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Post - Giovanni Fontana

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Polizia locale / Re:Verbale contestato al conducente e notifica
« il: 03 Gennaio 2020, 18:29:51 »
A parere di chi scrive, con il pagamento della sanzione (a maggior ragione) da parte del trasgressore la violazione viene estinta e non ha senso rinotificare il verbale all'obbligato in solito; tra l'altro, aggravando il procedimento sanzionatorio. Qualora, invece, il pagamento non sia avvenuto (tenuto conto del maggiore termine di notificazione previsto), sul piano pratico è opportuno notificare gli estremi della violazione anche all'obbligato in solido, stante la sua funzione indiretta di fare raggiungere gli effetti della sanzione all'effettivo trasgessore (c.d. diritto di regresso).

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Polizia locale / Re:sosta lato opposto passo carrabile
« il: 01 Gennaio 2020, 23:12:00 »
Il divieto di sosta integrato nel segnale di passo carrabile, vale sulla parte di strada adiacente al passo carrabile, a meno che il titolare dello stesso non chieda che l'occupazione del suolo pubblico sia estesa anche al lato opposto: in tal caso, il divieto di sosta deve essere reso noto a mezzo di autonoma segnaletica stradale.
Non si dimentichi, che l'autorizzazione per l'apertura di un passo carrabile, ha lo scopo di facilitare l'accesso dei veicoli alle proprietà laterali, al fine di liberare al più presto la carreggiata. Quindi, se l'apertura del passo carrabile, determina, al contrario, un intralcio alla circolazione stradale, a causa della difficoltà nella manovra per la ristrettezza della carreggiata,  non deve essere autorizzata.

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Intanto, bisogna valutare l’uso che viene fatto dei manufatti che, in un caso, fungono da veri e propri dissuasori di sosta, quando, in altro caso, fungono da mera protezione parallela alla striscia continua che delimita in c.d. “passaggio pedonale” (art. 3, comma 1, n. 36 cod. strada): nel secondo caso, l’installazione di questo manufatto non abbisogna di nessuna autorizzazione, in quanto da considerare meramente funzionale alla protezione del transito pedonale. In buona sostanza, è l’Ente proprietario della strada che stabilisce la tipologia di manufatto da utilizzare per delimitare e proteggere il “passaggio pedonale”.
Altra cosa sono i “dissuasori di sosta”, che trovano specifica e chiara disciplina nell’art. 180 del regolamento di attuazione ed esecuzione dell’art. 42 del cod. strada, in quanto segnali complementari. Questi manufatti (che possono essere anche i medesimi paletti, archetti… utilizzati quali delimitatori dei “passaggi pedonali” di cui sopra, ma in questo caso non) sono soggetti ad autorizzazione ministeriale e debbono avere caratteristiche conformi a quanto specificato dal suddetto art. 180 e, una volta autorizzati, possono essere riutilizzati per altre, successive ed analoghe circostanze.
Il Ministero, valuta l’idoneità a svolgere la funzione di dissuasione della sosta e, l’Ente proprietario della strada, con l’ordinanza, ne autorizza la messa in opera, in una o più circostanze, tra le molte analoghe.
Non ritengo che ogni volta vada richiesta una nuova autorizzazione, salvo non si tratti di manufatti di diversa natura e forma da quelli previamente autorizzati che, come tali, possono essere utilizzati nei modi più vari, dall’Ente proprietario della strada (mediante ordinanza che ne autorizza la messa in opera).

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Secondo me, tale principio è giusto, ma vale soltanto sul territorio della Regione Toscana (semmai, a vataggio di commercianti autorizzati in altre Regioni) e non sul territorio nazionale: nelle altre Regioni, va verificato cosa prevede la legge di riferimento, se ed in quanto vigente.
Quanto al commercio itinerante su area demaniale marittima, lo stesso può essere svolto dal commerciante itinerante che abbia ottenuto ulteriore autorizzazione, da parte del Comune, nella sua funzione delegata. Nel mio Comune, ad esempio, il regolamento comunale sull'uso degli arenili, vieta il commercio itinerante dei generi NON ALIMENTARI; per i generi ALIMENTARI, il commercio può essere autorizzato a determinate condizioni. Più che sull'obbligo di ottenere la previa "autorizzazione demaniale", mi domanderei quali sono le condizioni che ammettono la possibilità, per il Comune, di vietare il commercio itinerante su area demaniale marittima.

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Grazie!
Sei una conferma: chiarissimo ed impeccabile!

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Intanto, GRAZIE.
Scusa se insisto, ma vista la delicatezza dell'argomento e l'ambiguità che può suscitare la risposta.
Il parere tecnico del dirigente (necessario per la delibera), vale anche come concessione di s.p. o (come ritengo io), anche la concessione rientra degli "...altri titoli necessari..." e quindi, va comunque rilasciata?
Capisco che può sembrare un burocratismo che va ad aggravare il procedimento amministerativo ma, a mio modo di vedere, l'atto di volontà politica, espresso dalla G.M. è un obiettivo politico che non può calarsi del merito delle iniziative concrete; cioè quelle che portano in se delle discrezionalità tecniche (vincolate nel fine), che solo l'Ufficio preposto a tutelare quello specifico bene pubblico può autorizzare o concedere.
Grazie ancora.

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Siamo in giorni di festa e l'ente proprietario della strada comunale, affida ad un consorzio, il compito di abbellire le carreggiate con alberi di Natale: all'origine, c'è solo il riconoscimento di un titolo economico, ma non chi fa con cosa...
A sto punto, fatto salva l'apposizione della necessaria segnaletica stradale, a mio modo di vedere, siamo nell'ambito di un art. 21 (nella forma dell'occupazione) al momento della collocazione e del 20 nel mantenimento in loco dell'albero.
Però, circostanza fondamentale, chi é che concede il suolo pubblico? lo stesso ufficio che lo concederebbe ad un privato cittadino per una iniziativa privata o la giunta municipale, con parere tecnico di fattibilità da parte del dirigente del suolo pubblico, in relazione all'intervento del privato, nell'interesse generale?

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Aree Pubbliche / Re:posteggio fiera
« il: 23 Settembre 2019, 22:14:14 »
Fatta salva l'applicazione dell'eventuale ed omologa legge regionale, si applica il decreto Bersani, con la sanzione amministrativa pecuniaria (pmr 5.000,00 euro) ed il sequestro della merce e delle attrezzature (ivi compreso il veicolo che può essere considerato attrezzatura per il commercio e non mero veicolo utilizzato per il trasporto).
Inoltre si applicano le sanzioni tributarie connesse, in ragione delle diverse modalità di tassazione del plateatico (d. Lgs. 507/1993 o 446/1997).
Non ritengo applicabile l'art. 20 del cod. strada, in quanto l'area fieristica non è destinata alla circolazione stradale.

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Aggiungo, che il carrello, in quanto tale, nei centri abitati, non può essere parcheggiato, se non quando sia agganciato alla motrice (art. 158, comma 2, lett. 3 CDS) e deve essere assicurato.
In ogni caso, per sua caratteristica di immatricolazione, il suo utilizzo improprio, determina una violazione all'art. 23 CDS, in riferimento all'art. 57 del relativo Regolamento e, qualora lasciato in sosta su di una strada, va considerato come un comune "impianto di pubblicità o propaganda" di cui al comma 8 dell'art. 47 Reg CDS

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Chiedi agli esperti (servizio gratuito) / Re:regolamento comunale
« il: 22 Agosto 2019, 12:24:08 »
OPS!!!... mi sono distratto!

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Aggiungerei, di valutare bene anche la posizione commerciale del titolare dell'autonegozio...verosimilmente itinerante.
Giacché se lo stesso somministra i prodotti e incamera gli incassi (quindi, agisce nell'interesse della propria azienda e non del circolo), a mio modo di vedere ci si troverebbe dinanzi ad un commerciante su AP che svolge, di fatto, un'attività di vendita al dettaglio in area privata.
Quindi, se emette scontrino, sarebbe interessante capire chi è il titolare della partita iva.
Ovviamente, è un parere del tutto personale, che sottende anche una domanda, in quanto simili situazioni si verificano in varie parti del territorio, e non sempre in modo così trasparente.

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Chiedi agli esperti (servizio gratuito) / Re:regolamento comunale
« il: 16 Agosto 2019, 11:48:13 »
Non sono d'accordo.
Nel senso che avverso il verbale di accertamento, a mio modo di vedere, il ricorso va presentato direttamente al Sindaco (non così, nelo CdS, dov'è previsto, specificatamente il ricorso al Prefetto o, alternativamente al GdP).
Quindi, avverso l'ordinanza-ingiunzione il ricorso va presentato al GdP o al Tribunale, in ragione del diverso oggetto giuridico tutelato dalla norma e cioè, la gestione amministrativa dei rifiiuti a tutela del patrimonio comunale e del decoro urbano (uso indebito dei cassonetti e simili) o l'ambiente, qualora dall'abbandono dei rifiuti, l'ambiente ne subisca le conseguenze dirette.

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Nel nostro Comune le feste private sono regolamentate (quanto agli orari e al volume del suono) dal Comune, con apposito regolamento e in caso di inosservanza, è prevista una sanzione stabilita dalla G.M. nei limiti edittali di legge.
Direi che il disturbo alla quiete pubblica, vada adeguatamente motivato, in quanto la diffusione musicale deve effettivamente, disturbare la quiete pubblica ed il riposo delle persone (generalmente intese).
Se l'immissione è meramente intollerabile e riguarda i rapporti tra i privati contermini, si applica il codice civile.
Solo se la diffusione del suono o rumori in genere, è idonea (anche a livello potenziale, in quanto reato di pericolo) a disturbare una pluralità di persone, allora può configurarsi la contravvenzone all'art. 659 c.p.
A tal fine, io effettuerei un verbale di accertamento urgente, descrittivo degli effetti della diffusione del suono (tipo a che distanza è rilevabile e la sua idoneità a determinare disturbo; tipo se ci sono testimoni in grado di riferire; ecc.).
Quanto alla legge sull'inquinamento acustico, questa tende a tutelare la salute pubblica dai danni derivanti dal suono e quindi, è necessario un accertamento in concreto che, per quanto ne so, può essere accertata solo dai tecnici del suono dell'agenzia regionale dell'ambiente.

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Ho letto con fervida attenzione le Vostre importanti conclusioni e comprendo bene il significato di quello che viene affermato al punto 3) di quello che pensate Voi.
Quanto al punto 2)... credo che il coraggio sia altra cosa. A meno che non si tratti del c.d. "coraggio della ragione", da non confondere con il voler aver ragione. Sono un appassionato della fisica quantistica, da quando ho lasciato il vecchio concetto newtoniano che faceva della fisica, un dogma scientifico. Mi sono appassionato perché nella scienza, tutto è in divenire.
Se guardiamo al diritto, come al bieco sovrascriversi di disposizioni, credo che sia perfettamente inutile soffermarvisi.
Solo se consideriamo, anche il diritto, una scienza, beh, allora le cose cambiano e dobbiamo avere l'umiltà dello scienziato, che gioca il certo per l'incerto... e il diritto è tra le cose maggiormente incerte che ci governano, sebbene grazie ai cultori del diritto, è possibile avvicinarsi alla certezza del diritto invocata dal Beccaria.
Scusandomi per questa (forse inutile) chiosa e grazie a voi, consapevole del limite del mio ragionamento, voglio però stigmatizzare alcune questioni che rischiano di avere avuto una lettura fuorviante e con stesso spirito critico, mi accingo ad esporvele.

Si discute, circa la possibilità, per un Comune, di poter applicare una sanzione amm.va accessoria (quale la sospensione di un'attività), in conseguenza della inosservanza di un regolamento o di una ordinanza comunale.
A nostro avviso la discussione non può aver luogo stante il principio costituzionale di riserva di legge (art. 23).
Solo una legge (nazionale o regionale) può introdurre sanzioni, siano essere principali, siano esse accessorie.
Diversa è la misura cautelare o la diffida (promemoria a rispettare la legge).

Secondo il mio ragionamento iniziale, la legge dello Stato cui fate riferimento, era il TUEL e, grazie a questa fonte, veniva autorizzato il potere sanzionatorio del Comune.

Semmai occorre stigmatizzare il comportamento di taluni Comuni che:
a) in sede di ordinanza ingiunzione invece che applicare il massimo o una cifra importante si limitano a "confermare" i 50 euro
b) in sede di vigilanza applicano solo 1 volta il verbale. Se tizio apre senza scia si fa verbale, se il giorno dopo rimane aperto se ne fa un altro ... e così via!

Sono perfettamente d'accordo sul punto a) e lascio stare considerazioni inerenti la buona organizzazione della P.A. che avrebbe bisogno di procedimentalizzare meglio, anziché burocratizzare la propria attività.
Sul punto b), invece, non sono del tutto d'accordo, posto che l'atto di accertamento attiene ad un fatto, cui corrisponde una fattispecie giuridica, che l'autorità deve valutare e confermare/respingere, in sede di ordinanza ingiunzione. Se ogni giorno si facesse un verbale (poi, cosa dobbiamo intendere per ogni giorno?... ogni 24 ore, ogni giorno del calendario e quindi, anche uno alle 23 e uno alle una del giorno dopo?), potremmo anche essere tacciati di avere determinato un danno ingiusto (esistenziale), per avere tartassato il malcapitato (qualora vengano poi annullati i verbali).
Piuttosto, sono dell'avviso che non può essere l'utente ad essere il male di se stesso, ma è la P.A. che si deve organizzare per agire in fretta: fare il verbale, trasmettendolo al più presto al dirigente, affinché si pronunci il prima possibile.
Diciamo che anche quello del reiterato accertamento della violazione, è un argomento che andrebbe sviscerato nelle sue ragioni di diritto.

Per le medesime ragioni, il Comune potrebbe applicare una sanzione più grave di quella "aritmetica" che si ricava dalla lettura dell'art. 16 della l. 689/1981, con l'evidente scopo di aumentare l'effetto di deterrenza della sanzione stessa.
L'art. 16 non prevede una sanzione fissa. Il doppio del minimo è solo la misura per il PMR. In sede di ordinanza ingiunzione si applica l'art. 11 e non il 16
...sanzione fissa...è certamente un termine obbriobrioso!
Quello che però volevo dire - colgo l'occasione per sottolinearlo, perché fin qui non l'ho ancora capito bene - è se il Comune, il luogo del pagamento in misura ridotta generalmente inteso (doppio del minimo o se più favorevole terzo del massimo), può stabilire una sanzione diversa, che io ho chiamato, per praticità "sanzione fissa".
In concreto, il Comune (per esso la G.M.) può stabilire che in luogo del pmr pari a 50 euro, debba essere pagato 300 euro? oppure può solo agire entro i limiti edittali di legge (come alcuni sostengono) eppoi, applicare, di conseguenza il pmr?

Circostanza, quest'ultima, che mi pare già confermata da quanto avete affermato al punto 3) del post che segue.

A ciò si aggiunga, che a seguito delle modificazioni apportate all'art. 16 della l. 689/1981 dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92, al secondo comma, è oggi previsto che per le violazioni ai regolamenti ed alle ordinanze comunali e provinciali, la Giunta comunale o provinciale, all’interno del limite edittale minimo e massimo della sanzione prevista, può stabilire un diverso importo del pagamento in misura ridotta, in deroga alle disposizioni del primo comma.
Certo. Ed è quindi CONFERMA che il legislatore:
1) ha chiara la questione
2) non ha introdotto un potere regolamentare per i Comuni
3) ha solo previsto la possibilità di stabilire una cifra per il PMR entro i limiti edittali (peraltro teoricamente anche inferiore al doppio del minimo)


E' importante averlo sottolineato, ma anche in questo caso, con termine improprio ho definito sanzione il pmr...ma la domanda di cui sopra, si ripropone qui

Dunque, il Comune (per esso la G.M.), nel limite edittale compreso tra i 25 ed i 500 euro (i cui limiti minimi e massimi, rientrano nelle competenze esclusive dello Stato) di cui al citato art. 7-bis, può stabilire anche sanzioni diverse da quella "aritmetica" di cui sopra, purché adeguatamente motivate.
NON SONO SANZIONI!!!!
Sono misure del pagamento in misura ridotta (per fare una analogia, sono l'entità per accedere al "patteggiamento"). Non è la pena ... è l'accordo estintivo del procedimento


D'accordo anche sulla natura della sanzione accessoria e sulla impossibilità di applicarla, da parte del Comune.
Peraltro, qualora il Comune voglia punire i comportamenti illeciti reiterati (ex art. 8-bis l. 689/1981), con la sospensione dell'attività, in questo caso, a mio modo di vedere, non si tratta di applicare una sanzione accessoria a sanzione amministrativa pecuniaria, ma di applicare una mera misura interruttiva, disposta dal dirigente con le procedure inibitorie di cui alla legge 241/1990. Siete d'accordo?


Ancora grazie e buon lavoro.

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 ;)
Come sempre, diretti all'obiettivo e, come da manualistica del diritto, utilizzata al meglio la 689 come soluzione di un conflitto di norme.
Grazie!

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Per quanto l'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio, in sede fissa, senza titolo, sia direttamente sanzionata dal primo comma dell'art. 113 della l.r. Toscana 68/2018, è altresì evidente, che al terzo comma del medesimo articolo, lett. a), viene prevista (se ne accogliamo l'interpretazione letterale) la sanzionabilità, in misura inferiore a quella di cui al primo comma (da 5000 a 500 euro), per le fattispecie previste dagli artt. 14 al 21, ivi compresa quella di cui all'art. 15.
Detto articolo, prevede l'obbligo di presentazione della SCIA, per l'apertura di un esercizio di vicinato.
Ciò può dare luogo ad un conflitto di norme, la cui soluzione potrebbe essere quella di applicare la sanzione più favorevole al trasgressore per quanto, tale principio, si dovrebbe applicare alle disposizioni penali.
Sarei più propenso a pensare ad una "svista" del legislatore regionale, piuttosto che ad una volontà precisa di quest'ultimo.
Anche perché, in tal caso, è difficile - almeno per chi scrive - comprendere quando l'esercizio del commercio al dettaglio senza titolo, ricade sotto la scure del primo comma e quando l'apertura di un esercizio di vicinato, ricada sotto quella del terzo comma, lett. a)
A meno che, in quest'ultimo caso, si voglia fari rientrare l'ipotesi (solo di scuola, perché non accertabile, in concreto) di chi, avendo raccolto tutta la documentazione necessaria per presentare la Scia, non l'abbia fatta in concreto o abbia aperto l'attività prima che la presentazione della Scia produca i propri effetti.
Cosa ne pensate?
Grazie.

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Si discute, circa la possibilità, per un Comune, di poter applicare una sanzione amm.va accessoria (quale la sospensione di un'attività), in conseguenza della inosservanza di un regolamento o di una ordinanza comunale.
Altro oggetto di discussione, attiene alla possibilità, sempre per il Comune, di applicare una sanzione pecuniaria fissa, in luogo di quella in misura ridotta pari a 50,00 euro (doppio del minimo edittale, ex art. 7-bis TUEL).

A parere di chi scrive, il Comune può applicare la sanzione amministrativa pecuniaria di cui sopra, nonché la sanzione accessoria ritenuta utile ad interrompere l'attività illecita, purché ne sia dato atto, in modo palese, nel regolamento o nell'ordinanza.

E' ben chiara la riserva costituzionale di cui all'art. 23 della Carta, secondo la quale nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge. Allora, per dirimere la questione inerente l'applicabilità della sanzione accessoria, nei termini anzidetti, credo che dobbiamo partire proprio dalla legge di riferimento.

La legge 689/1981, come risaputo, ha previsto modifiche al codice penale, al solo fine di defatigare il lavoro del giudice e non certo di privare della "natura penale" i c.d. illeciti amministrativi: tant'è, che in dottrina, taluni definiscono i reati depenalizzati come "reati amministrativi".
In tal senso, la riserva di legge di cui all'art. 20, primo comma della legge citata è sicuramente da riferire ai reati depenalizzati dalla legge da ultimo richiamata. Ma se ci domandiamo che cos'è una sanzione accessoria, credo che sia pacifico definirla come la misura afflittiva che si applica di diritto, a quella principale.
La sanzione principale (che comprende quella accessoria o, se vogliamo, cui quest'ultima accede), nel caso di specie, viene stabilita dall'art. 7-bis TUEL cit. e quindi, a questa - per via derivata e secondo i principi generali dell'ordinamento costituzionale (che riconoscono autonomia ed autarchia aiComuni) - può accedere quella che il Comune decide di applicare, quale la sospensione dell'attività, a condizione che il Comune stesso ne manifesti la volontà, nell'ambito del regolamento comunale di riferimento o dell'ordinanza. Il tutto, secondo le procedure previste dalla legge 241/1990 che, con l'avvio del procedimento amministrativo, mettono il cittadino nella condizione di potersi difendere da eventuali atti illeciti della P.A. o adeguarsi ai relativi provvedimenti.
In buona sostanza, sebbene il legislatore non abbia stabilito, in modo palese, nell'ambito dell'art. 7-bis TUEL, è chiaro che a quella sanzione amministrativa pecuniaria, accede (implicitamente) la misura che il Comune, secondo il proprio libero e razionale apprezzamento, intende applicare, per interrompere un'attività illecita, che, altrimenti, non potrebbe essere interrotta (es.: per ragioni d'impresa, un'azienda soggetta a controllo amministrativo locale, potrebbe avere tutto l'interesse a pagare una sanzione giornaliera pari a 50 euro - una sorta di contributo, piuttosto che di sanzione - ma continuare a svolgere la propria attività in dipregio delle regole locali).

Per le medesime ragioni, il Comune potrebbe applicare una sanzione più grave di quella "aritmetica" che si ricava dalla lettura dell'art. 16 della l. 689/1981, con l'evidente scopo di aumentare l'effetto di deterrenza della sanzione stessa.
Infatti, l'art. 106 l.com.prov. (r.d. n. 383 del 1934) - che sanziona le contravvenzioni alle disposizioni dei regolamenti comunali che non trovino la loro sanzione in altre espresse disposizioni legislative - non può considerarsi abrogato in seguito all'entrata in vigore dell'art. 1 della l. n. 689 del 1981, sia perchè gli art. 16 e 17 di quest'ultima legge hanno fatto espresso riferimento alle modalità di pagamento previste nel successivo art. 107 ed hanno individuato nel sindaco il destinatario dei rapporti relativi alle infrazioni ai regolamenti comunali, sia perchè detto art. 106 è stato esplicitamente fatto salvo dall'art. 64, lett. c), della l. n. 142 del 1990. Ne consegue che il principio di legalità dell'illecito amministrativo, contenuto nell'art. 1 della l. n. 689 del 1981, non ha ragione di operare nel caso di violazione di regolamenti comunali e provinciali, i quali del resto trovano il loro fondamento costituzionale nel riconoscimento delle autonomie locali, affermato negli art. 5 e 128 cost., con cui deve coordinarsi il principio della riserva di legge, di carattere relativo, previsto dall'art. 23 Cost (Cass. civ. Sez. III, 18-02-2000, n. 1865).
A ciò si aggiunga, che a seguito delle modificazioni apportate all'art. 16 della l. 689/1981 dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92, al secondo comma, è oggi previsto che per le violazioni ai regolamenti ed alle ordinanze comunali e provinciali, la Giunta comunale o provinciale, all’interno del limite edittale minimo e massimo della sanzione prevista, può stabilire un diverso importo del pagamento in misura ridotta, in deroga alle disposizioni del primo comma.
Dunque, il Comune (per esso la G.M.), nel limite edittale compreso tra i 25 ed i 500 euro (i cui limiti minimi e massimi, rientrano nelle competenze esclusive dello Stato) di cui al citato art. 7-bis, può stabilire anche sanzioni diverse da quella "aritmetica" di cui sopra, purché adeguatamente motivate.

Cosa ne pensate?

Grazie.

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Siamo animali da palude, impaludati...
Credo che spazi come questi, quando meno, sul piano intellettuale, ci aiutano a non agitarci troppo nelle sabbie mobili che ci circondano.
Non so quale scopo vi ha indotto ad imbarcarvi in questo viaggio, se scopi d'impresa, di solidarietà professionale, di senso civico,...
Molte di queste cose, comunque.
Ogni occasione è per dirvi grazie.

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Di recente, si discute circa l'applicabilità della L.R. 81/2000 alle violazioni alle ordinanze comunali, in luogo della legge 689/1981.
Chi scrive è di diverso avviso.
Ai sensi dell'art. 1 della L.R. cit. (Ogget to e ambito di applicazione), la medesima detta norme per il riordino delle funzioni di sanzionamento amministrativo e per l’applicazione delle sanzioni amministrative nelle mate rie attribui te alla Regione ovvero connesse a funzioni ad essa delegate dallo Stato (comma 1) e, per quanto non previsto dalla citata legge si
applicano le disposizioni di cui alla legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale) e successive modificazioni. In buona sostanza, si tratta di una legge speciale, che, per ragioni interne alla organizzazione regionale, deroga o, per meglio dire, va ad integrare le disposizioni già previste dalla citata l. 689/1981, con particolare riferimento al relativo Capo I, Sezz. I e II.
Per quanto attiene il TUEL approvato con d. Lgs. 267/2000, lo stesso riconosce piena autonomia agli EE.LL. (art. 3) ed in tale ambito si collocano i poteri di ordinanza del sindaco e dei dirigenti, alla stregua di ogni altro regolamento dell'Ente (artt. 7, 50 e 107). A tal fine, il Comune ha un autonomo potere sanzionatorio, stabilito, inequivocabilmente, dall'art. 7-bis TU cit. che, per quanto riguarda l'ambito di applicazione delle medesime sanzioni rimanda alla legge 689/1981 (comma 3, art. 7-bis cit.).
Per quanto mostrato, rimandare l'applicazione delle sanzioni stabilite dal Comune, nell'ambito della propria autonomia, a quanto disposto dalla L.R. 81/2000 per l'applicazione delle sanzioni nelle materie di competenza regionale o delegate alla regione, oltre che non apparire coerente con l'ordinamento giuridico dello Stato, sul piano politico-istituzionale, andrebbe a ledere la stessa autonomia che la Costituzione riconosce agli EE.LL.
In attesa di un gradito confronto, ringrazio per l'attenzione.

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A seguito di accertamento di illecito amministrativo di competenza comunale ed accertato dalla polizia municipale, giunti alla emanazione dell'ordinanza-ingiunzione, è corretto che il Comandante del Corpo sia anche il firmatario del provvedimento finale?
Personalmente, sono di diverso avviso, giacché, in tal modo, verrebbe meno il principio della terzietà dell'azione amministrativa, in quanto, il responsabile dell'organo dell'accertamento, non può contraddire se stesso, magari archiviando un atto di accertamento che è conseguenza di una propria disposizione di servizio.
Al più, questo potrebbe avvenire in una grande città o, comunque, in una realtà territoriale complessa, dove il Comandante-Dirigente del Corpo assume più un ruolo amministrativo che non operativo, avendo, nella struttura gerarchica sottesa, uno o più comandanti di reparto.
Ma in altre realtà territoriali non complesse, dove il Comandante svolge appieno le funzioni di cui alla l. 65/1986, a mio modo di vedere, tale importante funzione, deve essere demandata ad un dirigente (magari quello del settore specifico) o, in sua assenza, al Segretario Generale.
Avete, a riguarda, delle precedenti prassi amministrative e/o giurisprudenziali da poter consultare?
Grazie.

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Autorevole dottrina (LINGUANTI/PARADISI), sembra riferire che a seguito delle modifiche apportate al TULPS dal d.L. 5/2012 conv. l. 35/2012 agli artt. 129 e 159 del Reg. TULPS, è possibile:
- effettuare piccoli trattenimenti (ex art. 69 TULPS) all'interno dei p.e. della somministrazione, senza necessità di altra licenza, in quanto l'autorizzazione per l'attività prevalente, assorbe anche le attività soggette alla licenza anzidetta. In buona sostanza e per fare un esempio concreto, il titolare di un bar, potrebbe realizzare all'interno del p.e. un'attività di karaoke, anche maggiorando il prezzo delle bevande o praticando un prezzo per la partecipazione all'evento;
- anche nei circoli privati autorizzati alla vendita di bevande alcoliche ai propri soci, è possibile vendere anche a non soci i propri prodotti.
Cosa ne pensate?
Grazie.

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Toscana / Re:Art. 95 L.R. 62/2018 - Sanzione applicabile
« il: 13 Luglio 2019, 12:17:45 »
Ringrazio per la consueta chiarezza.

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Toscana / Art. 95 L.R. 62/2018 - Sanzione applicabile
« il: 07 Luglio 2019, 19:03:02 »
Diversamente da quanto previsto dall'art. 103, comma 2, della previgente L.R. 28/2005, l'omologo art. 114 della vigente L.R. 62/2018 (modif. art. 12 L.R. 16/2019) non prevede un'analoga fattispecie sanzionatoria residuale e quindi, l'art. 95 (Cessazione dell'attività) della prefata L.R. 62/2018, parrebbe priva di specifica sanzione.
In prima battuta, si potrebbe pensare, che lo stesso legislatore, pur prevedendo l'obbligo di comunicare la cessazione dell'attività nei termini previsti dall'art. 95 da ultimo citato, di fatto, non abbia voluto sanzionare l'eventuale inottemperanza, anche sul presupposto che chi subentra, comunque, nell'attività cessata, è tenuto a presentare la comunicazione prevista all'art. 90, comma 2 della L.R. 62/2018 (in difetto, si applica, questa volta, la sanzione di cui all'art. 114, comma 2, L.R. cit.)...non è da escludere un refuso.
Peraltro, proprio all'art. 90, comma 4 della L.R. 62/2018, è ribadito che "...la comunic azione di cui al comma 2 non è richiesta qualora, alla cessazione del contratto di affitto di azienda, il titolare del titolo abilitativo intenda cessare l'attività, dovendosi in tal caso presentare solo la comunicazione di cui all'articolo 95...". Quindi, sembra che l'obbligo di comunicare la cessazione dell'attività è cogente ed inderogabile.
Non di meno, lo stesso legislatore, va a evidenziare l'importanza di simile obbligo, allorquando, in altra parte della L.R. 62/2018, all'art. 16, comma 5, stabilisce (per i c.d. Temporary store) che "...decorso il termine indicato nella SCIA, questa cessa di produrre effetti giuridici e non è necessario presentare la comunicazione di cui all'articolo 95...": evidentemente, in tutti gli altri casi, tale obbligo è inderogabile.
Fatta questa premessa, ritenete che l'obbligo di comunicare la cessazione dell'attività sia inderogabile?
In tal caso, quale sanzione si può applicare?
Grazie!

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Come al solito, siete una conferma!
Sia in termini di disponibilità al confronto costruttivo, privo di preconcetti di posizione, sia in termini di chiarezza espositiva ed onestà intellettuale.
Grazie!
Farò tesoro delle preziose considerazioni a riguardo.

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Per meglio comprendere la natura del quesito, giova fare alcune premesse di ordine generale, in relazione alle quali, un eventuale parere contrario, condurrebbe a diverse conclusioni.

A parere di chi scrive, affinché si verifichi la c.d. reiterazione delle violazioni (ex art. 8-bis, comma 1, l. 689/1981), debbono sussistere le seguenti condizioni:
1. un periodo di osservazione di cinque anni dall'ultima violazione accertata con provvedimento esecutivo;
2. nell'arco di questo quinquennio, si siano verificate almeno due violazioni della stessa indole, da parte del medesimo soggetto.
In definitiva, si tratta di una indagine che produce effetti "a posteriori", con le ulteriori specifiche:
1. quanto al periodo di osservazione, lo stesso decorre dalla data del primo atto di accertamento ovvero del primo verbale non impugnato, tanto da avere prodotto effetti (emissione dell'ordinanza- ingiunzione non opposta);
2. entrambi i verbali di accertamento sottoposti al periodo di osservazione, debbono essere considerati esecutivi: quindi, non è sufficiente che sia stata emessa la relativa ordinanza-ingiunzione, ma è necessario che la stessa sia "convalidata", o dal giudice che in sede di opposizione conferma la violazione, o in conseguenza della mancata presentazione dell'opposizione da parte del trasgressore (implicita accettazione delle conseguenze del suo comportamento illecito).

Ciò premesso, vengo adesso al quesito odierno.

Al quinto comma, dell'art. 8-bis citato, l'ultimo periodo stabilisce della reiterazione quanto segue: "Essa non opera nel caso di pagamento in misura ridotta". Come il verbale di accertamento non è da considerare un titolo esecutivo, ma una mera descrizione di un fatto cui corrisponde - in ipotesi - un illecito amministrativo, il relativo pagamento in misura ridotta, non va qualificato come l'accettazione, da parte del trasgressore, delle conseguenze di quel comportamento. In buona sostanza (a parere di chi scrive), il c.d. "fatto illecito" potrebbe essere considerato anche un "fatto lecito" da parte di chi subisce l'atto di accertamento, ma per quest'ultimo, può essere più conveniente pagare subito, piuttosto che proseguire oltre nel procedimento sanzionatorio; vantaggio che riverbera anche nella efficienza amministrativa, giacché è meglio ottenere una prestazione certa, adesso, che attenderne una incerta, successivamente e con tutte le spese accessorie che ne conseguono. Insomma, una sorta di "patteggiamento amministrativo" tra trasgressore e pubblica amministrazione, che conviene ad entrambi e, se vogliamo, sul piano giustiziale, una sorta di "opportunità" (funzione rieducativa), per chi ha commesso la violazione, di essere punito, con una pena certa e, probabilmente, meno affliggente di quella definitiva.
Proprio perché il pagamento in misura ridotta ha una natura diversa da quella dell'accettazione della responsabilità sul fatto (sempre a parere di chi scrive), con questa, non possono essere applicate le conseguenze della reiterazione.

Se (e vengo alla domanda, scusandomi per la lunga premessa), invece, il trasgressore decide di pagare la sanzione ingiunta con l'ordinanza emessa ex art. 18 l. 689/1981, la stessa sortisce i medesimi effetti di cui sopra e quindi, anche in questo caso, non possono essere applicate le conseguenze della reiterazione?

Io sono di parere contrario.
Intanto, l'inciso di cui sopra (art. 8-bis, comma quinto l. 689/1981), richiama, esclusivamente, il c.d. "pagamento in misura ridotta"; in quanto il pagamento della sanzione stabilita dall'autorità amministrativa e non opposta, è già stata oggetto di contenzioso ed ha portato ad una prima valutazione di un "organo terzo", rispetto agli effetti del mero atto di accertamento che ha originato il procedimento sanzionatorio.
In buona sostanza, a parere di chi scrive, il pagamento della sanzione stabilita nell'ordinanza-ingiunzione produce gli effetti previsti per l'applicazione della reiterazione.

Sarei particolarmente grato, di conoscere al più presto il vostro parere e, soprattutto, se esistono già dei precedenti a riguardo, o a favore o contro la tesi prospettata.

Grazie.

26
Grazie!

27
In relazione alle prescrizioni previste da una nostra ordinanza demaniale, viene stabilito che la relativa inosservanza è sanzionata da 100 a 1000 euro, in relazione all'art. 1164 Cod. Navigazione.
Da un prontuario della Capitaneria di porto - Guardia Costiera di Genova, si evince che il procedimento viene "definito" con la "Capitaneria di porto / Regione", senza specificare, a chi vadano inoltrati gli scritti difensivi e a chi effettuare il pagamento della s.m.r. pari ad euro 200,00
Quindi, presumo che questi scritti difensivi vadano presentati al Presidente della G.R. della Toscana, ma non sono altrettanto certo del fatto che il pagamento vada effettuato a favore della Regione Toscana, giacché lo stesso Ente è delegato ad esercitare le funzioni dello Stato, ma non credo possa anche "godere" dei "benefici che derivano dall'attività sanzionatoria.
Potete meglio chiarire la questione?
Grazie!

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Grazie!
Ottimo...come sempre, una garanzia!!!

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Ritenendo che il quesito, così formulato, possa risultare di interesse, anche per altri frequentatori del forum, intanto, pubblico io stesso una interessante sentenza del TAR T.A.R. Puglia Lecce Sez. I Sent., 09-09-2011, n. 1582, la cui massima è la seguente:

"Il verbale della polizia municipale, come tutti i verbali provenienti da pubblici ufficiali, ha efficacia di piena prova, fino a querela di falso, ai sensi dell'art. 2700 c.c. relativamente alla provenienza dell'atto dal pubblico ufficiale che lo ha formato, alle dichiarazioni delle parti e agli altri fatti che il pubblico ufficiale attesti avvenuti in sua presenza o da lui compiuti e, se la fede privilegiata non si estende né agli apprezzamenti del pubblico ufficiale né alle sue valutazioni e deduzioni, tali elementi non sono comunque privi di valore probatorio, in quanto possono fornire elementi presuntivi idonei a fondare la decisione ove siano gravi, precisi e concordanti, ragion per cui tali rapporti conservano un'attendibilità intrinseca che può essere infirmata solo da una specifica prova contraria."

Resta comunque gradito, ogni ulteriore contributo utile a portare chiarezza.

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In tema di accertamento di illecito amministrativo in materia di somministrazione, non è sempre agevole accertare in concreto la fattispecie sanzionata.
A parere di chi scrive, l'accertamento dell'illecito può essere anche dedotto dall'organo di vigilanza, sulla base di indizi di derivazione processualpenalistica (del resto, la legge 689/1981, sebbene citata come legge sulla depenalizzazione, come correttamente indicato nella relativa rubrica comporta "modifiche al sistema penale"), gravi, precisi e concordanti.
Altri ritengono, invece, che senza l'accertamento (sensoriale) diretto del P.U., non è sostenibile l'accertamento di illecito meramnte dedotto.
Ciò premesso, sempre a parere di chi scrive, mancano, ovviamente, i presupposti della c.d. "fede privilegiata" di cui all'art. 2700 del C.C. ma, ciò non toglie, che secondo il libero convincimento del giudice - quindi, secondo un giudizione che pone il privato e la P.A. sul medesimo livello - l'atto di accertamento possa, comunque, essere confermato, in sede di giudizio, perché adeguatamente motivato.
Gradirei sapere il Vs. autorevole parere in merito e, soprattutto, se esiste giurisprudenza sul tema a sostegno di quanto affermato da chi scrive.
Ringrazio e resto in attesa di una cortese risposta.

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