci oggetto di cui sopra, resta una mera misura amministrativa, in quanto finalizzata al pagamento della sanzione pecuniaria amministrativa: non a caso, il comma 4 dell'art. 106 l.r. cit., nulla prevede in ordine alla destinazione delle cose sequestrate, qualora non avvenga il pagamento in misura ridotta, entro i canonici sessanta giorni. Le dovremo considerare cose abbandonate o cos'altro e, in tal caso, che cosa ne dovremo fare? In questo caso, infatti, nessun riferimento viene fatto alla confisca amministrativa (vera e propria sanzione accessoria che si applica di diritto), se non in via derivata, se ed in quanto applicabile il principio del combinato di sposto di cui agli artt. 13 e 20 l. 689/81: ma, per quanto già detto, il caso non mi sembra possa essere riferibile al "sequestro estortivo".
In termini di prassi operativa (ch'è poi la cosa di più diretto interesse), come dovremo comportarci ovvero, quali margini di operatività abbiamo rispetto a quello che pare essere un obbligo giuridico che rischia di ingabbiare l'attività della P.A.? Evidentemente, se ogni qualvolta un commerciante commette una mera irregolarità (fatta salva quella inerente la pubblicità dei prezzi), si deve procedere al sequestro ("estortivo"), è immaginabile che l'attività di verifica e controllo, venga sacrificata dalla necessità di adempiere alle formalità necessarie a mantenere inalterate le cose sequestrate: quanto meno per evitare che il commerciante, in una fase successiva, richieda i danni alla P.A., per omessa conservazione del bene sequestrato e (comunque) destinato al commercio.
Chiaro l'intento del legislatore regionale, di contrastare un fenomeno deleterio, quale il commercio irregolare esercitato da chi non è aggredibile sul piano pecuniario, in quanto insolvibile: non è solvibile per la sanzione amministrativa in via breve, ma non lo è neppure in futuro, allorquando alla somma di denaro di cui sopra, si debbono aggiungere quelle necessarie alla successiva attivazione delle procedure di riscossione... quindi, si interrompe subito l'attività e, sequestrando l'oggetto del commercio, si evita che lo stesso possa essere portato a conseguenze ulteriori. Ma la misura, per quanto già detto, è da estendere, oggi, a qualsiasi altro illecito e, soprattutto, a qualsisi altro soggetto, anche solvibile.
Se, per ipotesi, possiamo, infine, paragonare la misura del "sequestro estortivo" a quello che nel codice della strada è il "fermo amministrativo" (art. 207 cod. cit.) applicabile ai veicoli recanti targa non italiana (finalizzato, per l'appunto, al pagamento della sanzione), potremmo trovare una via "più semplice" da applicare, che potremmo definire il "fermo commerciale": in buona sostanza, la merce e le attrezzature oggetto del sequestro potrebbero essere affidate al commerciante (una volta catalogate, fotografate, ecc.), con l'intimazione di cessare l'attività commerciale stessa e, soprattutto, l'uso delle attrezzature e la vendita di quelle stesse merci. In caso di violazione, il "custode" affidatario della merce, sarebbe punibile per l'omessa custodia delle merci ovvero la rimozione degli eventuali sigilli applicati.
Francamente non so se questa ipotesi, possa o non possa essere condivisibile, in punto di diritto ma, certamente, una rigida applicazione della norma, non so quanti e quali vantaggi oggettivi possa portare.
...dura lex sed lex...

13
Alla luce dell'interpretazione autentica di cui all'art. 19-bis del d.L. 113/2018, ritenete che anche il concessionario di stabilimento balneare sia tenuto a notificare all'Autorità di P.S. il nominativo di chi prende in locazione un punto ombra della spiaggia, per un perioro inferiore a trenta giorni?
Soprattutto in un periodo in cui gli stranieri non sono facilmente identificabili ne è pensabile che gli stessi abbiano al seguito il passaporto o altro documento di identità personale, tale disposizione sarebbe molto utile a facilitare l'identificazione dello straniero, avvalendosi della registrazione dello stesso presso la direzione del p.e.
Che ne pensate?

14
Sanzioni Amministrative / Notifica ordinanza ingiunzione
« il: 07 Novembre 2018, 13:45:07 »
Un collega, riferisce che in sede di notifica di ordinanza a cittadini extracomunitari irreperibili, la sanzione può essere applicata, anche se l'ordinanza ingiunzione non ha raggiunto il soggetto sanzionato: in definitiva, non gli è stata notificata
Io non ne sono troppo convinto e quindi vi chiedo se avete simili precedenti.
Sarebbe importante, soprattutto per consentire non spendere inutilmente in ricerche assurde, soggetti irreperibili.

15
Ci siamo confronttati, nel merito del fatto, che a parere di alcuni operatori, durante un controllo di polizia amministrativa presso un circolo privato, è ammissibile che alcuni avventori (ospiti) risultino sprovvisti della iscrizione al circolo privato.

Altri operatori, diversamente, ritengono che tutte le persone presenti all'interno del circolo privato debbono essere iscritte al circolo.

Altri ancora, ritengono che tutti coloro (ospiti o meno) che consumano alimenti e bevande, ancorché ospiti, debbono essere iscritti al circolo, ad esclusione delle persone che non usufruiscono del servizio di somministrazione.

Esistono precedenti amministrativi o giudiziari, utili ad attestarsi su una di queste posizioni?

Grazie.

16
Sanità e sicurezza / Sanzioni in materia di alimenti e bevande
« il: 12 Marzo 2018, 07:58:52 »
Sebbene la polizia locale non abbia competenze specifiche in materia, ma dovendo, comunque, istruire il relativo procedimento sanzionatorio per quelle violazioni accertate nel ns. Comune dai competenti organi, mi è giunta notizia che recentemente, sono state inasprite le sanzioni relative alla vendita/somministrazione degli alimenti e delle bevande.
Si tratta di una generica informazione, senza particolari riferimenti normativi.
Potete confermarmi, o meno, tale notizia e, in tal caso, fornirmi gli estremi della fonte?
Grazie!

17
Sanità e sicurezza / Vendita alimenti su area pubblica
« il: 10 Gennaio 2018, 17:03:44 »
Si avvicina il periodo in cui, torneranno a fioccare i soliti problemi, già oggetto di precedenti confronti.
Approfondendo la lettura del Regolamento CE 852/2004, come attuato dal d. Lgs. 193/2007, all'art. 1, comma 2 del regolamento comunitario, rilevo che lo stesso NON SI APPLICA [...] alla  fornitura  diretta  di  piccoli quantitativi di  prodotti  primari  dal  produttore  al  consumatore  finale o a dettaglianti locali che forniscono direttamente il consumatore finale (lett. c) del comma da ultimo citato), così come accade, alle mie latitudini, da parte di alcuni extracomunitari che producono e vendono i loro prodotti ai propri connazionali su area pubblica.
La competente Azienda sanitaria, anche per altre motivazioni, ci ha già fatto capire che sarà abbastanza difficile che i propri tecnici della prevenzione possano intervenire e che la nostra competenza in materia (polizia municipale), è molto discutibile... se poi ci aggiungiamo che i quantitativi di alimenti prodotti, sono effettivamente molto contenuti, se non in relazione a questi nuclei etnici, beh...
Ad ogni buon conto, il medesimo regolamento, stabilisce ulteriormente (comma 3) che gli   Stati   membri   stabiliscono,   in   conformità   della   legislazione   nazionale,   norme   che   disciplinano  le  attività  di  cui  al  paragrafo  2,  lettera  c).  Siffatte  norme  nazionali  garantiscono  il   conseguimento degli obiettivi del presente regolamento.
Quindi, al di la di come la pensiate, siete a conoscenza se nella legislazione nazionale esista una disposizione dello Stato o della Regione che vada a disciplinare la vendita di alimenti nelle forme contemplate alla lett. c del comma 2 dell'art. 1 del Reg.  CE 852/2004?
In subordine, condividete l'idea che il Comune, in assenza di una legislazione nazionale o regionale, possa disciplinare tale modalità di vendita degli alimenti e delle bevande?
Grazie.

18
COMMERCIO aree pubbliche / Dislocazione posteggi mercati e sicurezza
« il: 01 Novembre 2017, 09:33:28 »
Anche alla luce delle nuove "direttive Minniti", a quali eventuali riferimenti normativi si deve fare riferimento per individuare i posteggi presso mercati e fiere? Giova precisare che mi riferisco, esclusivamente, al commercio del settore NON ALIMENTARE, dove NON SONO USATE fiamme libere, liquidi/gas combustibili, camion-negozio alimentari e simili.
Grazie

19
Un'associazione culturale, intende organizzare su di una piazza, una riunione di persone e, nell'occasione, offrire cibi e bevande e proiettare un filmato su maxischermo.
A mio modo di vedere, in questo caso, mancando la finalità d'impresa (è tutto gratis), il promotore non è assoggettato a nessun regime amministrativo e quindi non necessita ne di alcuna autorizzazione per la somministrazione temporanea e per il pubblico spettacolo (L.R. Toscana 28/2005 e art. 68 TULPS); altri, ritengono, invece, che il soggetto sia tenuto ad ottenere simili autorizzazioni e, per l'installazione del maxischermo, deve ottenere anche la valutazione della commisione di vigilanza.
Personalmente, ritengo che unico obbligo del promotore è quello di avvisare l'Autorità di P.S., entro tre giorni dall'evento (ex art. 18 TULPS); semmai sarà poi l'Autorità di P.S., a richiedere di integrare l'avviso con l'eventuale concessione per l'occupazione del suolo pubblico occupato dalle attrezzature per la somministrazione e la diffusione video. Quanto alla sicurezza dei luoghi - compresa l'idoneità allo scopo del maxiscermo - sarà sempre l'Autorità di P.S. a verificarne le condizioni.
Ritengo che in questo caso, il Comune non ha nessuna competenza in merito e che, laddove l'Autorità di P.S. non opponga divieto o non stabilisca prescrizioni, la riunione può essere fatta senza altri particolari adempimenti.
Che ne pensate?

20
Come già detto in altro post, abbiamo urgenza a fare dei controlli inerenti l'oggetto e, secondo l'Azienda USL competente per territorio, la notifica sanitaria è prevista per la sola impresa familiare, ma non per gli eventuali veicoli che utilizza. Questo, in base al contenuto della circolare di cui alla delibera della G.R. Toscana 470/2007, esecutiva del regolamento regionale approvato con d.P.G.R. 01.08.2006, n. 40.
In buona sostanza, la citata circolare, pur prevedendo che all'interno della notifica sanitaria presentata dall'impresa familiare vi sia anche un modello per inserire la tipologia di veicoli utilizzati, demanda ad un "gruppo di lavoro" il compito di predisporla. Ma, allo stato, risulterebbe che questo gruppo di lavoro non abbia ancora predisposto questo modello e dunque, l'impresario familiare, per quanto abbia l'obbligo di indicare il/i veicolo/i che utilizza per trasportare gli alimenti/bevande che intende vendere su area pubblica, non può farlo, in concreto, per carenza documentale.
A questo punto, l'unica violazione che l'organo di controllo (secondo l'Az. USL sentita, ci sono riserve sulla competenza della polizia locale, riguardando attività specifica dei tecnici della prevenzione) può accertare, è l'inidoneità, in concreto (veisolo sudicio, alimenti non protettio, ecc.) del trasporto degli alimenti/bevande.
Nel caso specifico, il trasporto avviene con una comune autovettura, per il tramite di contenitori di varo tipo, tra cui, alimenti autoprodotti e sporzionati in vaschette, prive di etichetta.
Cosa ne pensate?
Grazie.

21
Una richiesta urgente.
Al fine di predisporre un controllo sistematico su itineranti su a.p. che trasportano, per la vendita, alimenti/bevande, preconfezionate e non, ho predisposto un prontuario interno, relativamente al quale, chiedo cortesemente un Vs. parere circa il destinatario dei proventi e l'autorità cui ricorrere. In specie:

a) art. 6/II, Reg. CE 852/2004 e art. 6/III, d. Lgs. 193/2007, mancata presentazione della notifica sanitaria dell'impresa alimentare ove vengono confezionati gli alimenti/bevande.
Ancorché da riferire a violazione accertata in altro Comune (dove avviene la vendita), è corretto individuare come destinatario dei proventi il Comune ove avviene la manipolazione e come autorità competente, il relativo Sindaco?

b) All.to II Cap. IV Reg. CE 852/2004 e art. 6/V, d. Lgs. 193/2007
Trasporto alimenti con veicolo igienicamente inadeguato: proventi al Comune ove la violazione è stata accertata e Sindaco del medesimo Comune, autorità competente a ricevere gli scritti difensivi

c) Reg. CE 2073/2005 e art. 6/VI, d. Lgs. 193/2007
Itinerante che trasporta alimenti/bevande privo del manuale di autocontrollo: proventi al Comune ove la violazione è stata accertata e Sindaco del medesimo Comune, autorità competente a ricevere gli scritti difensivi

d) Reg. CE 1169/2011 e d. Lgs. 109/1992
Etichettatura dei prodotti alimentari: proventi al Comune ove la violazione è stata accertata e Sindaco del medesimo Comune, autorità competente a ricevere gli scritti difensivi

Condividete o ci sono delle variazioni da prevedere?

Grazie.

N.B.: COMPETENZA ESCLUSIVA DELLA REGIONE. Mi dicono, invece, che per quanto riguarda la mancata presentazione della notifica sanitaria relativa al laboratorio di produzione alimentare, la competenza è del COMUNE.

22
TULPS e polizia amministrativa / Licenza P.S. ex artt. 68 s.
« il: 28 Novembre 2016, 13:41:25 »
Nella prossimità delle prossime feste natalizie ed anche alla luce di quanto già deciso con Sentenze della Corte Costituzionale 142/1967 e 56/1970, è parere di chi scrive, che gli eventuali spettacoli o trattenimenti effettuati su aree pubbliche ed organizzati direttamente dal Comune - ancorché posti in essere da imprendtori quali musicisti, artisti di strada, ecc. - non siano soggetti al dalcuna licenza di polizia (ex art. 68 s. del TULPS); in tal caso, è lo stesso Ente Locale e per esso il dirigente cui è affidato il compito di organizzare l'evento, ad assumere ogni responsabilità in ordine alle problematiche afferenti la sicurezza, comprese le eventuali prescrizioni rivolte - a tal fine - all'imprenditore cui è affidato il compito di realizzare, in concreto, l'evento stesso; altri ritengono che anche il Comune e quindi, il Dirigente che lo rappresenta, deve ottenere la licenza dal Comune.
Analogamente, ritengo che se il trattenimento/spettacolo è organizzato dal privato, ma senza alcuno scopo d'impresa, ex art. 2082 c.c. (quindi, non viene pagato un biglietto d'ingresso, non comporta consumazioni, o altro vantaggio economico, diretto o indiretto), l'organizzatore ha l'unico obbligo di vedersi concedere il suolo pubblico. Per quanto attiene eventuali adempimenti sulla sicurezza, sarà lo stesso organizzatore a garantire l'idoneità degli impianti, palchi, ecc. Altri, a maggior ragione, ritengono che l'organizzatore debba ottenere la licenza di cui sopra.
Infine, ritengo che anche nell'ambito di una attività di impresa già autorizzata (tipo un bar o un ristorante), eventuali spettacoli (non ritengo che ciò possa valere per i trattenimenti) che non comportino cambio di destinazione d'uso dei locali, siano ammissibili e quindi non soggetti a licenza, a condizione che non venga pagato un biglietto d'ingresso, un aumento sulla consumazione, od altra attività d'impresa aggiunta - quindi, non congiunta - a quella regolarmente autorizzata.
E' condivisibile l'impostazione?
Grazie!

23
Il caso.
A (commerciante su area pubblica) cede in vendita a B (titolare di posteggio su area pubblica) le proprie merci e B, contestualmente, le rivende al consumatore finale.
Talvolta A viene assunto da B mentre vende le merci che questi poco prima gli aveva ceduto in vendita.

Si tratta di una "pratica commerciale" che rischia di diffondersi, "dequalificando" - a mio modo di vedere - il mercato e facendo perdere la "personalità" del posteggio; tra l'altro, potrebbe anche determinare squilibri commerciali tra posteggi contermini che vendono le medesime merci.

Forse, tale pratica potrebbe avere una qualche rilevanza fiscale e quindi, se così fosse, andrebbe segnalata alla GdF per le verifiche del caso.
Non da meno, potrebbe avere rilevanza nel settore della tutela del lavoratore, anche se, con il sistema dei vaucher (è ammissibile tra due imprenditori?) questa riserva potrebbe essere superata.

Restando nel campo commerciale, come disciplinato dalla L.R. 28/2005, però, sono dell'avviso che si debba ben considerare la diversa portata del commercio all'ingrosso da quello su area pubblica.

Per definizione (art. 29, comma 1, lett. a), infatti, per commercio su aree pubbliche, si intendono "...le attività di vendita al dettaglio e di somministrazione di alimenti e bevande effettuate sulle aree pubbliche, comprese quelle del demanio marittimo o su aree private delle quali il comune abbia la disponibilità...".
Della vendita al dettaglio, se ne parla nel Capo III del Tit.II della L.R. cit. (DISCIPLINA DELL'ATTIVITA' COMMERCIALE - Commercio in sede fissa) e la si definisce (art. 15, comma 1, lett. b) come "...l’attività svolta da chiunque professionalmente acquista merci in nome e per conto proprio e le rivende, su aree private in sede fissa o mediante altre forme di distribuzione, direttamente al consumatore finale...".
Estensivamente, il comerciante su area pubblica può vendere le proprie merci solo al consumatore finale, ma non anche su area privata in quanto, in tal caso, si dovrebbe, necessariamente, parlare di commercio al dettaglio in sede fissa.
Diversamente, nella definzione di commerciante all'ingrosso (art. 15, comma 2, lett. a), la L.R. 28/2005 non fa alcun riferimento al luogo di vendita (area privata o pubblica), ma solo al destinatario della merce: è tale "...l'attività svolta da chiunque professionalmente acquista merci in nome e per conto proprio e le rivende ad altri commercianti, all'ingrosso o al dettaglio, o ad utilizzatori professionali, o ad altri utilizzatori in grande...".
Quindi, il commercio tra commercianti (in area privata o pubblica che dir si voglia) non può avvenire, se non quando il grossista, cede le proprie merci al commerciante.

In conclusione, sarei portato a ritenere che questa pratica non potrebbe avvenire a meno che A, prima di essere un commerciante su area pubblica, sia un commerciante all'ingrosso.
Conseguentemente, se l'impostazione è condivisibile, laddove venisse accertato in concreto la fattispecie di cui all'esempio, quale tipo di sanzione dovrebbe essere applicata? La violazione residuale di cui all'art. 102, comma 4 da riferire a quanto indicato all'art. 15, comma 1, lett. a della L.R. 28/2005 o quale altra?
Grazie.

24
Ci si pone il problema di come dover valutare più commercianti su area pubblica che, a parità di numero di presenze sul mercato o sulla fiera, hanno maturato una diversa situazione, in relazione alla data di iscrizione alla CCIAA della impresa.
Infatti, mentre l’art. 34, comma 5 del Cod. Commercio Toscana, stabilisce che si debba tener conto “…dell’anzianità complessiva dell’impresa maturata, anche in modo discontinuo, dal soggetto richiedente e comprovata dall’iscrizione quale impresa attiva nel registro delle imprese…”, il nostro Reg. Com.le sui mercati (art. 11, comma 2), prevede che si debba tener conto “…dell’anzianità maturata dal soggetto richiedente nel registro delle imprese, per l’attività di commercio su aree pubbliche…”.
A parere di chi scrive, quindi, si debbono fare due diverse riflessioni sulla:
1) disposizione da applicare in concreto;
2) interpretazione della norma da applicarsi al caso concreto.
A mio modo di vedere, la disposizione comunale non è conforme al contenuto della legge regionale (per i motivi che andrò a descrivere) e quindi, annullabile.
Peraltro, chi è preposto ad applicare la disposizione comunale non può che applicare quella, in quanto applicabile; sarà quindi chi si ritiene leso dall’applicazione della disposizione, a richiedere l’annullamento dell’atto illegittimo presupposto, all’autorità amministrativa ovvero, la disapplicazione della sanzione inflitta all’AGO.
Sempre a parere di chi scrive, è ben chiaro che la disposizione regionale tende a valorizzare l’impresa attiva; infatti, a parità di condizioni (con riferimento al numero delle c.d. “presenze”) nella disposizione regionale si deve fare riferimento alla data di iscrizione dell’impresa “attiva” nel registro delle imprese.
In buona sostanza, il concetto di “anzianità complessiva dell’impresa” non è da ricondurre ad un criterio "aritmetico" - quale il risultato della sommatoria dei periodi di attività dell’impresa - ma è da considerare un concetto cronologico, che ha un suo inizio (coincidente a quello della data iscrizione nel registro delle imprese) ed una sua fine (coincidente con la cancellazione dal registro delle imprese).
Tale considerazione ha una sua importanza, sul piano concreto.
Infatti, qualora in un mercato vadano a concorrere per l’occupazione di un posteggio occasionalmente libero due soggetti, dei quali, il primo (chiamiamolo A), è iscritto alla CCIAA dal 2000, con la sua impresa ed il secondo (chiamiamolo B), è iscritto personalmente alla CCIAA dal 2016, ma è subentrato in una precedente autorizzazione per il commercio rilasciata nel 1999 e con quella si presenta alla “spunta”, sarà comunque il primo ad avere la meglio sul secondo, in ragione della sostenibile motivazione della maggiore esperienza professionale, ricostruita sulla base della iscrizione – quale impresa attiva – al registro delle imprese.
Se, diversamente, prevalesse il criterio aritmetico dell’anzianità, intanto il soggetto preposto al controllo non potrebbe basare la sua valutazione sulla mera documentazione presentata sul posto e costituita dal solo titolo del quale si avvale lo spuntista (in questo caso si dovrebbe fare una valutazione storica delle singole vicende attive e non attive), con evidenti problematiche di ordina pratico e, comunque (aggiungo io, paradossalmente), chi sarebbe “avvantaggiato” nella occupazione del posteggio, sarebbe chi, in concreto, manca del requisito dell’esperienza professionale.
In buona sostanza, a parere di chi scrive, il soggetto preposto al controllo, dovrebbe verificare da quanto tempo l’impresario è iscritto alla CCIAA, con l’ultima impresa attiva, indipendentemente dalla data di iscrizione dell’impresa stessa nella quale è subentrato.
Applicando, invece, la disposizione comunale, sarei dell’avviso che sarebbe il soggetto B a poter occupare il posteggio occasionalmente libero, in quanto formalmente titolare di un’impresa più “vecchia” di quella di cui è titolare il soggetto A.
In ogni caso, l’organo preposto al controllo – sempre che se ne condivida la diversa impostazione interpretativa – dovrebbe applicare la disposizione comunale e quindi, assegnare il posteggio occasionalmente libero al soggetto B, con la possibilità del soggetto A di richiedere l'annullamento del regolamento o la sua disapplicazione, per violazione di legge.
Cosa ne pensate?
Grazie.




25
A seguito di accertamento di violazione all'art. 115 del TULPS, ho indicato, quale autorità destinataria dei proventi, lo Stato.
Successivamente, altri colleghi mi hanno riferito di ritenere che è il Comune ad esserne destinatario.
A mio modo di vedere, una cosa sono le funzioni, che sono state delegate all'ente territoriale, altra cosa, è la riscossione dei proventi.
Cosa ne pensate e, soprattutto, se ritenete il comune destinatario dei proventi, potete indicarmi le fonti?
Grazie.

26
A seguito di sequestro delle merci abusivamente commercializzate su area pubblica, quando è possibile procedere alla relativa distruzione? A mio modo di vedere, esaurito il termine utile per ricorrere, il dirigente del settore può disporre la rimozione della merce che, comunque, deve avvenire, mediante assegnazione della stessa ad idoneo soggetto, trattandosi comunque di rifiuti prodotti dalla P.A.
In caso di ricorso, la distruzione potrà essere disposta, solo ad emissione dell'ordinanza ingiunzione non opposta.
Se si tratta di merce deteriorabile, la distruzione potrà comunque avvenire prima di detti termini.
Condividete?

27
Ci si domanda se un commerciante su area pubblica, che faccia uso di un'autovettura privata, per uso proprio, per il trasporto e la vendita degli alimenti/bevande, sia o meno assoggettato a specifiche sanzioni previste dal Codice della Strada.
Taluni ritengono sostenibile contestare l'inosservanza all'art. 82 del citato Codice.
A parere di chi scrive, invece, il codice della strada - ch'è norma speciale che tutela la sicurezza della circolazione stradale - non è applicabile al caso di specie, a meno che le modalità di trasporto della merce, quale che sia la natura della merce stessa, per le modalità di trasporto, possano minacciare, in concreto, la sicurezza della circolazione stradale (visibilità, manovrabilità, carico, ecc.).
Infatti, l'utilizzazione del veicolo in base alle sue caratteristiche tecniche (salvo il caso in cui sia stato modificato nelle parti essenziali, ex artt. 78 ss. CDS) resta invariata; così come la sua destinazione economica (salvo le ipotesi contemplate dagli artt. 84 ss. CDS) che, in concreto, resta d'uso proprio.
In buona sostanza, nel caso di specie ed a tutela della salute pubblica, si deve applicare il regolamento CE 852/2004.
Cosa ne pensate?
Grazie.

28
A seguito di accertamento di illecito (penale e/o amministrativo) inerente la vendita di alimenti su area pubblica che, per le modalità di conservazione, possono arrecare pregiudizio alla salute pubblica, si dispone il sequestro dei medesimi.
Senza entrare nel merito della sostenibilità dell'atto di accertamento e quindi, restando sulla esclusiva materia del sequestro, l'alimento/bevanda oggetto della misura (che non è preconfezionata alla fonte e quindi, non è possibile stabilirne la provenienza), può essere immediatamente distrutto ed in tal caso, debbono essere seguite particolari formalità per procedervi? In particolare, debbono essere citate norme di legge che ne prevedano, specificatamente la fattibilità?
I beni oggetto di sequestro, possono essere affidati, per la distruzione, allo stesso commerciante? In tal caso, chi è legittimato a procedervi ed in caso di inadempimento, in cosa incorre il commerciante inadempiente?

29
COMMERCIO aree pubbliche / Carta dei servisi e DURC
« il: 01 Agosto 2016, 19:25:42 »
Come risaputo, l'art. 40-bis, comma 6 del cod. commercio Toscana, al comma 5, prevede che "... le imprese abilitate all’esercizio di attività di commercio su aree pubbliche in forma itinerante sono tenute, nell’esercizio di detta attività, a disporre del documento unico di regolarità contributiva (DURC) o della documentazione sostitutiva di cui all'articolo 40 ter, da esibire a richiesta agli organi di controllo. Tale obbligo deve essere assicurato anche dagli operatori spuntisti in mercati e fiere della Regione...".
La documentazione di cui all'art. 40 ter, comma 2, del citato Codice, fa riferimento alla impresa comunitaria e quindi, mi domando se per impresa comunitaria debba intendersi anche quella appartenente ad una regione italiana, che non sia la Toscana.
In particolare, nel ns. territorio, abbiamo un itinerante lombardo, relativamente al quale, il comune lombardo di rilascio dell'autorizzazione, ci chiede di verificare se ha al seguito la carta d'esercizio di cui all'art. 21, comma 10 della L.R. Lombardia 6/2010 e, in caso negativo, di comunicare gli esiti del controllo per l'applicazione della relativa sanzione.
Ciò premesso, non comprendo come io possa accertare, in Toscana, un illecito previsto da una legge regionale di un'altra regione, quando nella Regione dove opero, è previsto che il contribuente produca comunque il DURC.
Quindi, a mio modo di vedere, il cittadino che opera con autorizzazione lombarda (come di qualsiasi altra regione), in Toscana, deve comunque avere con se il DURC, giacché l'unica deroga che prevede il Codice del Commercio, è che si tratti di impresa comunitaria munita di idonea documentazione, attestante la regolarità contributiva.
Nel caso specifico, la c.d. carta d'esercizio della Regione Lombardia, non mi pare abbia funzione di verifica della regolarità contributiva dell'itinerante, quanto, piuttosto, di facilitazione delle operazioni di controllo dell'identità e dei titoli amministrativi richiesti.
In buona sostanza e a parere di chi scrive, l'itinerante lombardo che opera in Toscana, ha l'obbligo di documentare la regolarità contributiva della propria azienda, mediante esibizione del DURC, in conformità a quanto previsto dal Codice del Commercio.
Peraltro, l'itinerante lombardo ha comunque l'obbligo di ottenere, preliminarmente, la carta d'esercizio e quindi, laddove questi ne sia sprovvisto, l'organo di controllo - ancorché toscano - ne segnala l'inadempimento al competente Comune di rilascio, che, valutati gli atti d'ufficio, applica la sanzione prevista dall'art. 27, comma 7, della L.R. Lombardia n. 6/2010
.
E' gradito un parere nel merito.

30
Sebbene si tratti di un aspetto che riguarda più il procedimento amministrativo, che non la vigilanza ed il controllo (se non nel limite dell'accertamento di fatto), vorrei sapere come considerate la seguente questione, pertinente la Regione Toscana ed il relativo codice del commercio.
A, titolare di un p.e., cede a B la propria azienda e B, sulla base di un contratto preliminare d'affitto di durata di X gg. presenta la Scia che gli compete al SUAP ed avvia l'attività.
Decorso il termine utile per il perfezionamento dell'atto, B, ingiustificatamente e sebbene sollecitato da A, non si presenta all'atto di perfezionamento e mantiene la gestione del p.e., sulla base del titolo amministrativo precedentemente presentato (ultima Scia).
A ritiene che B gestisca il p.e. in carenza di titolo e quindi chiede che venga sanzionato in termini di legge, per mancanza del titolo.
A parere di chi scrive, il contratto preliminare ha effetti solo tra le parti private che lo sottoscrivono ed ha posto B nella condizione di presentare la Scia, relativamente alla quale, tra l'altro, il SUAP, non si è opposto.
Allo stato, quindi, B sta gestendo con un titolo legittimo l'attività di p.e. e, l'eventuale "sorte", non è tanto legata al rapporto tra le parti private che hanno sottoscritto il contratto preliminare; piuttosto, a come il SUAP consideri tale circostanza e quindi, richieda (o meno) a B, in tempo utile e con avvio del procedimento per la revoca dell'autorizzazione amministrativa che la Scia sottende, se ed in quanto esistente, l'interesse pubblico a provvedervi.
Solo nel momento in cui il SUAP ritenesse decaduti i requisiti necessari per gestire il p.e. e quindi, revocasse l'autorizzazione in capo a B, l'eventuale prosecuzione dell'attività comporterebbe l'applicazione delle sanzioni previste per la gestione di un p.e. non autorizzato. Ciò non escludendo - laddove sia dimostrato che al mancato perfezionamento della scrittura privata, corrisponda l'illegittima gestione del p.e. - che chi ha presentato la Scia e non ne abbia a sua volta dichiarato la cessazione, sia deferibile alla competente AG in ordine al reato di falso ideologico.
Ringrazio per l'attenzione e mi complimento ancora per l'ottima gestione di Codesto forum.

Pagine: 1 2 3