Autore Topic: Consumo sul posto: i limiti dell'attività senza che ciò configuri l'esercizio ab  (Letto 362 volte)

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Offline roberto de marchis

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Trovo molto interessante il punto 7 ivi citato che qui riporto perché affronta una questione essenziale e che va al di là del caso concreto:

[...]
7)- che una tal esegesi, afferma il Collegio, non appare contraddetta e/o confliggente con la disciplina liberalizzatrice succeduta al decreto Bersani; e difatti, per pacifica e radicata giurisprudenza, detta disciplina della liberalizzazione del mercato dei servizi non può essere intesa in senso assoluto come primazia del diritto di stabilimento delle imprese ad esercitare sempre e comunque l'attività economica, dovendo, anche tale libertà economica, confrontarsi con il potere, demandato alla pubblica amministrazione, di pianificazione urbanistica degli insediamenti, ivi compresi quelli produttivi e commerciali; mentre e pacificamente l'art. 1, D.L. n. 1/2012 nel liberalizzare le attività commerciali, fa comunque salvi i limiti giustificati da un interesse generale, costituzionalmente rilevante, ritenuti in apicibus compatibili con l'ordinamento comunitario purché proporzionati alle finalità pubbliche perseguite. A tal riguardo la più accreditata giurisprudenza non ha mancato di rilevare che "gli stessi principi costituzionali e comunitari in materia di libertà di iniziativa economica e di tutela della concorrenza non escludono che esigenze di tutela di valori sociali di rango parimenti primario possano suggerire condizionamenti e temperamenti al dispiegarsi dei diritti individuali" (cfr., ex plurimis, Cons. St. 10 maggio 2010 n. 2758); "Pertanto, l'affermazione di principio secondo cui in ambito economico "è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge" non può disgiungersi dalla fondamentale considerazione per cui il legislatore statale o regionale può e deve mantenere forme di regolazione dell'attività economica volte a garantire, tra l'altro, il rispetto degli obblighi internazionali e comunitari e la piena osservanza dei principi costituzionali legati alla tutela della salute, dell'ambiente, del patrimonio culturale e della finanza pubblica, nonché della sicurezza, della libertà e della dignità umana: ciò in vista di una regolazione ispirata a ragionevolezza che da un lato elimini gli ostacoli che si rivelino inutili e sproporzionati, dall'altro mantenga le normative necessarie a garantire che le dinamiche economiche non si svolgano in contrasto con l'utilità sociale come richiesto dall'art. 41 della Costituzione" (Cons. St. 10 maggio 2010 n. 2758 cit. e da ultimo n. 4663 del 30 luglio 2018). Anche a tutto per ipotesi concedere circa il preteso primato assoluto dell'attività di impresa (prescindendo dai limiti costituzionali ad es. dell'art. 41, comma 2, Cost. - per il quale l'iniziativa economica privata «non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» - e da considerazioni di sistema, che non accorda preferenza all'iniziativa economica su qualsivoglia altro interesse), quella stessa specifica normativa - la cui finalità è di garantire le libertà di stabilimento e di circolazione dei servizi - afferma che la liberalizzazione dell'attività di impresa incontra limitazioni o deroghe che ben possono essere giustificate dalla prevalenza dell'interesse generale, che è espresso mediante l'icastica e ritornante - nella stessa produzione giurisprudenziale e normativa dell'Unione europea - formula dei "motivi imperativi di interesse generale", ancorché "nel rispetto dei principi di proporzionalità e non discriminazione" (v. ad es. Considerando 40 della Direttiva; artt. 8, lett. h) e 12, D.Lgs. n. 59/2010; cfr. Corte cost., 19 dicembre 2012, n. 291). Non si tratta dunque di un diritto soggettivo assoluto: ma di un'attività che ben può cedere a fronte dei detti interessi generali (in termini Cons. St. 17 novembre 2016 n. 4794).
In sostanza, ha osservato la Sezione, non vi sono differenze sostanziali di contenuto nella legislazione nazionale e comunitaria susseguitasi nel tempo. Ciò a far data dal D.L. n. 223/2006, dalla direttiva n. 2006/123/CE e dalla relativa legge di recepimento (D.Lgs. n. 59/2010) fino ai decreti legge del 2011, ed in particolare il D.L. n. 138/2011, nonché, da ultimo, dal D.L. n. 1/2012, convertito con L. n. 14/2012. In tutta la legislazione, in particolare, viene posto in rilievo, costantemente, la tutela della concorrenza, da un lato, e il carattere preminente di altri valori costituzionalmente garantiti, di salvaguardia del patrimonio ambientale, storico- artistico e culturale del Paese, che possono portare al sacrificio motivato del primo anche in relazione ad ambiti territoriali delimitati. Le autorità pubbliche, cioè, possono porre limiti e restrizioni all'attività economica per evitare danni alla salute, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e possibili contrasti con l'utilità sociale; ma non possono farlo per asseriti interessi di categoria non meglio esplicitati come parrebbe essere richiesto nel caso di specie in cui il problema è quello di non rendere fonte di disparità del tutto ingiustificate i vantaggi di semplificazione nell'acquisizione di un titolo autorizzatorio per gli esercizi in cui si pratica il consumo sul posto rispetto ai normali pubblici esercizi, in presenza di caratteristiche di servizio sostanzialmente assimilabili e di pari impatto. [...]
« Ultima modifica: 06 Settembre 2019, 09:31:53 da roberto de marchis »

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Consumo sul posto: i limiti dell'attività senza che ciò configuri l'esercizio abusivo di somministrazione di alimenti e bevande

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