Autore Topic: Somministrazione NON ASSISTITA senza vincoli anche per Ministero - Ris. 372321  (Letto 3777 volte)

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In effetti gli arredi restano "piani di appoggio di dimensioni congrue all'ampiezza e alla capacità ricettiva del locale, nonché sedute NON abbinabili". GIUSTO???

NOI RITENIAMO che non esistano vincoli qualitativi all'uso di arredi ed attrezzature. L'unico limite è la somministrazione non assistita intesa come attività del titolare/dipendente si servizio al tavolo ... per il resto si può usare di tutto.

Il MISE con questa risoluzione "rettifica" o "precisa" i precedenti orientamenti ... ma rimane nella distinzione qualitativa ...

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Offline Afra

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In effetti gli arredi restano "piani di appoggio di dimensioni congrue all'ampiezza e alla capacità ricettiva del locale, nonché sedute NON abbinabili". GIUSTO???

Offline stefano argiolas

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Non sono entrato nel merito dell’argomento, ma sul fatto che avete titolato un post :“Somministrazione NON ASSISTITA senza vincoli anche per Ministero” quando in realtà il Ministero non dice così. Basta leggersi tutta la risoluzione per farsi un’idea chiara. 

Offline Simone Chiarelli

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A me pare che la risoluzione ministeriale confermi le impostazioni già rese in passato, eccezzione fatta per l'utilizzo di stoviglie a perdere.
La parte finale della risoluzione,( che va letta tutta!!!) è molto chiara cito un passaggio:"Quanto invece al principale oggetto del quesito, si ritiene al momento di dover confermare le considerazioni svolte al fine di distinguere le attività di vendita con consumo sul posto rispetto a quelle di somministrazione (omissis)".

PREMESSA: il MISE svolge un'opera spesso utile e nel merito condivisibile in relazione agli approfondimenti sui requisiti morali, professionali e sull'interpretazione delle norme di settore. Anche se si tratta di interpretazione "non autentica" in seno proprio, e quindi non vincolante in alcun modo, io stesso vi faccio spesso riferimento perchè NEL MERITO CONDIVISIBILE.

In alcuni casi (quello della somministrazione non assistita è quello più eclatante) a mio avviso (che sono ancor meno fonte del diritto del MISE), il Ministero ha SBAGLIATO.
E, purtroppo, invece che ammettere chiaramente l'errore ha adottato una risoluzione in cui smentisce le precedenti ma con formulazioni molto ambigue anche se secondo me univoche nel ritenere ormai eliminato ogni vincolo alla somministrazione non assistita, TRANNE CASI ECLATANTI.

Si legge infatti:

Al riguardo, la scrivente Direzione, atteso che considera come proprio obiettivo quello di
un’interpretazione della normativa vigente ragionevole e proporzionata rispetto ai reali interessi da
tutelare, che non determini inutili ostacoli all’attività delle imprese e sia pro concorrenziale e non
discriminatoria, ritiene utile illustrare qui di seguito le ragioni delle proprie richiamate
interpretazioni, sgombrando il campo da un loro utilizzo non coerente con i predetti obiettivi e
tracciandone anche le possibili linee evolutive.

Quanto invece al principale oggetto del quesito, si ritiene al momento di dover confermare le
considerazioni svolte al fine di distinguere le attività di vendita con consumo sul posto rispetto a
quelle di somministrazione anche dal punto di vista degli arredi utilizzati, nella misura in cui tali
arredi e le relative modalità di utilizzo consentano consumazioni seduti al tavolo con caratteristiche
di richiamo quantitativo della clientela e di permanenza nel luogo di consumo tali da rendere
l’impatto delle relative attività del tutto assimilabile
all’attività di ristorazione o degli altri pubblici
esercizi.

********************
IN PRATICA IL MISE VUOLE SOLO RIBADIRE LA DISTINZIONE FRA LE DUE TIPOLOGIE NELLE IPOTESI ECLATANTI, laddove l'uso di tavoli e sedie sia di "richiamo quantitativo" (formula ambigua!!!! che però segna denotare un uso eccessivo di tali arredi incompatibile con l'esigenza del solo servizio di somministrazione non assistita) eccessivo.

Ma nella misura in cui il MISE cita il "richiamo quantitativo" viola le proprie premesse, perchè il DL 223 ha proprio voluto eliminare ogni richiamo quantitativo e mantenere vincoli solo di natura QUALITATIVA ......
* * * * *
Dott. Simone Chiarelli - collaboratore OV
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Offline stefano argiolas

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A me pare che la risoluzione ministeriale confermi le impostazioni già rese in passato, eccezzione fatta per l'utilizzo di stoviglie a perdere.
La parte finale della risoluzione,( che va letta tutta!!!) è molto chiara cito un passaggio:"Quanto invece al principale oggetto del quesito, si ritiene al momento di dover confermare le considerazioni svolte al fine di distinguere le attività di vendita con consumo sul posto rispetto a quelle di somministrazione (omissis)".


Offline Staff Omniavis

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Somministrazione non assistita (la fine dei divieti) - 24 dicembre 2016 - commento del dott. Simone Chiarelli



Guarda il video: https://youtu.be/5Kqz_mJ9034
« Ultima modifica: 24 Dicembre 2016, 08:19:19 da Staff Omniavis »

Offline Staff Omniavis

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Somministrazione NON ASSISTITA senza vincoli anche per Ministero - Ris. 372321

Ministero dello Sviluppo Economico
Direzione Generale per il Mercato, la Concorrenza, i Consumatori, la Vigilanza e la Normativa Tecnica
DIVISIONE IV Promozione della concorrenza e semplificazioni per le imprese


Risoluzione n. 372321 del 28 novembre 2016 - Quesito in materia di consumo sul posto di prodotti di gastronomia all’interno degli esercizi di vicinato

La risoluzione n. 372321 del 28 novembre 2016, stante anche il contenuto delle precedenti note della Direzione Generale per il Mercato, la Concorrenza, i Consumatori, la Vigilanza e la Normativa Tecnica, n. 174884 del 29-9-2015 e n. 75893 dell’8-5-2013, reca ulteriori chiarimenti in merito alla norma di cui all’articolo 3, comma 1, lettera f-bis, del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito nella legge 4 agosto 2006, n. 248, che istituisce il c.d. consumo sul posto dei prodotti di gastronomia negli esercizi di vicinato utilizzando i locali e gli arredi dell’azienda con l’esclusione del servizio assistito di somministrazione e con l’osservanza delle prescrizioni igienico-sanitarie.

Risoluzione n. 372321 del 28 novembre 2016

OGGETTO: Quesito in materia di consumo sul posto di prodotti di gastronomia all’interno degli esercizi di vicinato

Si fa riferimento alla nota n. 2923.11 del 2016, con la quale codesta Associazione, stante
anche il contenuto delle note della scrivente Direzione Generale n. 174884 del 29-9-2015 e n.
75893 dell’8-5-2013, chiede alcuni chiarimenti in merito alla norma di cui all’articolo 3, comma 1,
lettera f-bis, del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito nella legge 4 agosto 2006, n. 248,
che istituisce il c.d. consumo sul posto dei prodotti di gastronomia negli esercizi di vicinato
utilizzando i locali e gli arredi dell’azienda con l’esclusione del servizio assistito di
somministrazione e con l’osservanza delle prescrizioni igienico-sanitarie.
In particolare, rileva che, con le summenzionate risoluzioni ministeriali, “è stato ritenuto
normalmente ammissibile solo l’utilizzo di piani di appoggio di dimensioni congrue all’ampiezza ed
alla capacità ricettiva del locale nonché la fornitura di stoviglie e posate a perdere” e “la presenza di
un limitato numero di panchine o altre sedute non abbinabili ed eventuali piani di appoggio, essendo
invece tipica di bar e ristoranti la consumazione seduti al tavolo, anche se eventualmente svolta con
modalità self service”.
Considera infine tale orientamento “punitivo” non solo per le imprese interessate, ma anche
per i consumatori nella misura in cui li costringe ad un servizio di minore qualità (con bicchieri e
posate in plastica usa e getta) ed in situazioni di oggettiva scomodità (seduti, ma non al tavolo, o
poggiando i prodotti su un piano, ma restando in piedi).
Proprio a tal riguardo, chiede che quanto previsto da dette risoluzioni venga riconsiderato, in
quanto previsto unicamente al fine di mantenere una sottile linea di demarcazione tra esercizio di
somministrazione ed esercizio di vicinato con consumo sul posto di prodotti di gastronomia e che
tali attività commerciali possano pertanto essere svolte senza escludere, fra gli arredi dell’azienda
consentiti, l’utilizzo di piani di appoggio di dimensioni congrue all’ampiezza ed alla capacità
ricettiva del locale in abbinamento a sedute che consentano agli utenti di consumare sul posto in
tutta comodità e di usufruire di servizi di qualità.
Occorre inoltre tener presente che nelle more della risposta di questa amministrazione al
predetto quesito, è intervenuta in materia anche l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato,
la quale con la segnalazione S2605 del 2016, nell’esercizio dei poteri ad essa conferiti dall’articolo
21 della legge n. 287 del 10 ottobre 1990, ha formulato alcune osservazioni in merito alle
distorsioni concorrenziali che potrebbero a suo avviso derivare dai medesimi ed ulteriori recenti
pareri della scrivente Direzione Generale in materia di consumo sul posto, considerati
ingiustificatamente restrittivi (cfr. parere n. 75893 dell’8-5-2013; parere n. 146342 del 19-8-2014;
parere n. 86321 del 9-6-2015).

Ad avviso dell’Autorità, infatti, l’interpretazione suggerita nelle richiamate risoluzioni,
incentra l’elemento distintivo tra l’attività di somministrazione di alimenti e bevande e l’attività di
vendita sulla modalità di consumo dell’offerta, in termini di attrezzatura utilizzabile per consentire
il consumo sul posto, non risultando aderente alle nuove abitudini di consumo e suscettibile di
limitare le possibilità di scelta dei consumatori, creando altresì un’indebita discriminazione fra i vari
operatori del settore.
Sempre ad avviso dell’Autorità, tali risoluzioni non tengono conto del fatto che già il D.L. n.
223 del 2006 aveva inteso superare o quantomeno coordinare con i principi di concorrenza tutte le
attività di consumo sul posto di alimenti e bevande, individuando il discrimen tra l’attività di
somministrazione e quella di vendita da parte degli esercizi di vicinato unicamente nella presenza o
meno del servizio assistito, risultando pertanto idonee a favorire l’adozione di regolazioni a livello
locale ingiustificatamente restrittive e discriminatorie.
In conclusione la predetta Autorità, facendo riferimento anche ad un regolamento comunale
che, basandosi delle predette risoluzioni ministeriali, vieta agli esercizi di vicinato qualsiasi
modalità di occupazione del suolo pubblico per il consumo all’aperto, auspica che questo Ministero
possa pervenire ad “un’interpretazione della materia pienamente rispondente ai principi
concorrenziali” richiamati nelle considerazioni formulate con tale segnalazione.
Al riguardo, la scrivente Direzione, atteso che considera come proprio obiettivo quello di
un’interpretazione della normativa vigente ragionevole e proporzionata rispetto ai reali interessi da
tutelare, che non determini inutili ostacoli all’attività delle imprese e sia pro concorrenziale e non
discriminatoria, ritiene utile illustrare qui di seguito le ragioni delle proprie richiamate
interpretazioni, sgombrando il campo da un loro utilizzo non coerente con i predetti obiettivi e
tracciandone anche le possibili linee evolutive.
L’art. 3, comma 1, lettera f-bis) del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con
modificazioni, nella legge 4 agosto 2006, n. 248, ha introdotto il principio in base al quale negli
esercizi di vicinato, nel solo caso in cui siano legittimati alla vendita dei prodotti appartenenti al
settore merceologico alimentare, il consumo sul posto di prodotti di gastronomia non può essere
vietato o limitato se svolto alle condizioni espressamente previste dalla nuova disposizione, ovvero
la presenza di arredi nei locali dell’azienda ed esclusione del servizio assistito di somministrazione.
L’articolo 4, comma 2-bis, dello stesso decreto consente il consumo sul posto anche ai titolari
di impianti di panificazione con le stesse modalità applicative cui devono sottostare i titolari di
esercizi di vicinato.
Infine, ai sensi del comma 8-bis dell’articolo 4 del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228,
anche agli imprenditori agricoli è consentito effettuare il consumo immediato dei prodotti oggetto di
vendita, utilizzando i locali e gli arredi nella disponibilità dell’imprenditore agricolo, con
l’esclusione del servizio assistito di somministrazione e con l’osservanza delle prescrizioni generali
di carattere igienico-sanitario.
Con riguardo alle modalità applicative delle richiamate disposizioni, la scrivente Direzione
Generale si è espressa al punto 8.1 della circolare esplicativa 3603/C del 28-9-2006, precisando che
il consumo sul posto dei prodotti di gastronomia da parte degli esercizi di vicinato, ovviamente solo
nel caso in cui siano legittimati alla vendita dei prodotti alimentari, non può essere vietato o limitato
se svolto alle condizioni espressamente previste dalla nuova disposizione; le condizioni concernono
la presenza di arredi nei locali dell’azienda e l’esclusione del servizio assistito di somministrazione.
Per quanto riguarda gli arredi ha precisato che i medesimi devono essere correlati all’attività
consentita, che nel caso di specie è la vendita per asporto dei prodotti alimentari e il consumo sul
posto dei prodotti di gastronomia. In ogni caso, però, la norma che consente negli esercizi di
vicinato il consumo sul posto non prevede una modalità analoga a quella consentita negli esercizi di
somministrazione di alimenti e bevande di cui alla legge 25 agosto 1991, n. 287.
Con successivi pareri ha formulato ulteriori precisazioni sulle attrezzature che possono essere
utilizzate, escludendo, ad esempio le apparecchiature per le bevande alla spina e le macchine
industriali per il caffè, tradizionalmente utilizzate negli esercizi di somministrazione, nonché sulle
operazioni di preparazione/trasformazione/cottura e trattamento dei prodotti destinati al consumo
sul posto, consentendo in tal senso solamente il riscaldamento/sporzionamento dei medesimi.
Nel parere più recente (n. 86321 del 9-6-2015) è stato precisato che possono essere utilizzati
piani di appoggio di dimensioni congrue all’ampiezza e alla capacità ricettiva del locale, nonché
sedute non abbinabili, non nel senso che la loro collocazione all’interno dell’ambito spaziale deve
essere non abbinata (solo in tal senso i clienti potrebbero abbinarli spostandoli), ma nel senso che
l’utilizzo congiunto della seduta e del piano d’appoggio non deve risultare normalmente possibile
(ad esempio, per le diverse altezze dei medesimi) in modo che sia consentito ai fruitori il consumo
degli alimenti e delle bevande da seduti (ma non al tavolo) ovvero appoggiando i prodotti su un
piano (ma senza poterlo utilizzare da seduti).
Con riferimento a quanto sopra e, nello specifico, alle limitazioni sostenute dalla scrivente
Direzione Generale nel caso in cui l’esercente intenda consentire il consumo sul posto agli utenti, si
ritiene di formulare alcune considerazioni, anche alla luce di quanto evidenziato nella richiesta di
parere di codesta Associazione.
In via preliminare va precisato che i chiarimenti contenuti nelle richiamate risoluzioni
ministeriali hanno il senso di individuare tutte quelle attività che appaiono correttamente
riconducibili alle disposizioni di liberalizzazione sopra richiamate e, quindi, tutte quelle modalità di
svolgimento delle attività certamente consentite, offrendo un quadro di certezza giuridica almeno
alla maggior parte delle attività in questione, ma che tali risoluzioni ministeriali non dovrebbero al
contrario essere considerate fonte di divieto aggiuntivo rispetto alle prescrizioni di legge in
questione, non potendo desumersene che ogni diversa ipotesi di svolgimento di tali attività sia
automaticamente non consentita, senza alcuna specifica valutazione.
Ad esempio, l’affermazione secondo cui è certamente consentito l’utilizzo di bicchieri e
posate in plastica o comunque monouso, non deve essere interpretata come divieto dell’utilizzo di
posate in metallo e di bicchieri di vetro o tovaglioli in stoffa, quando sono poste a disposizione della
clientela con modalità che non implichino un’attività di somministrazione, quando cioè non si tratti
di “apparecchiare” la tavola con le modalità proprie della ristorazione, ma solo di mettere bicchieri,
piatti, posate e tovaglioli puliti a disposizione della clientela per un loro uso autonomo e diretto.

Una diversa interpretazione, infatti, sarebbe certamente sproporzionata rispetto alla necessaria
distinzione fra attività di consumo sul posto ed attività di ristorazione in senso stretto, ed in evidente
contrasto anche con l’esigenza di un consumo consapevole, ecologico e di qualità e con i più
elementari principi di tutela dell’ambiente e di riduzione della massa dei rifiuti non riciclabili.
Parimenti, dai riferimenti alle tipologie di arredi sicuramente consentiti all’interno dei locali,
non può desumersi che gli stessi arredi non possano essere a determinate condizioni consentite
anche su aree pubbliche prospicienti il locale stesso, dove sia dalle competenti autorità locali
consentito occupare porzioni si suolo pubblico con panchine, piani di appoggio, ecc.
In altre parole, l’uso del suolo pubblico va valutato dalle autorità locali, caso per caso o sulla
base dei propri regolamenti e degli interessi rilevanti da salvaguardare nelle diverse zone, non con
automatismi collegati alla tipologia di attività (non può essere cioè immotivatamente consentito alle
attività di ristorazione e vietato invece a quelle di consumo sul posto).

Quanto invece al principale oggetto del quesito, si ritiene al momento di dover confermare le
considerazioni svolte al fine di distinguere le attività di vendita con consumo sul posto rispetto a
quelle di somministrazione anche dal punto di vista degli arredi utilizzati, nella misura in cui tali
arredi e le relative modalità di utilizzo consentano consumazioni seduti al tavolo con caratteristiche
di richiamo quantitativo della clientela e di permanenza nel luogo di consumo tali da rendere
l’impatto delle relative attività del tutto assimilabile all’attività di ristorazione o degli altri pubblici
esercizi.
Il problema non è infatti quello di determinare disparità ingiustificate fra esercizi abilitati a
praticare il consumo sul posto ed esercizi di somministrazione, bensì quello di non rendere fonte di
disparità del tutto ingiustificate i vantaggi di semplificazione nell’acquisizione del titolo
autorizzatorio per gli esercizi in cui si pratica il consumo sul posto, rispetto ai normali pubblici
esercizi, in presenza di caratteristiche di servizio sostanzialmente assimilabili e di pari impatto. In
altre parole, se entrambe le tipologie di esercizi fossero assoggettati a SCIA ed ai medesimi requisiti
igienico sanitari e di sorvegliabilità, la distinzione non avrebbe ragione di essere e, peraltro, gli
esercizi di vicinato e gli altri esercizi abilitati al servizio di consumo sul posto potrebbero svolgere
attività del tutto assimilabili conseguendo con il medesimo grado di complessità e con i medesimi
requisiti ed adempimenti l’uno o l’altro titolo autorizzatorio. Ed in questo senso potrebbe forse
essere rivalutato il rigore delle predette risoluzioni ministeriali quantomeno nelle aree non soggette
ad alcuna specifica tutela ed in cui anche le attività di somministrazione di alimenti e bevande da
parte dei pubblici esercizi possono essere svolte previa semplice segnalazione certificata di inizio di
attività, senza alcun limite o contingente programmatorio.
Fintanto che, invece, esistano (come sembra sia ancora anche nel combinato disposto
dell’articolo 1, comma 4, e dell’articolo 2, con la relativa allegata tabella, del decreto legislativo 25
novembre 2016, n. 222, recante l’individuazione di procedimenti oggetto di autorizzazione,
segnalazione certificata di inizio di attività (SCIA), silenzio assenso e comunicazione e di
definizione dei regimi amministrativi applicabili a determinate attività e procedimenti, ai sensi
dell'articolo 5 della legge 7 agosto 2015, n. 124) aree del territorio soggette a maggior tutela in cui
l’attività dei pubblici esercizi sia soggetta ad autorizzazione e possa essere contingentata o le nuove
attività del tutto vietate, in relazione a rilevanti esigenze per la loro valenza artistica, storica ed
ambientale, o anche per ragioni di sicurezza, sostenibilità sociale o di viabilità, sarebbe fonte di
ingiustificata disparità (e non positiva apertura concorrenziale) consentire invece senza alcuna
limitazione lo svolgimento di analoghe attività agli esercizi abilitati al consumo sul posto, senza
differenziare le modalità di svolgimento delle relative attività in modo da limitarne l’impatto e
mantenere ragionevolezza alla disposizione di favore rispetto ai pubblici esercizi in senso stretto.
Si fa riferimento a questo riguardo all’attuale regime dell’autorizzazione (silenzio-assenso a
60 giorni) in caso di apertura o trasferimento di sede degli esercizi di somministrazione di alimenti e
bevande al pubblico nelle zone del Comune soggette a tutela, così come invece previsto
dall’articolo 64, comma 1 e comma 3, del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59.
Il predetto articolo 64, infatti, al comma 3, che nello schema di decreto legislativo in corso di
emanazione non sembra sia stato né modificato, né abrogato, prevede che al fine di assicurare un
corretto sviluppo del settore i comuni, limitatamente alle zone del territorio da sottoporre a tutela,
adottano provvedimenti di programmazione delle aperture degli esercizi di somministrazione di
alimenti e bevande al pubblico, ferma restando l'esigenza di garantire sia l'interesse della collettività
inteso come fruizione di un servizio adeguato sia quello dell'imprenditore al libero esercizio
dell'attività. Tale programmazione può prevedere, sulla base di parametri oggettivi e indici di
qualità del servizio, divieti o limitazioni all'apertura di nuove strutture limitatamente ai casi in cui
ragioni non altrimenti risolvibili di sostenibilità ambientale, sociale e di viabilità rendano
impossibile consentire ulteriori flussi di pubblico nella zona senza incidere in modo gravemente
negativo sui meccanismi di controllo in particolare per il consumo di alcolici, e senza ledere il
diritto dei residenti alla vivibilità del territorio e alla normale mobilità. In ogni caso, resta ferma la
finalità di tutela e salvaguardia delle zone di pregio artistico, storico, architettonico e ambientale e
sono vietati criteri legati alla verifica di natura economica o fondati sulla prova dell'esistenza di un
bisogno economico o sulla prova di una domanda di mercato, quali entità delle vendite di alimenti e
bevande e presenza di altri esercizi di somministrazione.
Esemplificando ed estremizzando, dove non è consentita l’apertura di un ristorante con venti
tavoli ed una potenziale numerosa clientela che permanga per lungo tempo in modo più o meno
rumoroso nella relativa area di riferimento, non può essere consentita una analoga situazione per il
solo fatto che l’esercizio in questione abbia scelto di presentare SCIA come esercizio di vicinato di
vendita di prodotti alimentari e senza richiedere specifica autorizzazione, che gli sarebbe stata
negata, come pubblico esercizio di somministrazione.

Naturalmente tutte le predette considerazioni valgono a norme vigenti e nelle more di
eventuali diverse indicazioni a livello di indirizzo politico, anche in relazione ad un eventuale più
approfondito esame della richiamata segnalazione dell’Autorità garante della concorrenza e del
mercato, nonché degli effetti del richiamato decreto legislativo n. 222 del 2016.
IL DIRETTORE GENERALE
 (Gianfrancesco Vecchio)
« Ultima modifica: 24 Dicembre 2016, 07:12:15 da Staff Omniavis »