Autore Topic: STUDIO PROFESSIONALE: si può utilizzare anche la propria abitazione - TAR  (Letto 8673 volte)

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STUDIO PROFESSIONALE: si può utilizzare anche la propria abitazione - TAR 29/5/2012
TAR Sardegna, sez. II, 29 maggio 2012 n. 546

FATTO E DIRITTO
Considerato:
a) che il ricorrente è proprietario di un locale ubicato in Cagliari via dell’Abazia n. 6, destinato a studio professionale giusta concessione edilizia in sanatoria 24/11/1993 n. 2970;
b) che con comunicazione in data 22/11/2006 il precedente proprietario aveva avvisato il comune dell’inizio dei lavori diretti al cambio di destinazione d’uso, senza opere, da studio professionale a civile abitazione;
c) che con ordinanza 6 maggio 2011 n. 8 il Dirigente del Servizio Edilizia Privata del Comune di Cagliari, constatato che l’unità immobiliare aveva un’altezza interna inferiore a mt. 2,70 e che pertanto non possedeva i requisiti richiesti dal regolamento edilizio vigente e dal D.M. Sanità 5/7/1975, per essere adibita ad abitazione, ha ingiunto al ricorrente di provvedere al ripristino dell’uso originariamente assentito (studio professionale);
d) che col ricorso introduttivo del presente giudizio l’odierno istante ha impugnato la menzionata ordinanza;
e) che in base all’art. 10 delle norme di attuazione del PUC di Cagliari (che enuncia le definizioni generali delle destinazioni d’uso) nella categoria A (uso residenziale) rientrano due sub categorie: A1 abitazioni e A2 studi professionali;
f) che, come rilevato dal ricorrente, questo Tribunale ha avuto modo di affermare che: “Il divieto di mutamento di destinazione d'uso non impedisce l'indifferente utilizzazione di un appartamento, nell'ambito della destinazione residenziale, come abitazione o come studio professionale, dovendosi, nel concetto di uso residenziale, ricomprendere entrambi gli utilizzi” (cfr T.A.R. Sardegna 24 agosto 1993 n. 1056; si veda anche T.A.R. Lazio – Roma, Sez. II, 22/3/2001 n. 2306);
g) che l’invocata affermazione giurisprudenziale, in sé pienamente condivisibile, presuppone, però, di necessità, che l’unità abitativa su cui interviene il mutamento di destinazione d’uso abbia i requisiti minimi richiesti per il nuovo utilizzo, atteso che, evidentemente, il suddetto mutamento non può costituire lo strumento per consentire la realizzazione di interventi edilizi in contrasto con la normativa che li regola (nella specie quella sulle altezze interne);
h) che il ricorrente soltanto genericamente contesta la misura dell’altezza interna indicata dall’intimata amministrazione senza, però, fornire alcuna prova a sostegno della addotta contestazione e senza, peraltro, nemmeno affermare che il locale abbia un’altezza interna almeno pari a quella minima richiesta;
i) che, contrariamente a quanto l’odierno istante mostra di ritenere, non possono, evidentemente, costituire indici dell’illegittimità dell’impugnata ordinanza:
1) né che “la situazione attuale persista immutata dal 1993”, atteso che il cambio di destinazione si è verificato solo nel novembre 2006 e in ogni caso il tempo trascorso non è idoneo a rendere l’immobile conforme a legge;
2) né che il mutamento di destinazione sia stato eseguito senza opere, perché ciò che conta è la sussistenza della riscontrata carenza di altezza interna minima;
3) né che la nuova destinazione sia conforme all’art. 5 del regolamento condominiale, perché quest’ultimo può avere effetto solo tra i condomini, ma non incide sulla normativa edilizia;
4) né che nell’atto pubblico di compravendita con cui il ricorrente ha acquistato l’immobile di che trattasi quest’ultimo sia stato qualificato come “appartamento per uso civile abitazione”, potendo tale qualificazione rilevare, al più, tra le parti contraenti;
5) né, infine, che il comune abbia rilasciato un certificato in cui si attesta che l’unità immobiliare “è destinata ad abitazione”, atteso che la detta attestazione, fondata sulla comunicazione di cambio di destinazione d’uso inviata al comune dall’originario proprietario, non implica anche che la nuova destinazione impressa sia conforme a legge;
l) che diversamente da quanto il ricorrente deduce gli atti sanzionatori in materia edilizia, attesa la loro natura rigidamente vincolata, non devono essere necessariamente preceduti dalla comunicazione di avvio del procedimento (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 10/8/2011 n. 4764 e 1/10/2007 n. 5049; T.A.R. Lazio – Roma, Sez. II, 28/1/2012 n. 952; T.A.R. Lombardia - Brescia, Sez. I, 25/11/2011 n. 1632; T.A.R. Valle d’Aosta 2/11/2011 n. 72; T.A.R. Campania - Napoli, Sez. VII, 1/9/2011 n. 4259);
m) che l’ordine di demolizione in materia edilizia è atto a contenuto vincolato per cui non sono configurabili nei suoi confronti vizi di eccesso di potere;
n) che, in definitiva, il ricorso introduttivo del presente giudizio non merita accoglimento;
o) che i motivi aggiunti vanno dichiarati inammissibili siccome rivolti contro atto privo di valore provvedimentale;
p) che sussistono validi motivi per disporre l’integrale compensazione di spese ed onorari di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sardegna (Sezione Seconda)
In parte rigetta e in parte dichiara inammissibile, secondo quanto specificato in motivazione, il ricorso in epigrafe.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Cagliari nella camera di consiglio del giorno 16 maggio 2012 con l'intervento dei magistrati:
Francesco Scano, Presidente
Alessandro Maggio, Consigliere, Estensore
Tito Aru, Consigliere

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