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Post - Staff Omniavis

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27541
Le nuove norme sull’immigrazione

di Bedessi Sergio - Piccioni Fabio

Editore Maggioli
Copyright: Gennaio 2012

Libera circolazione dei cittadini comunitari e rimpatrio degli stranieri dopo la legge 129/2011

http://www.mailingmaggioli.it/promo/volumi/polizia/2012/110112/69036.html

27542
TAXI - sanzione per violazione del regolamento comunale - TAR 12/3/2012



TAR LOMBARDIA, Milano, sez. I - sentenza 12 marzo 2012 n. 803
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 2255 del 2011, proposto da:

Massimo Meregalli, rappresentato e difeso dall’avv. Rita Bernasconi, con domicilio eletto presso l’avv. Ivan Pastorelli in Milano, Via Savaré, 1

contro

Comune di Milano, rappresentato e difeso dagli avv.ti Maria Rita Surano, Maria Rosaria Autieri e Paolo Radaelli, domiciliato in Milano, Via Andreani, 10

per l'annullamento

dell'ingiunzione PG 349193/2011 ed allegato provvedimento di sanzione a seguito di determinazione dirigenziale n. 334/2011 PG 340248/2011 adottata dal Direttore del Settore Attuazione Mobilità e Trasporti - Servizi Autopubbliche in esito al procedimento disciplinare n. 979685/2010; nonché di ogni altro atto presupposto, consequenziale e comunque connesso e segnatamente della determinazione dirigenziale - Settore Trasporti e Mobilità, n. 2107/05 PG 614098/2005 del 21.6.2005 e dell'art. 39 del regolamento taxi comunale.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Milano;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 8 febbraio 2012 il dott. Francesco Mariuzzo e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

Con ricorso notificato il 22.7,11 tempestivamente depositato, il signor Massimo Meregalli, conducente di taxi, ha impugnato la sanzione della sospensione per 32 giorni dalla sua attività inflittagli a seguito di un procedimento disciplinare a conclusione del quale era stato riconosciuto responsabile di aver richiesto il pagamento a tassametro per una corsa dall’aeroporto di Milano - Malpensa a Milano, Via Porpora dell’importo di € 108,00 in luogo della tariffa fissa di € 85,00, nonché per aver rilasciato la ricevuta con un numero di licenza diversa dalla sua.

A sostegno del prodotto ricorso ha dedotto difetto d’istruttoria ed errorea presupposizione dei fatti, arbitrario cumulo in capo allo stesso soggetto delle funzioni di responsabile del servizio e del procedimento disciplinare, composizione mobile della sottocommissione, violazione dei principi di imparzialità e di rispetto del contraddittorio, arbitraria commistione della funzione istruttorie e giudicante, violazione dell’art. 30 del regolamento taxi, difetto di motivazione quanto all’ingiunzione del rimborso di € 23,00, mancata contestazione della supposta recidiva, incompetenza del Dirigente di Settore, violazione dell’art. 71 dello statuto comunaleinsussistenza del potere di infliggere sanzioni in capo al Dirigente, violazione dell’art, 11 bis della L. 15.1.1992, n. 21 e dell’art. 49 della L.r. 14.7.2009, n. 11.

E’ stata, altresì, richiesta l’ammissione di prova per testi sui capitoli da 1 a 6 del ricorso.

Il Comune di Milano si è costituito in giudizio, resistendo all’impugnativa e richiedendone la reiezione.

Alla camera di consiglio del 24.8.2011 il Tribunale ha respinto la domanda di sospensione della vista sanzione disciplinare. Detta ordinanza è stata cassata in sede di appello sul rilievo dell’esistenza degli estremi del grave pregiudizio in attesa della pronuncia di merito.

Con memorie entrambe le parti hanno illustrato le rispettive argomentazioni; con ulteriore memoria di replica il Comune ha insistito per la reiezione del ricorso.

All’udienza dell’8.2.2011 la causa è stata trattenuta a sentenza.

DIRITTO

Con l’introdotto ricorso il ricorrente ha mosso dapprima una contestazione in fatto, allegando che, nel giorno in cui la vicenda sarebbe avvenuta, egli non avrebbe utilizzato la propria autovettura di servizio, ma una Fiat bianca in sostituzione della prima; che, in ogni caso, non si sarebbe trovato al lavoro alle ore 23 dello stesso giorno, avendo la suddetta autovettura subito un guasto alle ore 21, arrestandosi a Viale Jenner, dove un altro tassista, il signor Samuel Catania, l’avrebbe trainata fino all’autofficina del signor Leonello Marchi, in Via Paolo Bassi, 22, accompagnando, poi, a casa il ricorrente; che dopo la riparazione la Fiat bianca sarebbe stata portata presso altra autofficina, la S.A.M.A.K. s.n.c. di Antonio Martella e C., Via Messina, 52 per la registrazione del tassametro, avendo il guasto implicato l’impianto elettrico della detta autovettura.

L’errore in cui sarebbe incorsa la sottocommissione sarebbe comprovata dal fatto che la ricevuta per € 108,00 allegata alla denuncia da parte del trasportato da Malpensa a Milano non corrisponderebbe a quelle della Cooperativa Associazione Tassisti Milanesi, proprietaria del mezzo sostitutivo; assai dubbia apparirebbe in ogni caso la segnalazione del numero di targa, viste sia l’ora tarda sia la sua scarsa leggibilità, essendo abrasi alcuni suoi numeri.

Tale versione dei fatti, espone ancora l’interessato, avrebbe trovato conferma nella dichiarazione scritta da parte del Catania di averlo riaccompagnato a casa, risultata, peraltro, poco credibile nell’interrogatorio assunto dalla Polizia municipale, mentre il meccanico avrebbe tout court negato di aver effettuato una riparazione sulla ridetta autovettura.

Secondo quanto conclusivamente rilevato dal deducente la svolta istruttoria sarebbe da considerarsi carente, non essendo stato sentito l’elettrauto che avrebbe riparato l’impianto elettrico e testato il tassametro e non essendo stata approfondita l’origine della ricevuta rilasciata al trasportato, di cui l’istante non sarebbe stato in possesso per la documentazione delle corse.

A parere del Collegio la richiesta di ammissione di prova per testi avanzata nel ricorso deve essere respinta, posto che versione dei fatti illustrata dall’interessato non appare sotto alcun profilo attendibile alla stregua della documentazione agli atti del giudizio.

Dopo l’audizione dello stesso assistito dal suo legale da parte della sottocommissione davanti alla quale si svolgeva il procedimento disciplinare era stata, infatti, disposta istruttoria per acquisire le dichiarazioni dei testi indicati dall’inquisito, delegando a tal fine la Polizia Locale. Nella relazione redatta da quest’ultima emerge con chiarezza che il Marchi, titolare dell’officina di Via Paolo Bassi, n. 22, non ha eseguito alcuna riparazione sulla Fiat Punto bianca targata DF584YC, per la quale aveva soltanto fornito il kit di riparazione dei freni il 3.8.2010. Palesemente reticente si è, poi, rivelata la successiva dichiarazione da parte del Catania e, cioè, di colui che avrebbe prestato aiuto al ricorrente, trainandone l’autovettura e accompagnandolo a casa, che non ha confermato la precedente dichiarazione scritta, allegando speciosamente che sarebbe passato troppo tempo.

Va, poi, rilevato che la Polizia Locale ha accertato che alcuna riparazione al tassametro è stata effettuata al tassametro della stessa autovettura nel periodo in questione, essendo stati registrati soltanto due interventi rispettivamente il 21.9 e il 1.10.2010.

Alla luce di quanto suesposto deve conseguentemente concludersi che la denuncia presentata dal passeggero, cui era stato richiesto un corrispettivo di € 108,00 in luogo di € 85,00, quale tariffa fissa per il tragitto aeroporto di Malpensa - città di Milano, corrisponde al vero e che la contestazione mossa al ricorrente, peraltro recidivo sullo stesso percorso, è fondata, a nulla rilevando l’origine della ricevuta rilasciata a colui che ha sporto la denuncia.

Il primo motivo introdotto deve essere conseguentemente disatteso.

Egualmente infondate sono la seconda, la terza, la quarta e la quinta censura, con la quale si allega che la sottocommissione avrebbe operato monocraticamente, per più sovrapponendo le funzioni del Responsabile del Servizio a quelle del Responsabile del procedimento.

Sulla base del regolamento adottato in applicazione della L.r. 14.7.2009, n. 11 la commissione consultiva è composta da dipendenti dell’Amministrazione, ma anche da componenti provenienti dalle rappresentanze sindacali e di categoria, operando comunque con la presenza di metà più uno di essi: il che significa dunque che, in difetto di una diversa puntualizzazione da parte del ricorrente, alcuna illegittimità è nella specie riscontrabile, essendo i membri della commissione e delle relative sottocommissioni intercambiabili fra di loro.

Non si configura nella specie neppure la denunciata violazione del contraddittorio e del principio di imparzialità da parte della sottocommissione, che avrebbe cumulato funzioni istruttorie e giudicanti, apparendo all’opposto corretta l’istruttoria svolta dopo le difese scritte da parte del ricorrente, non essendo a tal fine necessario che l’escussione dei testi a difesa avvenga con la necessaria partecipazione del ricorrente: nel ricorso si mutuano, in effetti, principi propri di una fase processuale, mentre i visti interrogatori si sono svolti in sede procedimentale sul cui esito l’inquisito ha poi potuto prendere posizione in occasione della discussione orale. Alcuna indebita sovrapposizione vi è poi stata con riferimento ai compiti svolti da parte del Responsabile del procedimento, che si è limitato a dare l’iniziale comunicazione della contestazione all’interessato, ha disposto istruttoria in esito all’audizione dello stesso davanti alla sottocommissione ed ha, infine, comunicato la sanzione, inflitta, peraltro, dal Direttore del Settore e dal Responsabile del Servizio, come si ricava dalla documentazione prodotta dal Comune.

Identica conclusione vale per il contestato difetto di motivazione circa la sanzione adottata, ivi compresa quella di € 23,00, essendo sufficiente porre in evidenza che le ragioni addotte a tal fine sono state ricavate ob relationem dalla proposta della sottocommissione e dei verbali che l’hanno preceduta. Non doveva, poi, essere oggetto di formale contestazione la recidiva, essendo certa la conoscenza dell’interessato della pregressa infrazione e sufficiente la sua indicazione ai fini della determinazione della finale sanzione.

Con gli ultimi quattro motivi dedotti il ricorrente contesta la competenza del Dirigente del Settore di comminare la sanzione, riferendola al Consiglio comunale; denuncia la violazione dell’art. 71 dello Statuto comunale, che affiderebbe ai Dirigenti la potestà d’infliggere solo sanzioni minori, spettando essa per quelle più gravi al Sindaco; deduce, infine, la violazione della L. 15.1.1992, n. 21 in relazione all’art. 49 della L.r. 14.7.2009, n. 11 con riferimento all’art. 39 del regolamento taxi.

Detta ultima censura, potendo restare assorbite le altre, è fondata.

In base all’art. 2, comma 1 della L. 15.1.1992, n. 21 "il servizio di taxi ha lo scopo di soddisfare le esigenze del trasporto individuale o di piccoli gruppi di persone" per il comma 2 "la prestazione del servizio è obbligatoria. Le regioni stabiliscono idonee sanzioni amministrative per l'inosservanza di tale obbligo".

L’art. 4, comma 2 della stessa Legge precisa ancora che le regioni stabiliscono i criteri cui devono attenersi i comuni nel redigere i regolamenti sull'esercizio degli autoservizi pubblici non di linea.

Per il successivo comma 3 "nel rispetto delle norme regionali, gli enti locali delegati all'esercizio delle funzioni amministrative di cui al comma 1 disciplinano l'esercizio degli autoservizi pubblici non di linea a mezzo di specifici regolamenti".

La Regione Lombardia ha a sua volta emanato la L.r. 14.7.2009, n. 11 (Testo unico delle leggi regionali in materia di trasporti), il cui Titolo II, Capo II (artt. 45-63), è dedicato ai "servizi non di linea", riprendendo le disposizioni già contenute nell’abrogata L.r. n. 20/1995.

L’art. 45, comma 2 di tale legge prevede che "lo svolgimento dei servizi di cui al comma 1 è disciplinato dai regolamenti comunali aventi i contenuti essenziali di cui all’articolo 5 della legge n. 21 del 1992 e redatti sulla base delle disposizioni del presente capo".

Per il successivo art. 48 la vigilanza sui servizi taxi è esercitata dal comune che ha rilasciato la licenza per l’esercizio del servizio taxi.

Infine, l’art. 49 della stessa Legge disciplina le "sanzioni", prevedendo, al comma 1, che la violazione dell’obbligo della prestazione del servizio mediante offerta indifferenziata al pubblico (ex art. 46, comma 1 lett. a) comporta la sanzione amministrativa della sospensione, da uno a novanta giorni della licenza per l’esercizio del servizio taxi. L’avvenuta irrogazione di tre provvedimenti sanzionatori nell’arco di un quinquennio comporta la decadenza della licenza (comma 2).

Per il successivo comma 3 "ai sensi dell’articolo 86 del D.Lgs. 285/1992", la violazione delle disposizioni di cui all’articolo 46, comma 1, e pertanto dell’obbligo di dotazione di tassametro omologato (ex art. 46 comma 1 lett. b), e del divieto di ulteriori oneri per l’utente (ex art. 46 comma 1 lett. c), comporta l’applicazione delle sanzioni pecuniarie nella misura ivi prevista.

Infine, per il comma 6, le disposizioni sanzionatorie di cui al presente articolo devono essere recepite nei regolamenti comunali.

Tale ultima norma è stata invocata dalla difesa del Comune per sostenere che, attesa la competenza dei regolamenti comunali a disciplinare i servizi di che trattasi, e fermo restando il recepimento obbligatorio delle sanzioni di cui al citato art. 49, i Comuni potrebbero discrezionalmente esercitare il proprio potere sanzionatorio, individuando ulteriori fattispecie, come accaduto nel caso di specie, a fronte dell’inosservanza di obblighi derivanti dall’applicazione di una precedente sanzione. Il detto art. 49 non limiterebbe pertanto il potere sanzionatorio comunale, individuando alcune fattispecie di particolare gravità e non precluderebbe la possibilità per i Regolamenti Comunali di prevederne in modo autonomo altre ulteriori.

Le dette argomentazioni non possono essere condivise e sono state già disattese dalla Sezione con sentenza 25.1.2012, n. 2479. dalla quale non vi sono ragioni per discostarsi.

Il quadro normativo sopra evidenziato esclude, infatti, espressamente che i regolamenti comunali possano autonomamente disciplinare la materia delle sanzioni. Tanto il legislatore statale che quello regionale hanno individuato il contenuto dei detti regolamenti, tramite indicazione tassativa delle materie ad essi attribuite, tra le quali non rientra la definizione delle sanzioni (v. art. 45 comma 2 della L.r. n. 11/2009 e art. 5 della L. n. 21/1992).

Entrambe le fonti normative citate hanno invece disciplinato expressis verbis la materia delle sanzioni, punendo con la sospensione della licenza la sola violazione dell’obbligo della prestazione del servizio mediante offerta indifferenziata al pubblico (v. comma 1 dell’art. 49, che rinvia all’art. 46 comma 1 lett. a).

Resta in ogni caso ferma l’applicazione delle sanzioni accessorie previste dall’art. 86, comma 2 ultimo periodo del codice della strada (sospensione o revoca della patente e confisca del veicolo) "a coloro ai quali è stata sospesa o revocata la licenza", che, tuttavia, non è la norma posta a fondamento del provvedimento impugnato.

Il ricorso va pertanto in tali limiti accolto.

Sussistono tuttavia giusti motivi per compensare tra le parti le spese di giudizio, in conseguenza della soccombenza reciproca;

P.Q.M.

il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione I),

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei limiti di cui in motivazione.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 8 febbraio 2012 con l'intervento dei magistrati:

Francesco Mariuzzo, Presidente, Estensore

Raffaello Gisondi, Primo Referendario

Alberto Di Mario, Primo Referendario

IL PRESIDENTE, ESTENSORE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 12/03/2012

27544
RISTRUTTURAZIONI EDILIZIE: LE AGEVOLAZIONI FISCALI

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27545
SUAP telematico: continua la formazione sull’uso di MUTA (Modello Unico Trasmissione Atti)
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27546
L.R. 1/2012 - Procedimento amministrativo, diritto di accesso ai documenti

Procedimento amministrativo, diritto di accesso ai documenti e semplificazione.
La Legge regionale 1 febbraio 2012, n.1 è la legge di riordino in materia di procedimento amministrativo, diritto di accesso, semplificazione amministrativa e potestà sanzionatoria.
Per la prima volta in questa Legislatura è stato utilizzato lo strumento della “legge per il riordino normativo” (previsto dall'art.40 dello Statuto d'Autonomia della Lombardia) il quale ha consentito un iter più rapido di approvazione della legge rispetto al procedimento ordinario.
L'obiettivo del riordino è stato di armonizzare la disciplina regionale sul procedimento amministrativo con quella statale, contribuendo al tempo stesso alla trasparenza e alla semplificazione.
La legge n.1/2012 è pubblicata sul Bollettino Ufficiale di Regione Lombardia, Supplemento n.5 di venerdì 3 febbraio 2012.

http://www.semplificazione.regione.lombardia.it/cs/Satellite?c=Redazionale_P&childpagename=DG_01%2FDetail&cid=1213491246554&pagename=DG_01Wrapper#1213491446748

27547
MUSICA D’ALLIETAMENTO E DA TRATTENIMENTO NEI BAR

Mai una questione talmente semplice e banale ha comportato tanti problemi interpretativi e, soprattutto, applicativi. E a nulla è servita l’elaborazione giurisprudenziale che ha distinto tra l’attività di intrattenimento da quella di mero allietamento. Finalmente il D.L. n. 5/2012 archivia definitivamente il problema ma non toglie le castagne dal fuoco per i music bar, che non potranno più dire di essere border line

http://www.edkeditore.it/edk/newsletter/PLCOM/2012/PLCOM_08-2012/PLCOM_08-2012_02.html

27548
MUSICA D’ALLIETAMENTO E DA TRATTENIMENTO NEI BAR

Mai una questione talmente semplice e banale ha comportato tanti problemi interpretativi e, soprattutto, applicativi. E a nulla è servita l’elaborazione giurisprudenziale che ha distinto tra l’attività di intrattenimento da quella di mero allietamento. Finalmente il D.L. n. 5/2012 archivia definitivamente il problema ma non toglie le castagne dal fuoco per i music bar, che non potranno più dire di essere border line

http://www.edkeditore.it/edk/newsletter/PLCOM/2012/PLCOM_08-2012/PLCOM_08-2012_02.html

27549
LEGGE REGIONALE 9 marzo 2012, n. 8
Disposizioni urgenti in materia di alienazione e valorizzazione di immobili pubblici in attuazione dell’articolo 27 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214.


27550
N. 00265/2012 REG.PROV.COLL.

N. 00073/2012 REG.RIC.           



REPUBBLICA ITALIANA

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto

(Sezione Terza)

ha pronunciato la presente
ORDINANZA

sul ricorso numero di registro generale 73 del 2012, proposto da:

Pam Panorama S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dagli avv. Angela Turi, Pier Vettor Grimani, Giorgio Roderi, con domicilio eletto presso Pier Vettor Grimani in Venezia, S. Croce, 466/G;

contro
Comune di Treviso, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dagli avv. Antonello Coniglione, Giampaolo De Piazzi, domiciliata per legge in Venezia, S. Marco, 4091;
Regione Veneto, in persona del Presidente pro tempore, rappresentata e difesa dagli avv. Ezio Zanon, Luisa Londei, domiciliata per legge in Venezia, Cannaregio, 23;
e con l'intervento di
ad opponendum:
Filcams Cigl, Fisascat Cisl, Uiltucs Uil, in persona dei legali rappresentanti pro tempore, rappresentati e difesi dall'avv. Antonio Franciosi, con domicilio presso la Segreteria del T.A.R., ai sensi dell’art. 25 del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104;
per l'annullamento
dell’ordinanza sindacale del 30.12.2011 prot. n. 43, limitativa della possibilità di apertura domenicale degli esercizi commerciali al dettaglio;

Visti il ricorso e i relativi allegati;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Comune di Treviso e di Regione Veneto;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 22 febbraio 2012 il dott. Giuseppe Di Nunzio e uditi per le parti i difensori P.V. Grimani e G. Roderi per la parte ricorrente, A. Coniglione per il comune di Treviso, L. Londei e E. Zanon per la Regione del Veneto, A. Franciosi per gli intervenienti ad opponendum;

1. Parte ricorrente - appartenente al settore della grande distribuzione – impugna l’ordinanza sindacale in oggetto, in quanto limitativa della possibilità di apertura domenicale e festiva degli esercizi commerciali al dettaglio per l’anno 2012.
2. A seguito del D.L. 6.12.11, n. 201 (c.d. Decreto Salva Italia), convertito nella L. 22.12.11, n. 214, che ha modificato l’art. 3, comma 1°, lett. d) bis, del D.L. 4.7.2006, n. 223, convertito nella L. 4.8.06 n. 248, emanato ai sensi dell’ordinamento comunitario sulla concorrenza, “…al fine di garantire la libertà di concorrenza secondo condizioni di pari opportunità ed il corretto ed uniforme funzionamento del mercato, nonché di assicurare ai consumatori finali un livello minimo ed uniforme di condizioni di accessibilità all’acquisto di prodotti e servizi sul territorio nazionale, ai sensi dell’art. 117, comma 2°, lett. e) ed m), della Costituzione, le attività commerciali…sono svolte senza i seguenti limiti e prescrizioni:…d-bis) il rispetto degli orari di apertura e chiusura domenicale e festiva, nonché quello della mezza giornata di chiusura settimanale dell’esercizio;…”.
Successivamente alla nuova legge statale è intervenuta la legge della Regione Veneto 27.12.11, n. 30 che, all’art. 3, ha previsto lo stesso tipo di limitazione agli orari di apertura e chiusura delle attività di commercio al dettaglio preesistente alla novella legislativa statale. In particolare ha previsto che tali attività “osservano la chiusura domenicale e festiva” (art. 3, comma 2° ) e che “derogano all’obbligo di chiusura domenicale e festiva di cui al comma 2°” in limitate ipotesi determinate, nonché, in via sperimentale, in ulteriori ipotesi (art. 3, commi 4°, 6° e 7°).
Il Comune di Treviso, con il provvedimento gravato, ha dato attuazione al suddetto art. 3 della L.R. 27.12.11 n. 30.
3. Causa petendi del ricorso, esaminato in fase cautelare, è la necessità di annullare, previa sospensiva, l’impugnata ordinanza sindacale prescindendo dalla legge regionale del Veneto n. 30 del 27.12.11 o disapplicandola ovvero rimettendo la questione della sua costituzionalità alla Corte Costituzionale.
3.1. Sotto il profilo della rilevanza dell’eccezione di incostituzionalità, il Collegio osserva innanzitutto come il principio di gerarchia delle fonti normative nazionali non consenta di prescindere da una legge regionale contraria a una legge statale quando la prima è successiva alla seconda, come sovviene nella fattispecie concreta.
In secondo luogo, non è possibile disapplicare la legge regionale interna per contrasto coi principi del diritto comunitario, in quanto – a parte altre considerazioni – la disapplicazione sarebbe possibile solo nei confronti di una norma comunitaria self-executing, ipotesi che qui non ricorre.
Profili di illegittimità per vizi formali, quali insufficienze di motivazione, oltre che sprovvisti di fumus boni iuris, sarebbero comunque logicamente subordinati al predetto nucleo della causa petendi.
La questione di costituzionalità è quindi rilevante perché sarebbe possibile e necessario annullare l’ordinanza sindacale impugnata se la Corte Costituzionale annullasse, in parte qua, l’art. 3 della L.R. 30/11.
3.2. Si tratta ancora di stabilire se la questione di costituzionalità sia, oltre che rilevante, anche non manifestamente infondata.
Alla luce del dettato normativo e della giurisprudenza costituzionale (cfr C.Cost. n. 18 del 23.1.12; n. 150 del 18.4.11; n. 288 del 4.10.10) e amministrativa (cfr. C.d.S., Sez V, 29.11.11, n. 6297), da una parte, la questione – della quale si controverte – dei limiti dell’apertura domenicale e festiva degli esercizi commerciali rientra in astratto nella potestà legislativa residuale regionale di cui all’art. 117, comma 4°, quale materia del “commercio”; d’altra parte, tuttavia, la stessa questione, rientra in astratto anche nella legislazione esclusiva dello Stato ove incida sulla “tutela della concorrenza” di cui all’art. 117, comma 2°, lett. e) Cost. o sulla “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” di cui all’art. 117, comma 2°, lett. m) Cost..
In concreto, la legge statale in esame ha espressamente fatto riferimento, nel liberalizzare le aperture domenicali e festive, alle citate lett. e) ed m) dell’art. 117, comma 2°, Cost., mentre la successiva legge regionale – come si è visto – ha essenzialmente mantenuto fermo il regime precedente di divieto di apertura domenicale e festiva, con l’evidente conseguenza di incidere sul confronto concorrenziale tra imprese più o meno strutturate, o semplicemente intenzionate, in relazione all’esercizio dell’iniziativa economica in tali giorni e di incidere, altresì, sui livelli di prestazioni di beni e servizi disponibili per i consumatori ed utenti.
La giurisprudenza sopra citata ha invero riconosciuto che la potestà legislativa residuale regionale in materia di commercio possa estendersi alla disciplina degli orari e giorni di apertura degli esercizi, affinché non sia svuotata di un contenuto essenziale, ma con il limite di potere incidere sulla tutela della concorrenza e sui livelli di prestazioni minime in modo da aumentarli, sia pure indirettamente e marginalmente, e non invece in modo da comprimerli rispetto alla disciplina esclusiva statale, così come effettuato con l’art. 3 della L.R. 30/11.
Più precisamente, la nuova legislazione statale ha liberalizzato, in attuazione dei ripetuti principi costituzionali, le aperture domenicali e festive degli esercizi commerciali, perdurando solo la possibilità di restrizioni eccezionali derivanti dalla necessità di attuare diversi principi costituzionali e comunitari, peraltro espressamente richiamati dall’art. 31, comma 2°, D.L. 6.12.11, n. 201, ove ammette derogatoriamente limiti “connessi alla tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente, ivi incluso l’ambiente urbano, e dei beni culturali”.
La sopravvenuta legislazione regionale ha invece invertito la regola in eccezione, stabilendo – con incisione negativa sulla tutela della concorrenza, sui livelli essenziali di prestazioni e sull’iniziativa economica – l’obbligo di chiusura domenicale e festiva, salvo ipotesi derogatorie specificatamente indicate.
Il Collegio reputa dunque che la disciplina dettata dall’art. 3 della legge regionale n. 30/2011 presenti profili non manifestamente infondati di contrasto con gli art. 41 e 117, comma 2°, lett. e) ed m), Cost.
4. Per quanto esposto, appare rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3 della legge della Regione Veneto 27.12.11 n. 30 in relazione agli artt. 41 e 117, comma 2°, lett. e) ed m) della Costituzione.
Con separata ordinanza resa all’esito dell’odierna camera di consiglio, è già stata disposta, in accoglimento provvisorio dell’incidente cautelare, la sospensione dell’efficacia del provvedimento impugnato fino alla decisione, da parte della Corte Costituzionale, della questione di legittimità costituzionale (cfr. C.d.S., A.P., ord. 20.12.1999, n. 2) ed è stato rinviato l’esame ulteriore della domanda cautelare alla camera di consiglio che sarà fissata dopo la comunicazione di detta decisione (cfr. Corte Costituzionale 18.6.1997, n. 183).
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto (Sezione Terza), Pronunciando sul ricorso in epigrafe indicato, visti gli artt. 134 della Costituzione e 1 della legge costituzionale 9 febbraio 1948 n. 1, nonché 23 della legge 11 marzo 1953 n. 87, dichiara rilevante e non manifestamente infondata, in relazione agli artt. 41 e 117, comma 2°, lett. e) ed m), della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3 della legge della Regione Veneto 27.12.11, n. 30.
Ordina l’immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale.
Ordina che, a cura della Segreteria, la presente ordinanza sia notificata alle parti e al Presidente della Regione Veneto e sia comunicata al Presidente del Consiglio Regionale del Veneto.
Così deciso in Venezia nella camera di consiglio del giorno 22 febbraio 2012 con l'intervento dei magistrati:
Giuseppe Di Nunzio,   Presidente, Estensore
Riccardo Savoia,   Consigliere
Stefano Mielli,   Primo Referendario
       
       
IL PRESIDENTE, ESTENSORE      
       
       
       


DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 29/02/2012
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)


27551
Licenze TULPS triennali - circolare Mininterno 22/2/2012

27557
Liberalizzazioni / Parere conferenza Stato Regioni 22/2/2012
« il: 05 Marzo 2012, 20:25:05 »
Parere conferenza Stato Regioni 22/2/2012

27558
Liberalizzazioni / Direttiva Servizi. La Guida all'utente
« il: 05 Marzo 2012, 20:22:41 »
Direttiva Servizi. La Guida all'utente
La Guida all'utente sulla Direttiva Servizi è una iniziativa del Dipartimento Politiche Europee, d'intesa con il Formez, nell'ambito delle attività formative-informative promosse per favorire l'attuazione della Direttiva sui Servizi nel Mercato Interno.

La Guida intende offrire a imprese, pubblica amministrazione, professionisti o destinatari di servizi uno strumento di lettura della direttiva e di consultazione con l'obiettivo non solo di guidarlo nella complessità delle prescrizioni della direttiva, ma anche di offrirgli una visione più compiuta del mercato europeo dei servizi e del contesto delle iniziative tuttora in corso a livello nazionale ed europeo.

La Guida presenta una prima parte dedicata ad una sintetica descrizione del contenuto della Direttiva, la nuova disciplina delle attività di servizi in applicazione al decreto legislativo 59/2010 di recepimento della direttiva, con attenzione ai più recenti sviluppi normativi.

Nella seconda parte, la Guida si propone di "introdurre" le diverse tipologie di utenti (singole attività economiche, imprese, destinatari dei servizi, pubblica amministrazione, professioni regolamentate) all'interno delle procedure connesse all'accesso e all'esercizio delle attività di servizi, con una strutturazione in sezioni distinte e un'impostazione di tipo pratico, che illustra le modalità operative di interesse per ciascuna categoria interessata dall'applicazione della direttiva.

http://www.politicheeuropee.it/attivita/18093/direttiva-servizi-guida-allutente

27559
Manuale di applicazione della norma di sicurezza dei centri urbani
Lunedì 27 Febbraio 2012    
E’ stato pubblicato il Manuale di applicazione della norma di sicurezza dei centri urbani, emanata da Uni nel 2010 - Cen-Tr14383-2 “Prevenzione del crimine – pianificazione urbanistica”. Il volume fornisce un supporto tecnico a coloro, progettisti o decisori, che con le proprie scelte possono creare quartieri e spazi pubblici più sicuri.

Il testo, corredato da diverse immagini e schemi grafici, prende in esame tre livelli di intervento: la pianificazione urbanistica, la progettazione urbana e la gestione degli spazi pubblici. Le linee guida fornite nei vari capitoli corrispondono punto per punto ai contenuti della nuova norma Uni Cen/Tr14383-2: l’appendice presenta l’applicazione ad un caso concreto a scala urbana.

Il testo è stato scritto da Clara Carpia, docente di urbanistica e responsabile del laboratorio “Qualità urbana e Sicurezza” del Politecnico di Milano e da Carlo Bottigelli, ingegnere, urbanista, project manager per progetti a scala urbana, collaboratore del Laboratorio “Qualità urbana e Sicurezza” del Politecnico di Milano.
Fonte: www.fisu.it

http://www.cittalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3791:manuale-di-applicazione-della-norma-di-sicurezza-dei-centri-urbani&catid=3:notizie&Itemid=14

27560

Data:   23-02-2012
Titolo:   Cooperative di artigiani - lavoratori autonomi
Testo:   Con riferimento alle segnalazioni pervenute da alcune Casse Edili in merito a richieste di DURC relative ad imprese costituite come "cooperative di artigiani" o "cooperative di lavoratori autonomi", la scrivente precisa quanto segue.

Si rileva innanzitutto che le Associazioni nazionali delle imprese cooperative hanno istituito insieme a INPS e INAIL, con apposita convenzione, degli specifici "Osservatori" presso le Direzioni provinciali del Lavoro per verificare la coerenza di tali forme di cooperative con quanto previsto dalla legge n. 142/01.

In ogni caso le cooperative in esame, qualora dichiarino di non avere dipendenti ma di operare esclusivamente con soci-lavoratori autonomi, non hanno l'obbligo d'iscrizione alla Cassa Edile e, pertanto, ogni richiesta di DURC deve essere indirizzata soltanto agli Istituti pubblici INPS ed INAIL.

Qualora tali cooperative abbiano anche lavoratori dipendenti e sia effettuata una richiesta di DURC attraverso la procedura prevista per le imprese edili, la Cassa Edile rilascerà un DURC di regolarità, previa verifica anche del possesso di un Durc INPS - INAIL da parte dei lavoratori autonomi che, soci delle cooperative, risultino operanti nel cantiere.

Rimanendo a disposizione per ulteriori chiarimenti si inviano i più cordiali saluti.
      Il Vicepresidente         Il Presidente      
      Massimo Trinci         Franco Osenga

http://domino.cnce.it/CNCE/notizie.nsf/014850d803e2e50ec1256cd200549d0b/fb3fd2fe55b33178c12579ad0039b0d6?OpenDocument

27561
Variante SUAP - la conferenza NON è obbligatoria - sentenza 24/2/2012

TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 24.02.2012 n. 618



************************

N. 00618/2012 REG.PROV.COLL.

N. 02569/2011 REG.RIC.



REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia

(Sezione Seconda)

ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 2569 del 2011, integrato da motivi aggiunti, proposto da:
- Beton Team S.r.l., in persona del legale rappresentante pro-tempore, e sig.ra Claudia Di Maggio, entrambi rappresentati e difesi dall'avv. Mario Bertacco, con domicilio eletto presso il suo studio in Milano, C.so Monforte, 39;
contro
- Comune di Desio, in persona del Sindaco pro-tempore, rappresentato e difeso dall'avv. Mario Viviani, con domicilio eletto presso il suo studio in Milano, Galleria San Babila, 4/A;
per l'annullamento
> quanto al ricorso introduttivo:
- del provvedimento prot. n. 17713, ord. n. 126 del 20.05.2011 di ingiunzione a demolire opere edilizie, nonché di ogni atto connesso, presupposto e conseguente e, in particolare, della Delibera Commissariale n. 2 dell'11.01.2011, recante <<Individuazione dell’area da acquisire al patrimonio comunale…>>;
> e, quanto ai motivi aggiunti depositati il 16.11.2011:
- del provvedimento prot. n. 26831 dell’ 8.8.2011, di diniego di attivazione della procedura di S.U.A.P. - sportello unico attività produttive.

Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Desio;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 12 gennaio 2012 la dott.ssa Concetta Plantamura e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO
Con l’odierno ricorso, notificato il 21.07.2011 e depositato il successivo 08.09.2011, gli esponenti hanno impugnato l’ordinanza di demolizione in epigrafe specificata assumendone la illegittimità sotto più profili.
In particolare, riferiscono gli istanti di avere eseguito una serie di manufatti, all’interno dell’area contraddistinta al Catasto Terreni del Comune di Desio al mappale 298 del foglio 41, per i quali hanno presentato distinte domande di sanatoria, entrambe rigettate dall’amministrazione.
Il diniego relativo alla domanda di sanatoria presentata dalla Beton Team è stato impugnato con ricorso dinanzi a questo Tribunale n. 2677/2007 R.G., respinto con sentenza n. 2061 del 01.04.2009.
L’altro diniego, sulla domanda di sanatoria presentata dalla sig.ra Di Maggio, è stato pure impugnato dinanzi a questo T.A.R. con separato ricorso, rubricato al n. 2291/2010, discusso nel merito alla stessa udienza pubblica fissata per la definizione dell’odierno gravame.
Anche il ricorso n. 2291/2010 cit. è stato respinto.
Con sopralluogo del 20.04.2010 il Comune ha accertato l’effettiva consistenza delle opere abusive, che sono risultate essere in parte, ulteriori e, in altra parte, non corrispondenti, sia con quanto rappresentato nelle domande di condono in precedenza citate, che con quanto riportato nell’allegato alla domanda di nulla osta all’esercizio dell’attività, presentata il 01.10.2001 presso lo Sportello Unico per le Imprese.
Da ciò l’ordinanza di demolizione n. 126/2011 del 20.05.2011, avente ad oggetto tutti i manufatti abusivi accertati nel sopralluogo del 20.04.2011, così come evidenziati nell’allegato A all’ingiunzione n.126 cit.
L’ordinanza richiama, altresì, nelle premesse, la deliberazione del Commissario prefettizio n. 2 dell’11.1.2011, di individuazione dell’area da acquisire in caso di inottemperanza.
Contro tali atti è stato interposto l’odierno gravame introduttivo, affidato a tre motivi, con cui si deduce:
1) l’eccesso di potere per difetto di interesse pubblico in relazione alla pendenza dei giudizi amministrativi sui dinieghi di condono edilizio; nonché, per illogicità della motivazione e per perplessità del dispositivo.
2) la violazione dell’art. 31 del d.P.R. n. 380/2001, non potendosi considerare taluni degli interventi oggetto dell’ingiunzione di demolizione come realizzati in assenza di permesso di costruire, stante il difetto dei presupposti, trattandosi di opere funzionali al ciclo tecnologico di un insediamento produttivo.
3) la violazione dell’art. 31, co. 3 del d.P.R. n. 380/2001, in relazione alla determinazione dell’area da acquisire, che non esclude neppure il sedime delle opere preesistenti a quelle realizzate dagli odierni ricorrenti.
Si è costituito il Comune di Desio con controricorso, controdeducendo alle censure avversarie.
Con motivi aggiunti depositati il 16.11.2011 l’impugnazione è stata estesa al provvedimento dell’8.08.2011, con cui il Comune di Desio ha negato l’attivazione della procedura di sportello unico per le attività produttive.
Con essi si deduce, in sintesi:
1) la violazione degli artt. 4 e 5 del d.P.R. n. 447/1998 (laddove nel diniego impugnato si include, fra i motivi ostativi, l’abusività delle opere edilizie oggetto del progettato intervento di sostituzione edilizia);
2) la violazione dell’art. 1 della legge n.241/1990 (per mancata attivazione di un procedimento amministrativo, pur in presenza dei requisiti soggettivi e oggettivi richiesti);
3) il vizio di eccesso di potere per motivazione incongrua e sviamento.
Anche rispetto ai suddetti motivi aggiunti si è costituito il Comune di Desio, che ha controdedotto alle censure avversarie, sollevando, altresì, due eccezioni di inammissibilità, per difetto di interesse e per difetto di notifica alle società controinteressate.
Entrambe le parti hanno depositato memorie in vista dell’udienza di merito.
Alla pubblica udienza del 12 gennaio 2012 la causa è stata trattenuta dal Collegio per la decisione.
DIRITTO
Esaminando dapprima il ricorso introduttivo, il Collegio deve subito rilevare l’infondatezza del primo motivo, poiché, per giurisprudenza costante, l'ordinanza di demolizione costituisce esplicazione di un potere vincolato, sicché essa è congruamente motivata con la descrizione delle opere abusive e il richiamo all'accertata abusività delle stesse, senza necessità di indicare alcun interesse pubblico ulteriore (cfr. T.A.R. Lazio Roma, sez. I, 08 giugno 2011, n. 5082; T.A.R. Puglia Lecce, sez. III, 07 aprile 2011, n. 611; T.A.R. Trentino Alto Adige Trento, sez. I, 06 aprile 2011, n. 105; T.A.R. Campania Napoli, sez. III, 02 marzo 2011, n. 1273; T.A.R. Puglia Bari, sez. II, 11 novembre 2010, n. 3902). Non vi sono margini, quindi, per dedurre vizi di eccesso di potere per difetto di ponderazione di interessi.
Non sussiste, poi, alcuna perplessità del dispositivo ai fini dell’inquadramento del provvedimento in questione come ingiunzione di demolizione, dovendo essere valutata la motivazione dell’ordinanza nella sua interezza, senza estrapolare da essa singole parti, da interpretare in modo avulso rispetto al contesto di riferimento.
In tal senso, proprio una lettura complessiva della motivazione dell’ordinanza de qua dà chiaramente conto della sua immediata lesività, quanto meno con riferimento all’ordine, attuale, di demolizione delle opere abusive (entro il termine perentorio, ivi assegnato, di 90 giorni, e con l’avvertenza che, in mancanza, si procederà all’acquisizione gratuita ai sensi dell’art. 31 d.P.R. n. 380/2001).
Quanto al secondo motivo, con cui si contesta, in sostanza, la definizione delle opere abusive come nuova costruzione, è opportuno precisare come:
- il manufatto edilizio indicato nell’ordinanza sub n.1, è stato già oggetto di domanda di condono edilizio avanzata dalla sig.ra Di Maggio in data 10.12.2004 e denegata dal Comune con provvedimento del 16.06.2010, che ha qualificato l’opera come nuova costruzione non suscettibile di sanatoria;
- il manufatto indicato sub n.5, è stato anch’esso oggetto di domanda di condono edilizio avanzata da Beton Team e respinta dal Comune con provvedimento del 28.09.2007, che ha qualificato l’opera come nuova costruzione non suscettibile di sanatoria;
- le restanti opere, meglio descritte sub nn. 2, 3, 4 e 6 dell’ordinanza di demolizione, risultano edificate senza titolo e sono qualificate dal Comune come interventi di nuova costruzione.
Gli esponenti contestano tale qualificazione, affermando che si tratta di opere di manutenzione funzionali all’attività produttiva della Beton Team.
Sennonché, l’affermazione di parte ricorrente, al di là della sua genericità, non può essere condivisa, atteso che le opere descritte ai nn. 2, 3, 4 e 6 dell’ordinanza (meglio rappresentate nell’allegato sub A dell’ordinanza, prodotto in atti dalla difesa comunale) appaiono idonee, per dimensioni e destinazione, ad alterare in modo permanente il suolo inedificato (cfr. art. 27 co. 1 lett. e 3 legge reg. n. 12/2005).
D’altro canto, neppure la connotazione come prefabbricati, sostenuta per alcune di esse dagli esponenti, è idonea ad escluderne la riconducibilità al novero delle nuove costruzioni, stante il chiaro disposto dell’art. 27 cit., co. 1 lett. e 5), e trattandosi qui di manufatti che non risultano affatto “diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee”.
Quanto all’accenno fatto nel ricorso alla Circolare del Ministero del Lavori Pubblici del 4 (rectius 16) novembre 1977, n. 1918, allo scopo di sostenere la sanabilità delle opere de quibus, in quanto funzionali al ciclo produttivo, va, in primo luogo, chiarito come tale atto sia per sua stessa natura inidoneo ad introdurre deroghe alla normativa vigente.
In ogni caso, va precisato come l’apporto di chiarificazione da essa fornito sia nel senso di considerare esclusi dall'obbligo della concessione (ora permesso di costruire) soltanto i «lavori concernenti piccole modifiche interne, insuscettibili di incidere sulle parti interessate alla salvaguardia della struttura dell'edificio». Si tratta, quindi, soltanto di interventi di manutenzione ordinaria che, con riferimento agli impianti industriali, sono meglio declinati come quegli <<interventi intesi ad assicurare la funzionalità dell'impianto ed il suo adeguamento tecnologico; sempreché tali interventi, in rapporto alle dimensioni dello stabilimento, non ne modifichino le caratteristiche complessive, siano interne al suo perimetro e non incidano sulle sue strutture e sul suo aspetto. Le opere in questione, inoltre, non debbono… richiedere nuove opere di urbanizzazione e, più in generale, di infrastrutturazione; determinare alcun pregiudizio di natura igienica ovvero effetti inquinanti; essere, comunque, in contrasto con specifiche norme di regolamento edilizio o di attuazione dei piani regolatori in materia di altezze, distacchi, rapporti tra superficie scoperta e coperta, ecc.>>.
Ebbene, nessuna dimostrazione è stata resa dagli esponenti in ordine alla ricorrenza, nel caso in esame, delle condizioni indicate nella predetta circolare, al fine di giustificare l’esclusione dei manufatti sopra specificati dalla regola generale che ne impone la qualificazione come intervento di nuova costruzione, soggetto a titolo edilizio (cfr. con specifico riguardo all’applicazione della richiamata circolare: Cassazione penale, sez. III, 18 novembre 1981, secondo cui:<<La costruzione di una tettoia di protezione con pilastri in acciaio destinata al riparo di mezzi e attrezzature, è soggetta all'obbligo di licenza edilizia. Non è applicabile in tal caso la circolare del 16 novembre 1977 del ministero dei lavori pubblici - dir. gen. urbanistica, per la quale sono escluse dall'obbligo della concessione tutte le opere di ordinaria amministrazione, intese ad assicurare la funzionalità dell'impianto e il suo adeguamento tecnologico>>).
Consegue da ciò l’infondatezza del secondo motivo.
Infine, in relazione al terzo motivo, con cui si lamenta l’illegittimità della deliberazione del Commissario prefettizio n.2/2011, di delimitazione dell’area da acquisire in caso di inottemperanza, va notato come detta deliberazione contenga un esauriente riepilogo dei criteri seguiti per la determinazione della superficie da acquisire, che sfugge alle critiche di sommarietà espresse dai ricorrenti.
Risulta, peraltro, che la superficie utile di pavimento dei manufatti abusivi sia pari a 363,15 mq e che la superficie da acquisire sia stata fissata dall’amministrazione in 3.160 mq circa, tenendo conto dei 240 mq di superficie complessiva dei manufatti preesistenti, non oggetto del procedimento sanzionatorio.
Non risultano, quindi, violati i parametri di riferimento di cui all’art. 31, co. 3 d.P.R. n. 380/2001.
Anche il terzo motivo deve essere, quindi, respinto.
Passando ad esaminare i motivi aggiunti, il Collegio osserva quanto segue.
La soc. Beton Team ha presentato al Comune di Desio una richiesta di avvio di procedimento di Sportello Unico ai sensi del d.P.R. n. 447/1998, allegando ad essa un progetto edilizio che prevede la riqualificazione e l’ampliamento dell’insediamento produttivo mediante sostituzione dei corpi di fabbrica oggetto dei provvedimenti sanzionatori comunali. Si tratta, in particolare, di progetto comportante variante al P.G.T. vigente, posto che quest’ultimo impone all’area d’intervento una destinazione agricola.
Da ciò la necessità, rappresentata dalla società Beton Team, di avviare la procedura di S.U.A.P. ai sensi dell’art. 5 del d.P.R. cit.
Sennonché, il Comune ha respinto l’istanza con provvedimento dell’8.08.2011, evidenziando come la valutazione di accessibilità al procedimento ex art. 5 cit. debba necessariamente muovere da presupposti di piena legittimità dell’attività e non possa, invece, essere considerata come un procedimento di sanatoria di abusi edilizi. Indi, l’ente stesso ha rimarcato l’inadeguatezza del progetto edilizio, già stigmatizzata col diniego di permesso di costruire del 23.03.2011.
Ebbene, sulla base di tali premesse, il Collegio ritiene di poter soprassedere dall’esame delle eccezioni di rito, stante l’infondatezza nel merito anche dei motivi aggiunti.
La disciplina dettata dal D.P.R. 20-10-1998 n. 447 è finalizzata a semplificare i procedimenti di autorizzazione per la realizzazione, l'ampliamento, la ristrutturazione e la riconversione degli impianti produttivi (cfr. Con. Stato, Sez. IV, sent. n. 2170 del 14-04-2006). Detta semplificazione amministrativa si risolve in un procedimento che, attraverso la conferenza di servizi indetta dal responsabile del procedimento, porta alla formazione di una proposta di variante sulla quale il Consiglio comunale si pronuncia "definitivamente" (cfr. Cons. Stato,Sez. IV, sent. n. 1644 del 11-04-2007). Trattasi, comunque, di uno strumento di natura eccezionale, che non costituisce in alcun modo un mezzo ordinario di modifica dell'assetto urbanistico, azionabile in base alle soggettive preferenze e convenienze dell'imprenditore (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, sent. n. 1038 del 03-03-2006).
A fortiori, deve escludersi che la suindicata procedura di semplificazione possa risolversi in uno strumento di sanatoria di abusi edilizi preesistenti, al di fuori e, anzi, in violazione, delle norme eccezionali di disciplina della sanatoria medesima.
Nel caso in esame, in effetti, i manufatti di cui si chiede di autorizzare la realizzazione insistono su area che, al momento dell’adozione del provvedimento di diniego della procedura di S.U.A.P., era già stata interessata dall’ordinanza di demolizione n. 165/2011 (oggetto del gravame introduttivo).
Sennonché, nell’istanza del 19.07.2011, formulata dai ricorrenti ai sensi dell’art. 5 d.P.R. cit., nel descrivere il progetto di riqualificazione sul quale viene richiesta la convocazione della conferenza di servizi, si dà atto che esso <<prevede contestualmente la demolizione dei manufatti …delle quali il Comune ha ingiunto la demolizione con ordinanza ingiunzione n. 126 del 20.05.2011, in quanto non autorizzate>> (così l’istanza di autorizzazione cit., all. 2 ai motivi aggiunti).
Non v’è dubbio che, così come descritto, l’intervento sul quale gli esponenti hanno richiesto l’autorizzazione non poteva che essere stigmatizzato dal Comune, posto che la demolizione dei manufatti abusivi doveva essere autonomamente attuata in forza dell’ordinanza n. 126/2011 cit., e non presentata come fase di un più ampio progetto di riqualificazione dell’area.
D’altro canto, ai sensi dell’art. 5 cit., l’attivazione del procedimento ivi disciplinato non consegue obbligatoriamente all’istanza di parte, disponendosi al riguardo che:
<<1. Qualora il progetto presentato sia in contrasto con lo strumento urbanistico, o comunque richieda una sua variazione, il responsabile del procedimento rigetta l'istanza. Tuttavia, allorché il progetto sia conforme alle norme vigenti in materia ambientale, sanitaria e di sicurezza del lavoro ma lo strumento urbanistico non individui aree destinate all'insediamento di impianti produttivi ovvero queste siano insufficienti in relazione al progetto presentato, il responsabile del procedimento può, motivatamente, convocare una conferenza di servizi, disciplinata dall'articolo 14 della legge 7 agosto 1990, n. 241 , come modificato dall'articolo 17 della legge 15 maggio 1997, n. 127 , per le conseguenti decisioni, dandone contestualmente pubblico avviso. Alla conferenza può intervenire qualunque soggetto, portatore di interessi pubblici o privati, individuali o collettivi nonché i portatori di interessi diffusi costituiti in associazioni o comitati, cui possa derivare un pregiudizio dalla realizzazione del progetto dell'impianto industriale>>.
Consegue da ciò che, pur ispirandosi la disciplina in rassegna a evidenti criteri di favore per l'insediamento di attività produttive, tale ratio economico-sociale non può essere spinta sino al punto da sovvertire il ruolo fondamentale che spetta al comune nell'ambito dell’ordinario procedimento in materia urbanistica. Ne consegue che la conferenza non deve essere sempre e comunque convocata qualora il progetto proposto non contrasti con divieti specifici ambientali e sanitari, poiché ragionando in tal modo si giunge ad esautorare il comune dei suoi poteri discrezionali di programmazione e di governo dell'ordinato sviluppo del territorio (così, Consiglio di Stato, sez. IV, 03 marzo 2006, n. 1038, per cui: <<si deve affermare da un lato che la determinazione comunale di non avviare il procedimento è di per sé pienamente consentita dall'ordinamento di settore, il quale configura l'utilizzo di una procedura pur sempre derogatoria come meramente facoltativo da parte dell'ente locale; dall'altro che, nel merito, tale determinazione costituisce il frutto dell'esercizio di un potere discrezionale e quindi può legittimamente fondare - anche indipendentemente da precisi divieti ambientali - su valutazioni di ordine generale, purché razionalmente ed equilibratamente rapportate, in relazione alla natura ed entità dell'intervento, all'esigenza di evitare la compromissione di valori paesaggistici, urbanistici o comunque inerenti la tutela dell'assetto del territorio>>).
Deve, pertanto, escludersi – in generale - la configurabilità di un obbligo di attivazione della procedura de qua in capo al responsabile dello S.U.A.P.
Nello specifico, poi, in relazione al caso che qui occupa, gli esponenti non hanno neppure consentito all’amministrazione di accertare la conformità del progetto presentato alle norme vigenti in materia ambientale, né hanno fornito alcuna dimostrazione sull’assenza di aree destinate all'insediamento di impianti produttivi nello strumento urbanistico vigente.
Come evidenziato dalla difesa comunale, infatti, le istanti non hanno depositato la documentazione richiesta dal Comune nel preavviso di diniego del 24.02.2011 ove, tra l’altro, in relazione al vincolo di elettrodotto ricadente nel lotto di intervento, si richiedeva di produrre apposito nulla-osta da parte dell’autorità competente (Terna spa. cfr punto 1 del preavviso).
Analogamente prive di riscontro sono rimaste le richieste del Comune in ordine alla documentazione sull’esame dell’impatto paesistico e sul rispetto della disciplina acustica e del relativo piano di zonizzazione approvato con d. C.C. n.86/2001 (cfr. punti 9 e 10 del preavviso cit.).
Ne consegue che, il diniego dell’8.08.2011 risulta adeguatamente motivato con riferimento, sia all’inadeguatezza del progetto edilizio presentato, che alla inidoneità della procedura ex art. 5 cit. ad essere utilizzata come procedimento di sanatoria di abusi edilizi già, peraltro, sanzionati dalla stessa amministrazione.
Per le superiori considerazioni, il ricorso introduttivo ed i motivi aggiunti in epigrafe specificati devono essere respinti.
Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Seconda)
definitivamente pronunciando sul ricorso e i motivi aggiunti, come in epigrafe proposti, li respinge.
Pone le spese di lite a carico delle parti ricorrenti e a favore dell’amministrazione resistente, liquidandole in euro 2.000,00 complessivi.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 12 gennaio 2012 con l'intervento dei magistrati:
Angelo De Zotti,   Presidente
Giovanni Zucchini,   Primo Referendario
Concetta Plantamura,   Referendario, Estensore
       
       
L'ESTENSORE      IL PRESIDENTE
       
       
       
       
       
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 24/02/2012
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)


27562
ANTENNE: limitazioni alla pianificazione territoriale comunale (sent. 2/3/2012)


N. 00351/2012 REG.PROV.COLL.

N. 01179/2004 REG.RIC.



REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia

sezione staccata di Brescia (Sezione Seconda)

ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1179 del 2004, proposto da:
H3G S.p.a., rappresentata e difesa dagli avv.ti Cesare Trebeschi, Guido Bardelli, M. Alessandra Bazzani e Jacopo Recla, con domicilio eletto presso Cesare Trebeschi in Brescia, via Battaglie, 50;
contro
Comune di Bozzolo, rappresentato e difeso dall'avv. Giuseppe Onofri, con domicilio eletto presso Giuseppe Onofri in Brescia, via Ferramola, 14;
Regione Lombardia, non costituita in giudizio;
per l'annullamento
- del provvedimento prot. n. 3952 del 29 aprile 2004, con cui il Comune di Bozzolo ha diffidato la ricorrente dall’eseguire i lavori di installazione di un impianto di telefonia cellulare UMTS;
- della deliberazione del Consiglio comunale n. 57 del 10 settembre 2002, avente ad oggetto l’individuazione delle aree nelle quali autorizzare l’installazione di antenne – ripetitori per la telefonia;
nonché, per quanto occorrer possa,
- della normativa di PRG citata nel provvedimento ed in particolare dell’art. 31 delle N.T.A. e delle relative Linee guida allegate al PRG;
- del Regolamento edilizio comunale ed in particolare dell’art. 77 citato nel provvedimento impugnato;
- di ogni altro atto presupposto, connesso o consequenziale.

Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Bozzolo;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 9 febbraio 2012 la dott.ssa Mara Bertagnolli e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO
La ricorrente è titolare di una licenza per la prestazione del servizio pubblico di comunicazione mobile che le impone di installare progressivamente su tutto il territorio nazionale una rete radiomobile con precisi obblighi di copertura, pena la revoca della concessione stessa.
Per adempiere a tale onere, la H3G S.p.a. ha presentato, al Comune e all’ARPA, il 16 aprile 2004, una D.I.A. per la realizzazione di una S.R.B. di potenza inferiore ai 20 Watt, da collocare su di un sito di proprietà privata idoneo ai propri fini.
Nonostante il parere positivo dell’ARPA, il Comune ha intimato alla richiedente di non dare corso ai lavori di installazione, ritenendo che “l’intervento proposto con la D.I.A. in oggetto risulta in contrasto con le seguenti disposizioni: 1. Regolamento edilizio comunale vigente, articolo 77, Volumi tecnici ed impiantistici, punto 1 “I volumi tecnici impiantistici (cabine elettriche, stazioni di pompaggio, stazioni di decompressione del gas ecc.) da costruirsi fuori o entro terra, devono risultare compatibili con le caratteristiche del contesto in cui si collocano”; 2. Regolamento edilizio comunale vigente, articolo 77, Volumi tecnici ed impiantistici, punto 2 “la realizzazione di manufatti tecnici ed impiantistici è subordinata a provvedimento abilitativi”; 3. Norme Tecniche di Attuazione del PR, art. 31, Zona A – Norme generali ammesse per tutti i tipi di intervento ammessi in zona “A”; 4. Linee Guida per gli interventi edilizi nelle zone “A” – nuclei antichi, allegate al PRGC vigente “…ogni singolo intervento concorre ad un generale recupero delle qualità intrinseche e formali dei nuclei antichi”. Inoltre, secondo il provvedimento stesso, la richiesta risulterebbe in contrasto con quanto previsto dalla deliberazione del consiglio comunale n. 57 del 10 settembre 2002, con cui sono state individuate le aree del territorio comunale nelle quali autorizzare l’installazione di antenne – ripetitori per la telefonia.
Avverso tale provvedimento parte ricorrente ha dedotto:
1. violazione dell’art. 3 della legge n. 241/90 e conseguente carenza di motivazione, in quanto gli impianti di telefonia non sarebbero qualificabili come volumi tecnici e, quindi, sarebbe improprio il richiamo operato dal Comune all’art. 77 del Regolamento edilizio che di essi si occupa. I volumi tecnici, infatti, sarebbero solo quelli destinati ad ospitare impianti aventi un rapporto di strumentalità necessaria con l’utilizzazione di un immobile principale. In ogni caso il provvedimento sarebbe, nel caso di specie, privo di motivazione, in quanto non sarebbe dato comprendere quali siano “le caratteristiche del contesto” con le quali l’impianto sarebbe, secondo il Comune, in contrasto. Il divieto di installazione di un impianto di telefonia, al contrario, deve essere, secondo la giurisprudenza, sorretto da una specifica e concreta motivazione che evidenzi il contrasto dello stesso con specifici valori di tutela ambientale o della salute;
2. violazione del d. Lgs. 259/03, del DPR 380/01, dell’art. 41 della legge 166/2002 e della legge 443/2001, nonché errata applicazione dell’art. 77 del regolamento edilizio comunale. Premesso che, come già anticipato, le SRB non potrebbero essere qualificate come “volumi tecnici”, in ogni caso la D.I.A. trasmessa dalla ricorrente dovrebbe essere ritenuta, grazie alla normativa sopravvenuta rispetto al d. lgs. 380/2001 e al regolamento edilizio comunale (in un’ottica di semplificazione perseguita dal legislatore con riferimento alla realizzazione degli impianti in questione), idoneo titolo abilitativo alla realizzazione dell’impianto;
3. violazione dell’art. 87 del d. lgs. 259/2003, dell’art. 4, comma 7, della L.R. 11/2001, degli artt. 1, 4 e 8 della Legge 36/2001 e del DPCM 8 luglio 2003, dal cui combinato disposto emergerebbe che l’installazione di SRB di potenza inferiore a 300Watt non può essere impedita dal solo presupposto della destinazione urbanistica di zona. Al contrario le stesse sarebbero realizzabili in qualsiasi zona, salva la coniugazione con superiori interessi ambientali e finalità sanitarie. Ciò a maggior ragione in quanto le NTA richiamate dal Comune con riferimento agli indici edilizi riguarderebbero esclusivamente le costruzioni e non anche le antenne (TAR Brescia, I, sent. 3713/02 e 2315/03);
4. eccesso di potere, difetto d’istruttoria e contraddittorietà con le linee guida per gli interventi edilizi nelle zone “A”, in quanto il Comune pretenderebbe di applicare all’impianto in questione regole proprie degli edifici, peraltro con un riferimento del tutto generico alle suddette linee guida;
5. violazione degli artt. 1, 3 e 6 della legge n. 241/90 e dell’art. 87, comma 5 del d. lgs. 259/03, a causa dell’omessa consultazione della ricorrente, che pure aveva sollecitato il confronto evidenziando specifiche esigenze di copertura nell’individuazione di zone idonee alla collocazione degli impianti. In ogni caso la limitazione della collocazione delle SRB solo in specifiche zone a ciò predestinate risulta essere in contrasto con la richiamata normativa (ed in specie con l’art. 4 della L.R. 11/2001 e con la successiva DGR VII/7351, di attuazione) che, al contrario, stabilisce la compatibilità delle stesse, se di potenza inferiore a 300Watt, con qualsiasi destinazione urbanistica. La deliberazione del Consiglio comunale n. 57/2002, peraltro, non risulterebbe essere stata adottata con il necessario rispetto delle procedure urbanistiche e delle garanzie di partecipazione perché la stessa possa qualificarsi come provvedimento a rilevanza urbanistica e comunque integrerebbe anche la violazione del principio di imparzialità, in quanto consentirebbe la conservazione degli impianti già esistenti, anche in zona “A”, ma non anche la realizzazione di nuovi;
6. violazione dell’art. 8, comma 6, della legge n. 36/2001 e dell’art. 4 D.M. 381/1998 e contraddittorietà con la licenza che impone obblighi di copertura del territorio.
Si è costituito il Comune, evidenziando l’alto impatto che l’impianto avrebbe sul centro storico, di particolare pregio storico e architettonico ed eccependo la tardività dell’impugnazione della delibera del consiglio comunale 57 del 2002 e, conseguentemente, l’irricevibilità dell’intero ricorso, data la natura preclusiva di tale delibera.
In ogni caso la richiedente avrebbe dovuto richiedere una concessione edilizia, in quanto, realizzando tre SRB da 20 Watt di potenza ne avrebbe di fatto collocata una da 60 Watt e, quindi, non rientrante nelle procedure semplificate previste dalla normativa invocata.
Peraltro, secondo il Comune, il regime giuridico delle SRB non sarebbe del tutto equiparabile a quello delle opere di urbanizzazione, in quanto ogni intervento andrebbe comunque assoggettato a valutazione di compatibilità con la zona, quantomeno sotto il profilo estetico, rimesso alla discrezionalità del Comune. La stessa legge 259/2003, peraltro, conterrebbe uno specifico riferimento, come criterio di localizzazione degli impianti, ai valori storici, artistici, paesaggistici e ambientali. La valutazione dell’aspetto estetico ed architettonico rimarrebbe, quindi, comunque demandata al Comune, posto che il riferimento alla potenza (inferiore a 300 Watt) sarebbe privo di significato, rispetto a tali profili, riferendosi agli aspetti di inquinamento elettromagnetico.
La replica di parte ricorrente, dopo essersi soffermata sulla natura di regolamentazione generale della delibera 57 del 2002, che ne legittimerebbe l’impugnazione in uno con il provvedimento che ne costituisce attuazione, si incentra sull’inammissibilità dell’eccezione in ragione della quale l’intervento in questione avrebbe necessitato di una concessione edilizia, in quanto integrerebbe una motivazione postuma del provvedimento che non evidenzierebbe nulla di tutto ciò.
In ogni caso l’affermazione del Comune si fonderebbe sull’erroneo presupposto dalla valutazione cumulativa delle antenne di cui era stata richiesta l’installazione.
Sono state inoltre ribadite le considerazioni già esplicitate con riferimento alla natura di opere di urbanizzazione degli impianti in questione e alla loro conseguente compatibilità con ogni destinazione urbanistica.
Alla pubblica udienza del 9 febbraio 2012 la causa, su conforme richiesta dei procuratori delle parti, è stata trattenuta in decisione.
DIRITTO
Deve essere preliminarmente rigettata l’eccezione di irricevibilità del ricorso, anche con riferimento alla sola delibera del consiglio comunale 57 del 2002. Si può, invero, presumere che la stessa sia stata pienamente conosciuta dalla ricorrente ben prima dell’adozione della censurata diffida (considerato che la stessa dà atto nel ricorso di aver tentato di partecipare al procedimento per la sua adozione). Ciononostante si può ritenere che non sia il provvedimento in sé ad essere direttamente lesivo della posizione giuridica propria della ricorrente, ma l’interpretazione e l’applicazione dello stesso operata dal Comune, in ragione della quale si è ritenuto che esso precludesse la realizzazione di SRB di potenza inferiore a 20 Watt in tutto il territorio comunale al di fuori delle zone a ciò specificamente predestinate con la stessa deliberazione 57/2002.
Nel merito, precisato che la tesi del Comune secondo cui l’intervento in questione avrebbe necessitato di una concessione edilizia non integra una motivazione postuma del provvedimento (il quale espressamente fa presente la carenza di un idoneo titolo abilitativi), la difesa del Comune non appare convincente, in quanto si fonda sull’erroneo presupposto dalla valutazione cumulativa delle antenne di cui era stata richiesta l’installazione. Nel caso di specie, infatti, è stata comunicata l’installazione di un impianto costituito da tre antenne, ciascuna di potenza inferiore a 20 Watt, seguendo il procedimento semplificato della dichiarazione di pubblica utilità in ragione del principio secondo cui occorre far riferimento, sotto tale profilo, alla singola antenna e non all’impianto nel suo complesso (Consiglio di Stato, VI, 6 settembre 2010, n. 6473).
Con riferimento alle altre doglianze la giurisprudenza è ormai da tempo costante nell’affermare l’inammissibilità della possibilità di introdurre divieti generalizzati di collocazioni delle SRB sul territorio comunale. Deve ritenersi, infatti, “ illegittimo un regolamento comunale che stabilisce in quali zone del territorio possono essere installati gli impianti radio base di telefonia cellulare e quali distanze devono avere dalle abitazioni o dalle aree sensibili . I comuni possono solo regolamentare le installazioni delle stazioni radio base sotto il profilo urbanistico e territoriale, non potendo neppure regolamentare l'individuazione dei siti idonei all'installazione. I comuni possono esercitare in materia una potestà regolamentare del tutto sussidiaria, che concerne esclusivamente i profili urbanistici e territoriali (con esclusione dell'individuazione dei siti ) e l'eventuale indicazione di ulteriori, particolari accorgimenti edilizi che possano utilmente concorrere alla minimizzazione dell'esposizione” (così TA.R. Sicilia Catania, sez. III, 29 gennaio 2002, n. 140, successivamente ripresa da T.A.R. Calabria Catanzaro, sez. II, 05 dicembre 2006, n. 1573, di analogo contenuto).
Ne discende l’illegittimità del provvedimento di diffida impugnato che trova il fondamento, almeno in parte, nell’esistenza di un provvedimento di localizzazione degli impianti in questione. Si deve ritenere, infatti, che sia preclusa la possibilità per il Comune di introdurre, di fatto, tutele ulteriori rispetto a quelle già garantite attraverso la corretta applicazione della norma, non solo prevedendo la collocazione degli impianti all’esterno del centro abitato, ma anche escludendo ogni collocazione di impianti in intere aree come la “Zona A” (in tal senso TAR Brescia, sentenza n. 898/2011) ed in particolare applicando anche in relazione ad impianti di potenza inferiore a 300Watt il limite, previsto solo per quelli di potenza superiore, della possibilità della loro realizzazione solo in siti specificamente individuati.
Il ricorso appare altresì fondato nella parte in cui tende a far discendere l’illegittimità dei provvedimenti impugnati dalla pretesa incompatibilità urbanistica, secondo il principio sinteticamente e puntualmente ricordato nella sentenza del TAR Milano, I, 13 gennaio 2010, n. 23, nella quale si legge che: “A norma dell'art. 86 comma 3 d.lg. n. 259 del 2003, relativo alla localizzazione di infrastrutture di telecomunicazioni, è possibile prescindere dalla destinazione urbanistica del sito individuato per la loro installazione in quanto le infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione, di cui agli art. 87 e 88, sono assimilate ad ogni effetto alle opere di urbanizzazione primaria di cui all'art. 16 comma 7 d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380. Ne deriva che, anche alla luce dell'art. 4 comma 7 l. reg. n. 11 del 2001 gli impianti radiobase di telefonia mobile di potenza totale non superore a 300 watt non richiedono specifica regolamentazione urbanistica, per cui sono illegittime le disposizioni pianificatorie comunali che introducono in termini assoluti divieti di installazione per simili impianti, anche solo su porzioni del territorio comunale”.
Si ravvisano giustificati motivi per disporre la parziale compensazione delle spese del giudizio, data l’incertezza sull’estensione dei poteri comunali sussistente al momento dell’adozione del provvedimento censurato.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla gli atti impugnati nei sensi di cui in motivazione.
Dispone la parziale compensazione delle spese del giudizio e condanna il Comune al pagamento, a favore della ricorrente, della somma di Euro 2.000 (duemila/00), oltre ad IVA, C.P.A., rimborso forfetario delle spese e rimborso del contributo unificato dalla stessa anticipato ai sensi del comma 6 bis dell’articolo 13 del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Brescia nella camera di consiglio del giorno 9 febbraio 2012 con l'intervento dei magistrati:
Giorgio Calderoni,   Presidente
Stefano Tenca,   Consigliere
Mara Bertagnolli,   Primo Referendario, Estensore
       
       
L'ESTENSORE      IL PRESIDENTE
       
       
       
       
       
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 02/03/2012
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)


27563
CHIOSCO: oltre alla delibera anche il TITOLO EDILIZIO (Consiglio di Stato)
Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 27.02.2012 n. 1106


N. 01106/2012REG.PROV.COLL.

N. 10387/2011 REG.RIC.



REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)

ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 10387 del 2011, proposto dalla signora Alba Soldatelli, rappresentata e difesa dall'avv. Edoardo Giardino, con domicilio eletto presso lo stesso in Roma, via A. Emo, 106;
contro
Comune di Mazzano Romano;
nei confronti di
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Roma, Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo, rappresentati e difesi dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliataria per legge presso la sede di Roma, via dei Portoghesi, 12;
per la riforma della sentenza del tribunale amministrativo regionale per il lazio – roma, sezione prima quater, 24 ottobre 2011, n. 08169, resa tra le parti, concernente rimozione di opere abusive realizzate su suolo pubblico in relazione a parere di compatibilità paesaggistica.

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Sopraintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Roma, Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 31 gennaio 2012 il Cons. Gabriella De Michele e udito per l’appellante l’avv. Giardino;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

FATTO e DIRITTO
La questione sottoposta all’esame del Collegio concerne l’ordine di immediata rimozione di un chiosco, adibito a rivendita di giornali, emesso dal Comune di Mazzano Romano in data 19 luglio 2011, nonché del parere del Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali-Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Roma, Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo, emesso il 29.11.2010. Il ricorso avverso tali provvedimenti è stato respinto dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, Roma, sez. I quater, con sentenza n. 8169/11 del 24.10.2011, emessa in forma semplificata, in considerazione della constatata mancanza del titolo abilitativo idoneo per la realizzazione del manufatto e del parere della Soprintendenza, che rilevava l’impatto prospettico del chiosco rispetto alla visuale dell’immobile tutelato (parere a sua volta oggetto di impugnativa, ma non sulla base di puntuali ed autonomi motivi di gravame).
Con l’atto di appello in esame (n. 10387/2011, notificato il 14.12.2011) le conclusioni sopra sintetizzate vengono contestate, in quanto non sarebbero stati considerati i “plurimi provvedimenti”, in base ai quali dovrebbe ritenersi legittimata l’installazione del chiosco di cui trattasi (concessioni per la concessione di suolo pubblico e per il relativo ampliamento, nonché atto di autorizzazione per la vendita al minuto di articoli di cartoleria, giornali e riviste), con ulteriore erronea configurazione dell’ingiunzione impugnata come atto discrezionale, mentre l’assenza di titolo abilitativo avrebbe reso doveroso e vincolato il provvedimento repressivo. Detto provvedimento, viceversa, riconduce la disposta rimozione del chiosco all’interesse pubblico, ritenuto prevalente, alla realizzazione di un intervento di recupero e ristrutturazione della piazza Giovanni XXIII, finanziato dalla Regione Lazio. In presenza di un abuso edilizio da rimuovere, peraltro, non sarebbe stata congrua la manifestata disponibilità del Comune “a concedere l’autorizzazione allo spostamento in altra area da concordare”, senza comunque dare poi seguito a tale affermazione. Il provvedimento sanzionatorio, inoltre, non avrebbe potuto essere emesso senza previo annullamento, in via di autotutela, dei “provvedimenti….ampliativi e legittimanti per la ricorrente…a tutt’oggi vigenti”, non potendosi “ordinare la rimozione di un’opera, la cui esistenza è tuttavia legittimata da altro atto amministrativo, a sua volta….pienamente legittimo ed efficace”. Confermerebbe la legittimità del manufatto realizzato la dicitura, contenuta nell’atto di concessione, secondo cui il titolo in questione veniva rilasciato fino al 31.12.1989 e si sarebbe rinnovato tacitamente negli anni successivi “salvo però il diritto dell’Amministrazione comunale di far rimuovere il manufatto, ove esigenze diverse lo rendano necessario”, con conseguente giusto titolo della concessionaria a partecipare al procedimento, conclusosi con l’emanazione dell’ingiunzione impugnata. Quanto al parere della Soprintendenza, il vizio di legittimità – che la sentenza di primo grado afferma erroneamente non dedotto – consisterebbe nell’erronea valutazione di abusività del manufatto. La sentenza appellata, inoltre, non avrebbe potuto rilevare la manifesta infondatezza del ricorso, ex art. 74 D.Lgs. 2.7.2010, n. 104, senza esaminare compiutamente tutte le argomentazioni difensive del ricorrente, con conseguente insussistenza dei presupposti applicativi della predetta norma. Illegittima, infine, dovrebbe ritenersi la condanna alle spese, che prescinderebbe “dai motivi di fatto e di diritto che comprovano la fondatezza delle ragioni della ricorrente”.
Premesso quanto sopra il Collegio ritiene che la causa – giunta alla camera di consiglio in data odierna per la decisione dell’istanza cautelare – possa essere decisa nel merito, sussistendo i presupposti di cui all’art. 60 del citato D.Lgs. n. 104/2010, in quanto – in base alla documentazione in atti ed alle stesse argomentazioni difensive della parte appellante – il chiosco di cui trattasi risulta effettivamente privo di titolo abilitativo, sotto il profilo urbanistico-edilizio. Contrariamente a quanto sostenuto nell’appello, infatti, per l’esecuzione di opere su suolo di proprietà pubblica non è sufficiente il provvedimento di concessione per l’occupazione di detto suolo, ma occorre l’ulteriore ed autonomo titolo edilizio, che opera su un piano diverso – e risponde a diversi presupposti – rispetto sia all’atto che accorda l’utilizzo a fini privati di una determinata porzione di terreno di proprietà pubblica, sia ad altri atti autorizzativi eventualmente necessari (come, per quanto qui interessa, l’autorizzazione commerciale per la vendita di determinati prodotti). La nozione di costruzione, per cui si richiede il rilascio del titolo abilitativo in questione (permesso di costruire), si identifica d’altra parte con qualsiasi trasformazione urbanistico-edilizia del territorio, intesa come modifica dello stato dei luoghi caratterizzata da stabilità, a prescindere dai materiali usati, quando si tratti di soddisfare esigenze non precarie del soggetto che tale trasformazione ponga in essere (cfr. in tal senso, fra le tante, Cons. St., sez. VI, 27.1.2003, n. 419).
Quando pertanto la Soprintendenza ha rilevato, per diversi fini (ovvero nell’ambito di un parere, espresso per lavori di ristrutturazione della piazza) l’abusività di manufatti, che si chiedeva di rimuovere come condizione per la positività del parere stesso, in modo da “riqualificare effettivamente i prospetti dell’edificio e renderne libera la visuale”, l’Amministrazione non ha potuto che emettere l’ordinanza impugnata, con una sovrabbondanza di motivazione che – ai sensi dell’art. 21 octies della legge n. 241/1990, come successivamente modificata ed integrata – non offre spunti per il richiesto annullamento di un atto, il cui contenuto non avrebbe potuto essere diverso, senza che si imponesse alcuna misura in via di autotutela in rapporto a provvedimenti (concessione per l’occupazione di suolo pubblico, ampliamento dell’area concessa ed autorizzazione commerciale), che non si sovrapponevano al titolo abilitativo mancante né potevano sostituirlo, per diversità di presupposti normativi e di interessi pubblici sottesi (dovendosi rapportare il titolo urbanistico-edilizio, in via esclusiva, alle dimensioni ed alle caratteristiche costruttive del manufatto di cui si discute). L’Amministrazione comunale, tuttavia, sembra avere rilevato sia l’utilità dell’esercizio commerciale interessato (l’unico del genere, a quanto sembra, a disposizione della collettività locale), sia l’anomalia di una pluriennale permanenza in loco del chiosco, senza che venisse in alcun modo rilevata, da parte degli organi competenti, la necessità di regolarizzazione dello stesso sul piano urbanistico. Appare dunque ragionevole che per la struttura in questione – a quanto sembra prefabbricata e presumibilmente smontabile, o trasportabile – sia stata prevista la possibilità di diversa collocazione, con rilascio di tutte le autorizzazioni necessarie in termini, che l’impegno assunto dall’Amministrazione stessa deve far presumere celeri, nell’interesse anche pubblico al ripristino di un servizio utile per la cittadinanza.
Con riferimento alle censure prospettate, tuttavia, il Collegio ritiene che l’appello debba essere respinto, con assorbimento delle ragioni difensive – non già puntualmente esaminate – che presuppongono la legittima collocazione del chiosco sotto ogni profilo giuridicamente rilevante.
La sentenza appellata, inoltre, ha correttamente applicato quanto disposto dagli artt. 60 e 74 del codice del processo amministrativo e fatto discendere dalla soccombenza la condanna della ricorrente alle spese di giudizio e onorari a favore del Ministero resistente.
Quanto alle spese del presente giudizio, tuttavia, il Collegio stesso ravvisa giusti motivi per disporne la compensazione, tenuto conto delle peculiarità della vicenda sottoposta a giudizio.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando, respinge l'appello, come in epigrafe proposto; compensa le spese del presente grado di giudizio.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 31 gennaio 2012 con l'intervento dei magistrati:
Carmine Volpe,   Presidente
Rosanna De Nictolis,   Consigliere
Gabriella De Michele,   Consigliere, Estensore
Roberta Vigotti,   Consigliere
Bernhard Lageder,   Consigliere
       
       
L'ESTENSORE      IL PRESIDENTE
       
       
       
       
       
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 27/02/2012
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)


27564
T.A.R. Lazio Roma, Sezione II Ter, febbraio 2012
(L’affittacamere non può legittimamente locare le proprie stanze ad un albergo perché le utilizzi per i propri ospiti, poiché in tal modo si configura effettivamente un ampliamento della struttura alberghiera)

http://www.urbanisticaitaliana.it/modules.php?name=News&file=article&sid=7408

27565
Governo contro Toscana (e viceversa) - ricorsi alla Corte Costituzionale

http://www.omniavis.it/web/forum/index.php?topic=3856.0

27566
Vengono formalizzati i reciproci ricorsi del GOVERNO contro la legge Toscana di modifica del codice del commercio e della Toscana control le norme sulle liberalizzazione degli orari.

Alla Consulta l'ardua sentenza.

In allegato i due ricorsi

27567
Liberalizzazioni / ORARI NEGOZI - ordinanza Comune di Lanciano
« il: 03 Marzo 2012, 09:32:02 »
ORARI NEGOZI - ordinanza Comune di Lanciano

27569
ORARI NEGOZI - ordinanza Comune di Bastia Umbra

27570
Liberalizzazioni / ORARI NEGOZI - ordinanza Unione Reno Galliera
« il: 03 Marzo 2012, 09:29:45 »
ORARI NEGOZI - ordinanza Unione Reno Galliera

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