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Post - Giovanni Fontana

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Come ormai capita in diverse località turistiche della Regione Toscana, si osserva il c.d. "servizio assistito" alla clientela degli esercizi di vicinato del settore alimentare che vogliono consumare sul posto i prodotti precedentemente acquistato.
Come noto, tale pratica, è vietata dall'art. 16, comma 2, del Codice del Commercio.
Sul piano sanzionatorio, si profilano due diverse ipotesi:
- quella residuale, di cui all'art. 102/4 del citato Codice;
- quella speciale, di cui all'art. 103/1 del citato Codice.
A parere di chi scrive, nel caso di specie, si deve applicare la prima delle due ipotesi sanzionatorie.
Intanto, il Codice del Commercio, va a regolamentare e quindi distinguere le diverse attività del commercio e, tra queste, il commercio in sede fissa (Titolo II, Capo III) e la somministrazione degli alimenti e delle bevande (Titolo II, Vapo VI).
Non a caso, definisce e quindi, distingue, il commercio al dettaglio (art. 15, comma 1, lett. b) dalla somministrazione degli alimenti e delle bevande (art. 41, comma 1, lett. a), restando caratterizzata, quest'ultima forma commerciale, dalla possibilità di consumare sul posto e presso una superficie appositamente attrezzata, i generi alimentari precedentemente acquistati; a ciò si aggiunga la gestione della stessa per la diretta funzionalità dell'esercizio.
Peraltro, anche nell'esercizio di vicinato è possibile consumare sul posto il prodotto alimentare precedentemente acquistato, a condizione che il cliente non goda del c.d. servizio assistito che, generalmente, si intende come la possibilità di utilizzare il negozio, alla stregua di un bar o di un ristorante.
Chi scrive, resta dell'avviso che un conto è trasformare un'attività commerciale in qualcosa di diverso (ad es. aprire un esercizio di vicinato e gestirlo, fin dall'apertura e sino alla sua chiusura, come un esercizio di somministrazione di alimenti e bevande); altra cosa è mantenere impregiudicata la caratteristica strutturale e di gestione dell'esercizio di vicinato, senza con ciò osservare alcune prescrizioni.
Nel primo caso, applicherei, quindi, le sanzioni previste dall'art. 103/1 citato quando, nel secondo caso, applicherei quelle di cui all'art. 102/4. Non solo per chiare fattispecie diverse, ma anche in ragione di un diverso modo di rispondere dell'ordinamento (anche sul piano dell'efficacia dei provvedimenti che possono, poi, essere adottati), coerente a tutta la struttura del castello normativo che caratterizza il Codice del Commercio.
Infatti, ipotizzando di dover sanzionare l'esercizio di vicinato con la sanzione di cui all'art. 103/1 comma, la misura che ne consegue (chiusura dell'esercizio) non può riguardare - a parere di chi scrive - l'esercizio di vicinato che è regolarmente autorizzato ma, piuttosto, a far cessare la modalità di gestione dello stesso e cioè, far cessare il servizio assistito.
Diversamente, andando ad applicare la sanzione di cui all'art. 102/4, in caso di particolare gravità o reiterata violazione della disposizione si giunge, con certezza, a sospendere l'attività principale (art. 102/8 Cod. Comm.).
Sarà sempre interessante ed utile ogni Vostra considerazione in merito.
Ringrazio e saluto.

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Sanzioni Amministrative / Re:Irreperibilità e notifiche
« il: 10 Luglio 2015, 21:54:16 »
Ottimo suggerimento!

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Sanzioni Amministrative / Irreperibilità e notifiche
« il: 08 Luglio 2015, 13:57:15 »
Non di rado, capita, di non rintracciare la persona fisica del trasgressore, o perché trasferitasi all'estero o, perché, essa stessa, è persona residente all'estero o comunque, cittadino non italiano.

A parere di chi scrive, all'atto di contestazione e di verbalizzazione del fatto-illecito, sarebbe opportuno che la persona eleggesse domicilio nel territorio italiano, presso altro domiciliatario. Ciò, a mio modo di vedere, consentirebbe di notificare (quanto meno sul piano formale), con minori difficoltà i verbali e, soprattutto, le ordinanze e tutto ciò che attiene alla successiva riscossione.

Come la pensate?

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[...]; tuttavia l'esercizio dell'attività di trasporto alimenti è soggetta a notifica sanitaria ex art. 6 Reg. C.E. 852/2004, presso l'Azienda USL nel cui territorio ricade la sede dell'impresa.
La notifica sarà presentata al SUAP, ed in essa saranno indicate le caratteristiche del veicolo adibito al trasporto.
[/quote]
Quest'ultimo passaggio mi interessa, particolarmente.
Quindi, l'esercizio dell'attività di trasporto può anche essere NON IMPRENDITORIALE? Tornando all'esempio di scuola, se Tizio circola con un'autovettura al cui interno trovo confezionati, per il consumo sul posto, n. contenitori con del cibo, quel trasporto può essere effettuato solo previa notifica sanitaria, o è sempre da ricondurre all'attività di impresa?
Grazie!!!

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Se il soggetto fa quello di professione deve fare NOTIFICA SANITARIA + SCIA.
Quindi, se non accerto che quella è la sua professione, il soggetto non è perseguibile? E l'organizzazione del "catering", il numero dei "clienti", le modalità di somministrazione,..., può essere elemento che, da solo, dimostra l'esercizio di impresa?
In effetti, dieci persone potrebbero condividere le proprie economie e dare incarico ad un loro incaricato che provvede all'acquisto e al confezionamento dei cibi... fino a qui non si può parlare di attività di impresa.

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Il proprietario di un veicolo per uso promisquo, trasporta e consegna, sul posto, alimenti preconfezionati e bottigliette di bevande, a numerose indefinite, che consumano il tutto su aa.pp.
Non è stato accertato alcun passaggio di denaro tra chi trasporta e distribuisce gli alimenti e le bevande ed il consumatore finale ma, a parere di chi scrive, si tratta comunque di una manipolazione e produzione di alimenti e bevande che, in relazione al numero delle porzioni - peraltro preconfezionate - è soggetta, sia alla notifica sanitaria, sia alla presentazione della Scia per il relativo commercio.
Altri sostengono che la mancanza di passaggio di denaro e quindi, il perfezionamento del contratto, fa venire meno l'obbligo dell' "autorizzazione commerciale" e, non trattandosi di attività commerciale, non può essere prevista la notifica sanitaria.
Chiedo un Vs. parere in merito e l'eventuale normativa di riferimento.

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Ancora ho molte lacune sulla questione che sottopongo all'attenzione dei frequentatori del portale e vi sarei grato di aiutarmi a capire.
Tizio, chiede di accedere ai documenti della PA che trattano, direttamente di Caio e, indirettamente di Sempronio.
Per autorizzare l'accesso, debbo chiedere l'autorizzazione a Caio e Sempronio?
In alternativa e se ne esistono i presupposti, una volta che ho consentito l'accesso, debbo informarne anche Caio e Sempronio?
Oppure non sono soggetto a tale obbligo di informativa o, addirittura, è vietato?
Grazie.

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Toscana / Noleggio o attività di balneazione?
« il: 21 Giugno 2015, 23:07:30 »
Qualora un soggetto depositi sull'arenile una barca, al fine di cederla in affitto, siano dinanzi ad un'attività di noleggio, come tale non soggetta a particolari restrizioni e/o controlli o, diversamente, si viene a configurare un'attività di balneazione soggetta alle disposizioni di cui all'art. 86 del TULPS?

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Semplificazione / Re:Aggravamento del procedimento amministrativo
« il: 15 Giugno 2015, 22:10:57 »
 :-[... grazie...

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Semplificazione / Aggravamento del procedimento amministrativo
« il: 14 Giugno 2015, 14:02:29 »
A fronte di una indagine amministativa che si conclude con un "nulla di fatto", l'esponente, può continuare, reiteratamente, a riprororre il medesimo documento, mediante accessi, esposti e o denunce che vanno, semplicemente, ad aggravare l'insieme dei procedimenti amministrativi?
Quali strumenti o sanzioni può adottare la P.A. per evitare che ciò continui ad accadere con un evidente danno all'azione amministrativa?

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...meno male che non conosciamo il linguaggio dei segnali di fumo, altrimenti le nostre scrivanie sarebbero piene di denunce per inquinamento atmosferico.
Buon lavoro!

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Intanto rinnovo i complimenti per l'organizzazione del sito ed il modo con cui viene gestito il forum... una bella palestra intellettuale!
Nel merito.
Personalmente e francamente, non capisco più che senso abbia mantenere ancora in vita gli istituti delle vendite straordinarie, quando è ormai assodato che il principio del libero mercato, già intuito dal nostro Costituente, prima ancora della UE, stabilisce che è nella facoltà dell'imprenditore organizzare la propria azienda in regime di libera e corretta concorrenza di mercato. Perché questa non dovrebbe riguardare la politica dei prezzi?
Quali sono le ragioni di pubblico interesse che mi vietano di promuovere un prodotto, applicando un significativo sconto? per quale motivo dovrei essere limitato nella possibilità di svendere dei prodotti che, magari, semplicemente, mi occupano il magazzino e rischiano di restare invenduti, indipendentemente dalla stagionalità degli stessi?
Come cliente, quello che vorrei che il mio Stato garantisse (questo si che è un interesse pubblico da salvaguardare) è di non essere preso in giro ovvero che il prezzo iniziale e lo sconto praticato, siano, reali... tutto il resto, è libero mercato e chi è più bravo - secondo regole di meritocrazia commerciale (capacità e correttezza imprenditoriale) - più vende.
Come controllore, devo immaginare una strategia "vincente" e per vincere ci vogliono le risorse umane e strumentale necessarie... vincere, sempre a salvaguardare il pubblico interesse.
In teoria, stabilito qual'è il prodotto che può essere messo "a saldo", il gioco è fatto. Siccome la ciabatta estiva è soggetta a deprezzamento e quindi, rientra nella categoria dei beni da vendere durante i periodi dei saldi, non la posso vendere come promozionale. Ma se poi è una ciabatta firmata e magari facente parte di una collezione, chi me lo dice che la debbo considerare davvero come capo di "fine stagione"? Un cappotto "loden", siamo ben sicuri che a gennaio subisce un forte deprezzamento, o resta un capo eterno?... insomma, ci vorrebbe una squadra tecnica capace di valutare oggettivamente le merci vendute a saldo e su di una realtà locale che si basa su catene di negozi, quanto personale ci vorrebbe per fare polizia commerciale?
Allora la strategia può essere quella di far passare la voce che i pochi vigili che ci sono, stanno attenti che quello che oggi viene messo a promozione, non sia un pre-saldo (neologismo che mi risulta stia cominciando già ad essere pubblicizzato come tale: in questo caso, questa forma pubblicitaria, diventa proprio la prova dell'illecito... sei te commerciante che ti leghi le mani da solo!!!), facendo le fotografie, individuando i capi, ecc. E' già accaduto ed un commerciante che stava per mettere tutto in promozione, venuto a conoscenza della "strategia", ha rinunciato ed ha detto di aspettare il 4 luglio... ecco, il 4 luglio.
Domanda nella risposta.
Ma la legge regionale non rimandava al regolamento di esecuzione la data di inizio dei saldi e questa non era stata fissata al 7 di luglio.
Poi, con una deliberazione della Giunta Regionale e non una modifica al regolamento regionale, la data è stata anticipata al 4 luglio.
Beh, non credo ci sarà mai un commerciante che farà ricorso al TAR, per carenza di potere, perché prima avviene tutto questo e prima ciascuno vende "il gas", per non respirarlo.
Ma non trovate che sia un tantino illegittima questa decisione della Giunta Regionale?... quest'ultima è solo una curiosità.

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Toscana / Vendite promozionali e saldi di fine stagione: divieti
« il: 09 Giugno 2015, 19:14:54 »
A parere di chi scrive ed in relazione a quanto stabilito al comma 2 dell''art. 96 del Codice del Commercio, chi, nei trenta giorni precedenti le "vendite di fine stagione", offre determinati beni in "promozione", non può, poi, vendere gli stessi prodotti, durante le vendite disciplinate dall''art. 95 st. Cod. In buona sostanza, è il commerciante a decidere quali beni immettere sul mercato a prezzi particolarmente vantaggiosi (promozionali) e quali, invece, è "costretto" a svendere a causa del deprezzamento conseguente alla stagionalità (fine stagione) dei beni stessi. Ed in tal caso, proprio per evitare una commistione di interessi e di proposte, a discapito dell''effettivo controllo del consumatore sulla variabilità del prezzo di acquisto, il legistalore regionale ha posto il limite di cui sopra e quindi il divieto di vendere in promozione, ciò che poi sarà oggetto di vendita di fine stagione. Sul piano operativo,chi effettua una vendita promozionale nel "periodo vietato" non è sanzionato ma, semmai, ora per allora, sarà sanzionato durante la vendita di fine stagione, se utilizzerà i beni già proposti in promozione come da accertamento preventivo. E'' condivisibile tale impostazione?

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Toscana / Re:"Superficie di vendita" e concetto di "servizi"
« il: 02 Giugno 2015, 09:34:23 »
Chiarissimi!
GRAZIE!
 ;)

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Toscana / Commercio itinerante - Obblighi,divieti,limitazioni
« il: 01 Giugno 2015, 13:19:19 »
Alla luce delle liberalizzazioni introdotte dalla normativa comunitaria e con riferimento all'esercizio del commercio itinerante,i comuni,senza giustificato motivo,possono stabilire generici divieti di commerciare su determinare strade ovvero di prevedere limiti orari all'esercizio del commercio?
Per essere più chiari,è possibile vietare che il commercio venga esercitato su determinate strade comunali, piuttosto che altre, ovvero stabilire che il commerciante itinerante non possa esercitare la propria attività, nel medesimo luogo, per più di un'ora?
A parere di chi scrive ed allo stato della normativa comunitaria, ritengo che eventuali limitazioni alla libera iniziativa economica - peraltro già garantita dalla Costituzione - presupponga che ogni tipo di limitazione di tale diritto debba essere giustificata. Conseguendone, ulteriormente, che tali eventuali limitazioni, debbano essere adeguatamente motivate - salvo le ragioni del divieto, non siano di per se palesi, nel divieto stesso - così da consentire di poter contemperare il diritto del singolo, con le ragioni di pubblico interesse e della liberà di iniziativa economica.
Tutto può essere vietato, purché giustificato.

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Toscana / "Superficie di vendita" e concetto di "servizi"
« il: 01 Giugno 2015, 11:13:07 »
Con riferimento alla definizione di cui all'art. 15, comma 1, lett. c), secondo periodo del Codice del Commercio Toscana, che cosa si deve intendere, in concreto, per "servizi" che non costituiscono superficie di vendita?
Sono da ritenere tali e quindi non costituiscono superficie di vendita, anche le zone di promozione dei servizi e di informazione alla clientela?

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- Nell'ottica di organizzare un controllo sistematico sulle varie attività che debbono risultare concretamente sorvegliabili (ex d.M. 564/92), chiedevo di conoscere se esiste una sorta di verbale di ispezione amministrativa, già in uso ad altre Amministrazioni oppure se il tutto si sostanzia in una verifica al termine della quale il locale risulta o non risulta sorvegliabile.

- Per quanto attiene alla Regione Toscana, ho già avuto modo di leggere alcuni pareri che ritengono sostanzialmente superato il criterio della "sorvegliabilità", nell'ambito delle attività disciplinate dal Codice del Commercio: allo stato attuale, si condivide tale impostazione o, diversamente, si ritiene comunque sorvegliabile il p.e. dove si somministrano alimenti/bevande?

- Infine e venendo ad un caso concreto, un ristorante, utilizza la superficie di una corte privata scoperta, per la somministrazione. A tale corte privata scoperta, si accede, anche, dall'unica porta di accesso di una civile abitazione, che risulta comunque, chiusa e quindi non accessibile a chi non vi abita, oltre che identificata come luogo di privata dimora. Dalla corte, è poi potenzialmente possibile accedere alla pubblica via, tramite un androne condominiale. Tenuto conto che l'accesso all'abitazione privata, non è da considerare accesso comune e che allo stesso accesso non si accede direttamente dalla strada ma, eventualmente, dalla corte scoperta (se la porta di ingresso non fosse chiusa a chiave), la corte scoperta privata può essere comunque considerara "area sorvegliabile"?

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Toscana / Re:Circoli privati e Codice del Commercio TOSCANA
« il: 22 Maggio 2015, 12:39:28 »
Grazie!
Puntuale e preciso, come sempre!

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Toscana / Circoli privati e Codice del Commercio TOSCANA
« il: 20 Maggio 2015, 12:17:13 »
Alla luce di quanto previsto dall'art. 48, comma 1, lett. d) Codice del Commercio della Regione Toscana, è corretto assimilare i circoli privati di cui al comma 1 del d.P.R. 235/2001 a quelli di cui al comma 5 del medesimo decreto? In tal senso, coloro i quali intendono gestire un circolo privato ove si somministrano gli alimenti e privati ai soli soci, è o non è più tenuto ad iscriversi al REC? Il citato d.P.R. 235, continua a doversi applicare?

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Toscana / Re:Locale espositivo o negozio?
« il: 08 Maggio 2015, 18:33:23 »
Allego il parere del Ministero dello Sviluppo Economico che mi pare il linea con quanto avevo già espresso.
Credo che la filosofia di fondo è che la pubblica amministrazione debba abdicare alla sua vecchia "vocazione" autoritativa e concretizzare una vera e propria funzione di controllo, a tutela del pubblico interesse.

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Concessionario di posteggio "fuori mercato" per l'esercizio del commercio su area pubblica, a mezzo veicolo speciale.
Quando il veicolo viene utilizzato per la vendita e quindi, occupa il posteggio in concessione, si considera comunque in circolazione e restano comunque validi gli obblighi di legge inerenti la copertura assicurativa e la revizione periodica? L'eventuale inottemperanza all'obbligo di sottoporre il veicolo a revisione periodica, può incidere sui requisiti igienico sanitari del veicolo stesso (penso, in particolare e con riferimento all'Appendice IX del CDS al circuito elettrico, alla carrozzeria, sistema di areazione, ecc. che, potenzialmente, se non funzionanti, potrebbero determinare il mancato funzionamento dei frigoriferi, aspiratori, infiltrazioni di acqua, ecc.)? Grazie.

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Toscana / Re:DIVIETO VENDITA GIOIELLI SUI AREA PUBBLICA
« il: 13 Aprile 2015, 10:46:45 »
Intanto, ancora complimenti per l'organizzazione del sito, che ho già avuto modo di segnalare a diversi Colleghi della polizia locale.

Nel merito e, più specificatamente, con riferimento a quanto scritto, da ultimo, dal Maccantelli, ho approfondito la questione ed effettivamente, sul piano formale, devo concordare con quest'ultimo.
Infatti, già la Cassazione Penale, con una sentenza datata del 11.07.1986 (fonte MAXIMA - BANCA DATI MULTIMEDIALE), distinguendo tra il "porre in commercio" (ex art. 705 c.p., ora depenalizzato) e lo "esercitare il commercio" (ex art. 706, ora abrogato), stabilisce che anche chi compia, occasionalmente, il commercio dei preziosi, è soggetto alla licenza di cui all'art. 127 del TULPS.
Ciò, anche in ragione di quanto stabilito all'art. 243 Reg. T.U. cit., che prevede l'obbligo della licenza di cui sopra a tutta una serie di soggetti "...tanto se lavorino o negozino abitualmente, quanto occasionalmente...".

Peraltro, per quanto attiene al caso specifico a cui mi riferisco, il nostro regolamento comunale stabilisce che per “oggetti di antiquariato” si intendono gli oggetti vecchi di almeno cinquanta (50) anni, con riferimento alla data di loro costruzione o realizzazione, indipendentemente dall’età o esistenza del materiale usato per la costruzione o realizzazione..
Con ciò richiamo anche quanto già chiarito dal Ministero dell’industria commercio e artigianato con propria Circolare n. 190799 del 21.05.1992 (vigente la legge 426/71 e relative tabelle merceologiche), secondo il quale, “…per quanto riguarda l'autorizzazione comunale per la categoria merceologica «oggetti preziosi» non si ritiene che nel caso suesposto sia  necessaria,  dato che  gli oggetti  preziosi  posti  in  vendita,  hanno  la stessa  finalità  di  utilizzo  di  quelli  dello  stesso  tipo  costituiti  in  altro materiale  e  non  rappresentano  l'oggetto  prevalente  dell'attività  di vendita corrispondente alla tabella posseduta…”.

Tra l'altro, con l'abrogazione espressa dell'art. 706 c.p., viene meno anche la distinzione indicata nella citata sentenza della cassazione penale tra "porre in commercio" ed "esercitare il commercio" e quindi, il tutto, si risolve in una mera pratica commerciale da sottoporre al vaglio dell'Autorità di P.S., allorquando quest'ultima debba intervenire, in concreto, per prevenire attività di riciclaggio.
Nel caso di specie, è lo stesso regolamento dell'ente a stabilire che l'oggetto di antiquariato sia da considerare tale, indipendentemente dal materiale con il quale è stato realizzato, ma alla sola condizione che sia stato realizzato da più di cinquanta anni. E del resto, il divieto di vendita su aree pubbliche (in certo qual modo giustificabile all'epoca di emanazione della codificazione Rocco, anche in relazione alla personalità di chi esercitava il commercio ambulante, ben diversa da quella odierna, che è parificabile a chi esercita il commercio in sede fissa) è sempre stato il risultato - anche logico - dell'interpretazione dell'art. 247 del Reg. T.U. che correlava il porre in commercio i preziosi, all'esistenza di "locali" idonei alla vendita ed oggetto di specifica segnalazione all'Autorità di P.S. In buona sostanza, alla luce di quanto è stato stabilito dal regolamento dell'ente, ho motivo di ritenere che l'oggetto prezioso venduto in occasione della mostra dell'antiquariato (comunque oggetto di speciale trattazione commerciale ex art. 128 TU e, per sua natura, non facilmente trasformabile in oggetto diverso da quello che è, originariamente), costituisca una sorta di rapporto di genere a specie, soggetto alla disciplina commerciale degli altri beni antichi posti in commercio.

Ovviamente, quanto da me argomentato, non vuole assolutamente contrapporsi all'autorevole interpretazione di Codesto interprete ma, con riferimento alle dinamiche amministrative locali - che potrebbero anche essere quelle di altri Colleghi delle polizie locali che sicuramente frequentano questo forum - integrare simile interpretazione, anche al fine di valutare se la stessa sia sostenibile ovvero incompatibile con evidenti ragioni di diritto.

Ringrazio e resto in attesa di un Vostro gradito riscontro.

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Toscana / Re:DIVIETO VENDITA GIOIELLI SUI AREA PUBBLICA
« il: 11 Aprile 2015, 19:49:39 »
Nell'ambito di una mostra dell'antiquariato su area pubblica, però, ritengo che gli oggetti preziosi, se in numero esiguo rispetto al resto della merce posta in vendita e comunque, se realizzati o prodotti in epoca che li rende assoggettabili a beni di antiquariato, può avvenire ai sensi dell'art. 126 del TULPS. Condividete l'impostazione e, soprattutto, esiste una prassi o giurisprudenza concorde? Grazie.

Avevo già approfondito la materia. Ti riassumo un po' di concetti.

La disposizione dovrebbe essere l'art. 245 del reolamente al TULPS:
245.  La licenza è valida per tutti gli esercizi di vendita di oggetti preziosi, appartenenti alla medesima persona od alla medesima ditta, ancorché siti in località diverse.
In ogni esercizio deve, tuttavia, essere conservata copia della licenza, rilasciata ai sensi dell'art. 243.
Nella copia deve essere annotata dal Questore la sede dell'esercizio per la quale è rilasciata.
Ove si tratti di succursali non comprese nella giurisdizione del Questore che rilascia la licenza, la copia deve essere vistata dal Questore nella cui giurisdizione si trova la succursale dell'esercizio


In pratica è vietata la vendita in luoghi diversi da quelli indicati nella licenza. Il questore, comunque, nel rilasciare la licenza, potrebbe prevedere casi particolari per installazioni su area pubblica ma credo che non autorizzerebbe mai un itinerante.
Guarda qua:
http://img.poliziadistato.it/docs/scheda_preziosi.pdf

Il concetto di “valore esiguo” è stato introdotto dal DPR n. 311/2001 allorquando ha aggiunto il comma 2 all’art. 247 del RD 635/1940 - regolamento attuativo del TULPS.
Tale comma prevede: fatte salve le disposizioni di legge in materia di prevenzione del riciclaggio, le disposizioni degli articoli 126 e 128 della legge si applicano al commercio di cose usate quali gli oggetti d'arte e le cose antiche, di pregio o preziose, nonché al commercio ed alla detenzione da parte delle imprese del settore, comprese quelle artigiane, di oggetti preziosi o in metalli preziosi o recanti pietre preziose, anche usati. Esse non si applicano per il commercio di cose usate prive di valore o di valore esiguo.
Come chiarito dal Ministero dell’Interno con nota Prot. n. .557/B.21661 .12020 del 12/02/2003, il DPR 311/2001 ha voluto innovare soltanto la parte riguardante la tenuta dei registri per le attività previste dagli artt.126 e 127 del TULPS (vedi l’art. 128 dello stesso TULPS), escludendone l’annotazione per il commercio di cose usate prive di valore o di valore esiguo, senza disporre niente, invece, sull’esonero della necessità della licenza di oggetti preziosi usati che rimane quella dell’art. 127 TULSP a prescindere dal teorico valore della merce posta in vendita.

La licenza per i preziosi, si lega ad oggetti definiti preziosi di per sé, senza pesare il valore.
Come dice il sito della Polizia, sono considerati oggetti preziosi quelli costituiti, in tutto o in parte, da metalli preziosi ossia oro, argento, platino e palladio, coralli e perle di ogni tipo, anche se venduti sciolti, e da pietre preziose (diamanti, rubini, zaffiri, smeraldi, anche se venduti sciolti, ed ogni altra pietra che sia unita a metalli preziosi).

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Toscana / Re:Cene della parrocchia
« il: 15 Marzo 2015, 16:31:37 »
Per un caso analogo - temporaneità della somministrazione per raccolta fondi - ho trovato molto interessante le argomentazioni trattate e la capacità di sintesi.

Peraltro, con riferimento alla definizione dell'UE dell'impresa alimentare, rilevo che la Regione Toscana, all'art. 4, comma 1, lett. a) del d.P.G.R. 40/2006, individua come tale:

ogni soggetto pubblico o privato, con o senza fini di lucro, che svolge, anche in forma temporanea una qualsiasi delle attività connesse ad una delle fasi di produzione, trasformazione e distribuzione degli alimenti.

Trattandosi di disposizione successiva ed in apparente contrasto con il Regolamento CE178/2002 citato, esistono dei precedenti giurisprudenziali sulla corretta applicazione della disposizione regionale anzidetta? Possiamo disapplicarla, laddove non siamo dinanzi ad un imprenditore, ma ad un soggetto privato?

Grazie.

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Toscana / Re:Locale espositivo o negozio?
« il: 04 Marzo 2015, 23:10:29 »
Intanto, ringrazio per la celerità nella interessante risposta.
Peraltro, anche le due sentenze del giudice amministrativo, si riferiscono, come altre che ho già letto, a locali (originariamente) commerciali che ampliano la superficie di vendita, utilizzando fondi contigui definiti, elusivamente, locali espositivi.
Nel mio caso, come già detto, i locali sono nati come espositivi e come tali sono utilizzati... fino a prova contraria.
Peraltro, sono esposte, permanentemente, merci commercializzate dallo stesso soggetto che le espone, ancorché in altro locale: quindi, faccio fatica a pensare che possa trattarsi di un'agenzia di affari che, penso, presupponga, un'attività di procacciatore d'affari, di intermediazione di beni non appartenenti a chi li espone.
Dovendo decidere se applicare la sanzione prevista dal codice del commercio o considerare l'attività, sostanzialmente libera, beh, opterei per la seconda delle due, anche se i sospetti restano ma, per l'appunto, sono sospetti.

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Liberalizzazioni / Re:locale solo espositivo
« il: 04 Marzo 2015, 22:57:07 »
Detta licenza, ritiene sia necessaria anche per esporre soltanto la propria merce?

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Toscana / Locale espositivo o negozio?
« il: 04 Marzo 2015, 13:28:00 »
Intanto, complementi per il prodotto e per come è stato organizzato.
In merito, ho già letto qualcosa qui e su altri simili portali. ma, ad oggi, nessuno mi ha fornito un riferimento concreto a prassi/giurisprudenza cui possa fare riferimento. O meglio, nelle varie risposte fornite, si parla sempre di un esercizio di vicinato che, potendo usufruire di una superficie non diversamente utilizzata, la utilizza, impropriamente, come supeficie espositiva e non come ampliamento di superficie di vendita.
In questo caso, invece, si parla di un locale (destinazione urbanistica, espositivo) che è stato utilizzato fin dalla sua apertura, come locale espositivo. La merce ivi esposta è parzialmente prezzata e chiunque vi può accedere, senza alcuna limitazione. Al suo interno non vi sono registratori di cassa, ne è stato accertato alcun acquisto delle merci. Alcune merci sono prezzate, altre no. Nello stesso comune, ma a circa due chilometri dal suddetto locale espositivo (che è ubicato nel centro cittadino), è presente un'unità locale, adibita a negozio, dove le predette merci vengono regolarmente vendute.
E' stata sollevata la questione inerente il locale espositivo e cioè che lo stesso, possa essere considerato un negozio. Questo, sia in ragione del fatto che il potenziale cliente vi può accedere (in questo caso, si ritiene che il locale sarebbe espositivo, solo se le merci fossero esposte, esclusivamente, nelle vetrine esterne, non accessibili al pubblico), sia in ragione del fatto che alcune delle merci ivi esposte sono prezzate.
Io sono dell'avviso contrario, giacché, a mio modo di vedere, chi usa il locale lo fa in conformità della sua destinazione urbanistica e con l'evidente scopo di pubblicizzare l'attività commerciale che, però, è esercitata in ben altro locale, fisicamente separato dal primo; non da meno, perché non è stata accertata, in concreto, alcuna attività di vendita.
Utili sicuramente i pareri, ma, se fosse possibile, gradirei poter condividere prassi/giurisprudenza che tratta, in modo specifico, questo argomento e non dover giudicare per analogia.
Ringrazio e saluto cordialmente.

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